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Folklore e Rievocazioni

Sciò la Pica a Monterubbiano 2027 - Il ciliegio con la pica e il vino sbruffato sulla folla

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
dal primo di marzo al trenta di aprile
Dove nel cuore del paese, Monterubbiano

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: cronachefermane.it, letta il 19/09/2026.

«Sciò la Pica» si celebra a Monterubbiano, in provincia di Fermo, nei giorni di Pentecoste, che cade a maggio o a giugno a seconda degli anni. Durante il corteo storico, alcuni figuranti della corporazione degli Zappaterra, vestiti del tradizionale guazzarone, ripetono l'antica costumanza scacciando la Pica con una canna da un albero di ciliegio, tagliato per l'occasione alle prime luci dell'alba da alcuni giovani del paese. La festa rievoca la migrazione dei giovani Sabini che, durante il Ver Sacrum, lasciavano la loro terra seguendo il picchio, sacro a Marte.

Un albero tagliato all'alba e un uccello legato al ramo

Il gesto che dà il nome alla festa si fa per strada, in mezzo alla gente, e finisce con una spruzzata di vino. Il rito ha tre parti e tre uomini. Uno porta un ramo di ciliegio carico di frutti, segno di una terra fertile, sopra il quale è deposto un picchio; un altro simula di rincalzare l'albero per riunire un po' di gente; un terzo spruzza tra la folla il vino sorseggiato dal «trufo», una particolare borraccia dalla forma circolare. Il grido è quello che dà il titolo alla festa, e insieme al grido si sente il battito delle canne.

La zappa serve a spaventare: lo zappaterra che porta il ciliegio finge di piantarlo, mentre un compagno, in atto di incalzarlo con la zappa, va invece a rasentare le scarpe degli astanti; e allora arriva il vino. Cento volte il rituale si rinnova per le vie del paese, e cento volte si ripetono le risa divertite della gente accorsa.

Quanto all'uccello, una cosa è cambiata. La pica, legata in antico con una corda al ramo dell'albero, è oggi «gelosamente» custodita in una gabbia.

A che cosa serve, secondo chi lo fa

È una benedizione pagana che augura alla comunità tutta, in particolare alle donne, tanta fertilità e benessere.

Chi porta il rito ha un nome e un vestito preciso. Sono i guazzarò, da guazzarone, vestito per popolani caratterizzato da una tunica bianca legata in vita, arricchito da un fazzoletto rosso legato al collo e da un cappello di paglia; il gruppo è sempre caratterizzato dalla presenza di un suonatore di organetto, e alla fine della sfilata un gruppo della corporazione dei Bifolchi intona strofe di una canzone contadina locale.

Il picchio che portò i Sabini nel Piceno

Secondo la tradizione tramandataci dagli storici latini Plinio, Festo e Strabone, giovani popolazioni sabine, allontanate dal proprio nucleo di origine per «voto» sacrificale in occasione forse di una pestilenza o di una carestia, seguendo percorsi prestabiliti, arrivarono prima dell'espansione romana fin nel Piceno, seguendo il volo del Picchio, uccello totemico sacro al Dio Marte e comunemente chiamato Pica.

Il voto era pesante. La popolazione sabina, in seguito a un anno di carestia, avrebbe dovuto offrire agli dei tutto ciò che fosse nato nella primavera successiva, compresi i nuovi nati, e questo comportava, una volta giunta la maggiore età, l'esilio dei nati in quell'anno. La partenza aveva un calendario. Durante il Ver Sacrum, dal primo di marzo al trenta di aprile di ogni anno, i giovani lasciavano il loro luogo di origine.

Sciò la pica (scacciare il picchio) deriva dal fatto che la popolazione usava disturbare l'uccello così che non si fermasse e continuasse a fare loro strada. L'arrivo a Monterubbiano avvenne quando il picchio trovò nel territorio monterubbianese delle bacche rosse, i frutti di una pianta chiamata «robbia», di cui era golosissimo.

Di quel volo è rimasto un segno che si vede ancora. Lo stemma ufficiale della Regione Marche è un picchio verde stilizzato.

Le quattro corporazioni e i loro colori

Le corporazioni storiche sono: Corporazione degli Artisti (artigiani in genere, identificati dai colori giallo e blu), corporazione dei Mulattieri (professioni legate al mondo dei trasporti e dei viaggi, identificati dai colori bianco, nero, blu), corporazione dei Bifolchi (contadini residenti fuori dal centro cittadino, identificati dai colori giallo e rosso), corporazione degli Zappaterra (contadini residenti nel centro cittadino, identificati dai colori bianco e verde).

Sono associazioni antiche. «Abbiamo corporazioni che sono associazioni di lavoratori del Duecento, dunque molto antiche», dice chi organizza. I giovani scelti fra le corporazioni formavano l'Armata, guidata da un Capitano, formata da giovani in uniforme muniti di spade e alabarde.

La settimana in cui il paese non pagava tasse

Storicamente, durante i festeggiamenti per la Pentecoste, Monterubbiano non era sottoposto all'autorità politica, godeva di esenzioni da tasse e dazi e vedeva arrivare in paese numerosi pellegrini; a garantire l'ordine pubblico provvedeva l'Armata di Pentecoste.

Otto giorni prima della festa iniziava una settimana di franchigia, con bandiera rossa sulle torri più alte del paese, e il potere passava in mano ai capitani d'armata delle quattro corporazioni. Il Capitano d'Armata resta oggi la figura centrale della solenne manifestazione.

