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Tataratà a Casteltermini 2027 - Una danza armata di spade e il ritmo dei tamburi

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
IV Domenica di Maggio
Dove Casteltermini (AG)

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: sagradeltatarata.it, letta il 19/09/2026.

La Sagra del Tataratà, o Festa di Santa Croce, si tiene a Casteltermini, in provincia di Agrigento, la quarta domenica di maggio. Il momento che dà il nome alla festa è una danza armata: duellanti vestiti all'araba con capi bianchi si battono con spade di acciaio al ritmo di un grosso tamburo, e «tataratà» è il suono di quel tamburo. Attorno alla danza sfilano a cavallo i quattro ceti del paese — la Real Maestranza, i Celibi, i Borgesi e i Pecorai — che dal 1667 organizzano la festa: secondo la leggenda nacque dal ritrovamento di una croce lignea nella campagna di Chiuddia.

Duellanti con spade vere

Il Tataratà è una danza armata con delle spade di acciaio, scintillanti e dal suono unico, «una danza travolgente eseguita da duellanti tutt'oggi armati di vere spade».

I figuranti sono vestiti all'araba con capi bianchi e muniti di spade in ferro.

Il nome è una parola onomatopeica che «ha il compito di voler descrivere la tipica battaglia di sciabole con cui si concludono i festeggiamenti», e più precisamente «deriva dal suono ritmato del tamburo che scandisce la danza».

Tre interpretazioni della danza

Sull'origine della danza circolano tre interpretazioni.

Diverse sono le interpretazioni date al Tataratà: qualcuno pensa si tratti di un rito di propiziazione per la fertilità della terra; altri, che si tratti di una rievocazione storica del dualismo tra i Mori e i Cristiani, a testimonianza della loro presenza sul territorio; altri ancora che sia la danza degli spatolatori di lino.

A favore della prima si porta il fatto che la festa si celebri in maggio e che i danzatori indossino una corona di fiori sulla testa. Per la terza, uno scritto dell'etnologo Pitrè: «gli spazzatori di lino vestiti bizzarramente fanno parte della processione combattendo colla sciabola, inchinandosi a quando a quando a uno di loro vestito da re con ministri e dottori a fianchi. Battonsi a suon di tamburo, dal cui stimpellamento prende il nome la Festa».

La maggior parte degli studiosi concorda «che la presenza degli Arabi fosse dovuta ai primi tempi dei festeggiamenti relativi alla Santa Croce, quando Arabi convertiti parteciparono alla processione».

Il tamburo comanda tutto

È proprio il tamburo a dare inizio alla Sagra con l'attesa «tamburinata» di Pasqua, ed è sempre il tamburo ad accompagnare i ceti in sfilata «dalla Domenica di Pasqua all'inizio vero e proprio della Festa». «Il tamburo detta, praticamente, il ritmo di ogni cosa, è anche l'unico strumento del gruppo del Tataratà la cui danza si muove in simbiosi con la rullata unica e inconfondibile della Sagra».

Le «suonate» vengono tramandate a voce di generazione in generazione e la famiglia Nobile è, di certo, la stirpe di tamburinai più longeva e apprezzata di sempre.

Il ritmo dei tamburi «è stato oggetto di studio all'Università di Palermo, grazie a uno studio etnomusicale del professor Davide Severino».

La Sagra del Tataratà prevede quattro bande musicali, ognuna delle quali accompagna un Ceto, e alcune marce sono state scritte apposta per la Festa di Santa Croce — «Tataratà» del M° Vincenzo Cecere e «Amici Veri» del M° Vincenzo Cammarano, riadattata in «Noi siamo qui a cantare per voi, amici veri per la Festa del Tataratà».

Una mucca che si inginocchiava

La leggenda vuole che una vacca si inginocchiasse ogni giorno in un preciso punto della campagna di Chiuddia; i pastori incuriositi scavarono lì e trovarono la Croce.

Nello stesso luogo «venne eretta una chiesa in suo onore, l'eremo di Santa Croce, dove tutt'oggi è conservata la venerata Croce», considerata «una delle più antiche testimonianze della presenza dei cristiani nelle terre sicane».

Una croce di quercia datata all'anno 12

La Croce è in legno di quercia, alta 3,49 metri e ha un'apertura di bracci di 2,5 metri. I due tronchi «sono uniti da tre chiodi di ferro», sopra si legge INRI e sul patibolo l'iscrizione «Ecce crucem domini nostri Jesu Christi fugite partes adversae vicit leo de tribu juda».

Le analisi diedero lo strabiliante risultato secondo cui il legno utilizzato per la Croce dovrebbe risalire all'anno 12 d.C., con un'incertezza massima di appena 70 anni, il che le varrebbe lo status di croce lignea paleocristiana più antica del mondo.

