Squacqualacchiun a Teora - Il sacco di tela, la giacca a rovescio e gli aghi di pino
«Li Squacqualacchiun» sono la maschera tradizionale di Teora, in provincia di Avellino, in Campania: uomini camuffati che girano per i rioni del borgo irpino con bastoni e campanacci, disturbano i passanti con lazzi e gesti provocatori e poi danzano intorno al falò e alla fontana del paese. La prima apparizione è il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, e con essa comincia il Carnevale teorese; l'uscita più importante è l'ultimo sabato di gennaio. Il costume è fatto di cose vecchie messe male apposta. «Queste figure antiche, primitive e grottesche indossano un costume composto da un sacco di tela con una giacca stinta messa a rovescio», e «il loro viso è coperto da un cappuccio che funge da maschera e che lascia intravedere solo gli occhi».
Il resto completa il quadro: «un sacco di tela sul corpo, una giacca dismessa, pantaloni raccolti che stringono le gambe», e «al collo catene piuttosto grosse».
Il bastone, i campanacci e gli aghi
L'oggetto che portano in mano non è un accessorio decorativo. «In mano portano dei bastoni, alle cui estremità sono attaccati dei campanacci, che emettono un rumore cupo, e degli aghi di pino, che usano per i loro rituali.»
La funzione degli aghi è una minaccia in piena regola: sono «rami di aghi di pino che essi usano per i loro riti e per colpire di sfortuna coloro che non esaudiranno i loro voleri».
Il paragone più frequente guarda a un'altra isola: queste figure «ricordano, per certi versi, i Mamutones della Sardegna», e «il costume, ruvido e sonoro, richiama da vicino le maschere arcaiche del Mediterraneo».
Trasandato, alla lettera
Anche il nome viene dall'aspetto. «L'etimologia del termine "Squacqualacchiun" potrebbe derivare dalla voce dialettale "squacquarat" che significa "trasandato", così come appaiono queste maschere» — «il suo nome deriva proprio dal suo abbigliamento trasandato».
Il compleanno è il 17 gennaio
La maschera ha un giorno d'esordio fisso, ed è quello che apre il carnevale teorese: «la tradizione vuole che la prima apparizione della maschera sia il 17 gennaio», giorno «che la Chiesa dedica alla celebrazione di Sant'Antonio Abate» — al punto che quel giorno «si celebra il suo compleanno».
Il principio sta in un detto del paese: «A Teora si dice "Chi bbuon' carnuval' vol' fa, da sant'Antuon' adda accum'enzà"». L'uscita più affollata, però, arriva dopo: «l'uscita più importante avviene l'ultimo sabato del mese».
Come si comporta
In strada gli Squacqualacchiun fanno una cosa sola, e la fanno in gruppo: «uomini camuffati, muniti di bastoni e campanacci, attraversano senza un percorso prestabilito i rioni del paese, disturbando i passanti con rumori, lazzi e gesti provocatori, per poi dileguarsi nei vicoli del centro storico».
C'è una regola che li distingue, ed è il silenzio: «gli Squacqualacchiun provocano e infastidiscono i passanti, senza mai pronunciare una parola. Comunicano solo attraverso gesti e suoni, accompagnati dall'immancabile bastone, simbolo dionisiaco, e dalla fisarmonica che suona la frenetica tarantella di Teora.»
Lo scopo dichiarato è modesto e antico insieme: «il suo obiettivo è quello di spaventare i suoi compaesani e di divertirsi inseguendoli».
La danza attorno a lu pagliar
Il girovagare finisce sempre nello stesso modo. Il raduno avviene «in Largo Europa, vicino alla chiesa di San Vito», e lì, attorno «all'enorme pagliar'», va in scena il rito: «danze apotropaiche, versi gutturali e ululati si mescolano al crepitio del fuoco».
Poi il gruppo si sposta: «dopo il rituale iniziale, il gruppo si sposta alla Fontana del Piano, dove ripete il cerimoniale prima di disperdersi nel paese». La sequenza è sempre quella — «una danza improvvisata prima intorno a "lu pagliar", il falò propiziatorio, e poi attorno alla fontana del paese» — e si chiude con un gesto di garbo che stona con tutto il resto: si congedano «con un inchino prima di scomparire tra i vicoli, mischiandosi alla folla con fare beffardo e provocatorio».
I contadini che entrarono in paese
Dietro il gioco c'è un fatto raccontato come storia. «Si narra che nell'800 un gruppo di contadini, stanco dei continui soprusi, entrò a Teora per razziare i potenti e inflessibili latifondisti, vendicandosi delle condizioni disumane in cui erano costretti a lavorare.»
Da quell'episodio viene la regola che governava le visite, e che spiega perché la maschera chieda: «se ricevevano in dono qualcosa il loro atteggiamento si ammorbidiva e il proprietario veniva sottratto ai loro bellicosi propositi. Ma se il padrone ribadiva la sua superiorità sociale, lo squacqualacchione lo ripagava rompendo i vetri e danneggiando l'abitazione.»
Le origini «affondano nelle antiche pratiche contadine e in forme di ribellione simbolica contro le ingiustizie sociali e i proprietari terrieri, soprattutto nel periodo del Regno delle Due Sicilie», e più indietro ancora si ricollegano «a ritualità legate al mondo pagano, come i Baccanali, il culto di Dioniso e delle divinità dei boschi».
Sparita, e ripresa
La continuità di questa maschera si è interrotta davvero. «Scomparsa dopo le repressioni ottocentesche, la tradizione è stata recuperata in epoca recente come espressione di memoria storica, protesta popolare e identità collettiva.»
Oggi chi la porta è cambiato rispetto all'origine: «la tradizione è mantenuta viva soprattutto da giovani e adulti del paese, con un crescente coinvolgimento delle nuove generazioni e delle donne».
E ha ottenuto un riconoscimento scritto: «la maschera de Lì Squacqualacchiun è stata ufficialmente inserita nell'Inventario del Patrimonio Culturale Campano (IPIC) con Decreto Dirigenziale n. 382 del 13/08/2025». Di lei esiste anche una copia in vetrina: «un manichino è presente al Museo delle feste e delle tradizioni popolari di Caserta».
Il fantoccio che scende in fiamme
L'ultima immagine è quella che chiude le giornate di festa: «il volo dello squacqualacchion infuocato chiude i festeggiamenti: si tratta di un rituale propiziatorio, col quale si intende simbolicamente scacciare tutti i mali, attraverso un fantoccio che brucia partendo da un punto molto in alto in picchiata verso il suolo».