La Madonna che liberò la Terra dal tiranno

La tradizione vuole che in un giorno di Pentecoste, per intercessione della Santissima Vergine del Soccorso, la Nobile Terra di Monterubbiano fosse liberata da un tiranno. La comunità, allora, fece voto di festeggiare tutti gli anni ed «in perpetuo» solennemente questa data con la benedizione dei ceri, simbolo delle Corporazioni presenti.

Nel comune fu ritrovata una bolla che risale al 1180 in cui si parla di una tradizione presente a Monterubbiano da tempo immemorabile, e Luigi Centanni scrive del voto fatto alla Madonna, con la processione dei ceri fino alla chiesa della Madonna del Soccorso, dopo la liberazione del paese dalla carestia o da un tiranno.

L'offerta dei ceri alla Madonna del Soccorso, di cui si parla negli statuti comunali del Cinquecento — e il corteo del sabato rievoca proprio gli statuti comunali del 1538 —, fu probabilmente introdotta dall'autorità comunale allo scopo di «annacquare» i molteplici aspetti pagani e popolari della festa.

La domenica: statuti, ceri, processione

Al mattino della domenica, sotto il palazzo comunale, si radunano dai quartieri del paese i gruppi delle corporazioni; annunciato da squilli di chiarine e tamburi, il gonfaloniere legge alcuni passi degli statuti comunali. In un'altra descrizione è il Podestà che, dal loggiato del Palazzo comunale, legge la parte di statuto in cui è indicato il modo di celebrare la festa di Santa Maria del Soccorso.

I valletti comunali donano un cero a ciascun figurante — priori, capitano d'armata, podestà, consiglieri, ufficiali e componenti delle quattro corporazioni — e il corteo prende avvio. I ceri sono chiamati «ceri magni», ornati di fiori e frutti della terra.

Presso la chiesa di Santa Maria dei Letterati, di fronte al municipio, si uniscono il clero, le confraternite e i chierici; il corteo procede verso la chiesa di Santa Maria del Soccorso per raggiungere il Campo del Palio, l'ex campo sportivo comunale, dove i ceri vengono deposti in un cesto di fronte alla chiesa. Prima della funzione religiosa vengono accesi i ceri delle corporazioni; dopo la funzione il corteo riprende strada verso la Piazza del Comune, dove si scioglie.

Il sabato, invece, tocca all'annuncio. Si ordina che il sabato pomeriggio, nei soliti e consueti luoghi, il baiolo proclami il bando annunciando la festa, e la sera si tengono la premiazione della corporazione vincitrice dell'anno precedente e l'estrazione dell'ordine di gara.

La Giostra dell'Anello

Nella giostra quattro cavalieri, uno per ogni corporazione, si sfidano lanciandosi al galoppo con una lancia in mano verso alcuni anelli sospesi; vince chi ottiene il miglior punteggio calcolato in base al numero di anelli, alla velocità e al numero di penalità. Gli anelli da centrare sono tre, di diametro decrescente, sospesi a ganci di diverse dimensioni: più sono piccoli, più punti valgono.

Il vincitore riceve il Monterubbiano d'argento, e i lavori messi in palio sono realizzati dagli studenti del Liceo «Caro – Preziotti – Licini» di Fermo, dell'indirizzo Design dell'oreficeria e dei metalli.

Il campo è fuori dal paese, allestito nei pressi del cimitero. Al termine della Giostra il corteo si ricompone e in sfilata ritorna in Piazza, dove avviene la premiazione del cavaliere vincitore e dove si esibisce il gruppo di Sbandieratori e Musici.

Chiarine dalla torre, tamburi con gli intrecci vinciani

I suonatori di chiarine (quattro o sei musicisti) annunciano la Festa nei giorni precedenti squillando dalla torre civica prima dell'Ave Maria, mentre il gruppo dei tamburi, più numeroso, è formato da 12 suonatori grandi e 17 piccoli e si esibisce per tutta la manifestazione.

Il ritmo più famoso si chiama «Pentecoste» ed è rimasto invariato da ben sessant'anni. I tamburi sono decorati da una parte con un fregio a intrecci vinciani ripreso dall'incipit del libro dei Consigli di Monterubbiano del 1563-1567, dall'altra con lo stemma del Comune stesso.

Il gruppo Sbandieratori è più recente: nasce nel 1982 grazie a Luigi Alessandrini e a Ivan Tassotti, presidente della Pro Loco, guidati dal maestro di bandiera Giordano da Servigliano. Oggi il gruppo è formato da 30 giovani.

Il martedì dei Baccanali

Il martedì di Pentecoste si svolgono i baccanali, il rituale dei guazzarò, con un banchetto delle Corporazioni, giochi e convivialità. Il luogo indicato dal Comune sono i «giardini Giacomo Leopardi», chiamati anche giardini di San Rocco.

Sono festeggiamenti che ricordano di sicuro lontani riti pagani praticati dai Piceni.

Il corteo storico e i 250 figuranti

La rievocazione si tiene a partire dal 1965 e unisce in un'unica grande festa la componente civile, quella religiosa e quella più antica e misteriosa, legata ai riti primaverili dei popoli italici. A organizzarla è l'Associazione Armata di Pentecoste, che nasce a Monterubbiano nel 2003 con l'intento di dare maggiore lustro alla rievocazione.

Il corteo storico impegna oltre 250 figuranti, tra musici, sbandieratori, dame, i cosiddetti «guazzarò», i componenti delle quattro corporazioni cittadine e i rispettivi cavalieri.

Chi organizza tiene a dire che l'obiettivo della rievocazione è riportare alla luce quello che è stato, e quest'appuntamento non si è fermato mai, neanche durante la guerra.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Monterubbiano richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Pedaso, a 13 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Pedaso, e il tragitto è di 13 chilometri per 13 minuti di guida.

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