L'originale, riparata con rinforzi di ferro, «non venne più portata in paese e, per ovviare a questa mancanza, ne fu costruita una simile che dal 1970 viene annualmente condotta in processione su un carro trainato da due buoi».

Dal 3 maggio alla quarta domenica

La Festa di Santa Croce o Sagra del Tataratà si svolge a Casteltermini in provincia di Agrigento, tradizionalmente la quarta domenica di maggio (anteriormente al 1667 veniva festeggiata il 3 maggio).

Prima del 1667 «il 3 maggio di ogni anno, in coincidenza con la ricorrenza in cui la chiesa celebrava l'Invenzione della Croce di Cristo, all'eremo di Santa Croce si svolgeva una festa campestre alla quale accorrevano fedeli e devoti da tutte le terre vicine».

La Festa di Santa Croce, nella forma attuale, nacque nel 1667, dopo che Casteltermini era stato fondato «il 5 aprile 1629 a opera del Barone Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri», e i castelterminesi «credettero giusto di celebrare la Festa per la Croce con il concorso di tutti gli abitanti e il coinvolgimento di tutti i Ceti sociali del nuovo centro».

I ceti, e il patto di andare a cavallo

Le varie corporazioni paesane (i cosiddetti ceti) organizzarono la nuova festa e stabilirono che una di esse, quella delle Maestranze, la sera della vigilia si recasse all'eremo a prelevare la croce con una processione che, data la distanza dal paese, circa tre chilometri, doveva svolgersi necessariamente a cavallo, e che l'indomani, a festa conclusa, le altre corporazioni (Celibi, Borgesi e Pecorai) riaccompagnassero la croce all'eremo con una sontuosa cavalcata.

I ceti che entrano in paese al rullo dei tamburi, ogni domenica dopo la Pasqua, sono «la Real Maestranza, i Celibi, i Borgesi e i Pecorai». A questi quattro si aggiungono i Vurdunara, «cavalcanti di muli bardati con ciondoli e campanacci che corrono lungo le vie del paese, con grande divertimento del pubblico».

La cavalcata è oggi uno dei motivi di maggiore affluenza alla Sagra: i ceti «esibiscono uno straordinario talento nell'arte ippica, e facendo di Casteltermini uno dei centri principali della Sicilia nel campo dell'equitazione».

Dal venerdì alla domenica sera

Il venerdì i ceti depongono corone di fiori al monumento dei caduti in Piazza Duomo, accompagnati dalle rispettive bande musicali, e la sera si tiene l'asta che assegna i posti nella cavalcata del sabato e della domenica, che «precedentemente aveva luogo nelle case dei rispettivi cassieri».

Il sabato il capitano, il sergente e l'alfiere (portatori di insegne) aprono la sfilata a cavallo del ceto della Real Maestranza, seguiti dagli altri cavalcanti. La domenica mattina i quattro ceti si riuniscono in chiesa Madre per la messa; al termine palianti e stendardiere «si incamminano in processione verso la propria abitazione accompagnati da damigelle in abiti secenteschi», mentre i tre delle insegne «si affacciano dal palazzo municipale per esporre le rispettive insegne (una spada, una lancia e una bandiera)».

La sera sfilano a cavallo Celibi, Pecorai e Borgesi, e ogni paliante e stendardiere, a cavallo di un mulo bianco, depone all'altare della chiesa Madre un mazzo di fiori. Poi la festa si conclude con la benedizione dei palii e dello stendardo, insieme ai rispettivi ceti, in Piazza Duomo.

Nel programma ci sono anche tre «giri» dei ceti per le vie del paese, la sfilata del carroccio con la Croce e, all'Eremo, «la tradizionale distribuzione di uova, carciofi e vino».

Nobili del 1629 e un libro di Stato

Molteplici sono le figure di rilievo che vengono interpretate per dar vita al Corteo, tra cui il Barone Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri (Principe di Casteltermini), la sua consorte Donna Maria Beccadelli di Bologna e Agliata (Principessa di Casteltermini), e i nobili delle tre maggiori baronie ovvero quella di Motta Sant'Agata, di Cabica e di Fontanafredda che hanno contribuito sostanzialmente alla nascita del paese.

La festa è entrata a far parte del «Libro delle celebrazioni, feste e pratiche rituali» per la notorietà debitamente documentata da una vasta bibliografia, e viene descritta come «uno degli esempi più esaustivi della tradizione delle moresche e dei maggi primaverili, di chiara matrice islamica».

Come arrivare alla festa

La festa a Casteltermini si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Acquaviva-Casteltermini, a 7,1 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Aragona Caldare, e il tragitto è di 31 chilometri per 30 minuti di guida.

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