Home » Maschere » Emilia-Romagna
Bertoldo a San Giovanni in Persiceto - Il villano che a carnevale diventa Re
Il Carnevale Storico Persicetano si tiene a San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, nelle ultime due domeniche prima della Quaresima. Nella prima domenica i carri allegorici arrivano in Piazza del Popolo e si fermano: per mezzo di ingegnosi meccanismi nascosti si trasformano completamente, e appaiono forme nuove, colori inediti, maschere e personaggi che recitano una breve pantomima. Quella trasformazione si chiama spillo — al Spéll in dialetto — e nasce ufficialmente il 15 febbraio 1874, quando la Società Bertoldo portò per la prima volta una sfilata di carri allegorici nelle vie del paese.
Il 1874 e la Società di Bertoldo
Il carnevale nasce ufficialmente il 15 febbraio 1874, quando la Società Bertoldo, che riuniva le associazioni carnevalesche della zona, porta per la prima volta una sfilata di carri allegorici nelle vie del paese. Fu quella fondazione a dare organicità a festeggiamenti che fino all'anno precedente si erano svolti in maniera estemporanea; il testimone passò alla piccola borghesia, che trasformò il carnevale in una festa più morigerata proprio mentre nelle città stava scomparendo.
Le radici però sono più antiche, e i persicetani lo sanno. Negli scritti degli studiosi locali si trovano tracce di un carnevale celebrato da secoli prima: nelle Storie di Giovanni Forni, del 1921, si legge che «in una sol cosa i Persicetani, nonostante le profonde dissensioni politiche, si trovavano d'accordo e cioè nel divertirsi e nel far divertire in tempo di Carnevale», e che una società intitolata a Bertoldo, fondata già da molti anni, «riunì soci di ogni classe e di ogni partito ed indisse corsi mascherati, feste popolari, veglie danzanti, lotterie di beneficenza». Gli studiosi di storia locale spingono quelle tracce fino al periodo dell'invasione longobarda.
Un villano diventato Re
La maschera del paese è Re Bertoldo, e viene dalla letteratura. Bertoldo — con il figlio Bertoldino, la moglie Marcolfa e il nipote Cacasenno — è un'invenzione del cantastorie Giulio Cesare Croce, nato a San Giovanni in Persiceto nel 1550 e morto a Bologna nel 1609. Nell'opera Le sottilissime astuzie di Bertoldo, scritta nel 1606, il villano incarna «la quintessenza dell'arguzia, dello sberleffo irriverente e del linguaggio essenziale, diretto e fatto di cose concrete»: il contadino entrato nell'immaginario collettivo come «scarpe grosse e cervello fino».
Ma i persicetani gli hanno cambiato di grado. Il Bertoldo carnevalesco non è il villano alla corte del Re, bensì il Re: della giocondità, del buon umore, della buona cucina, paternamente indulgente — «un sovrano che parla e tratta con il popolo nella maniera più democratica». È la sovversione tipica del Carnevale, quella per cui il rozzo villano si eleva di ceto e diventa sovrano; Piero Camporesi lo ha descritto come «eroe inferico e carnevalesco, burattino e veggente, oracolo e matto villano, re della tautologia assurda e del nonsense sapiente».
E siccome ogni Re possiede un regno, la fantasia persicetana ne ha inventato uno: la reggia di Re Bertoldo sta nella frazione di Castagnolo, dove Sua Maestà abita con Marcolfa e Bertoldino e da cui esce solo in tempo di Carnevale, per prendere possesso di Persiceto e diventarne sovrano per tutta la durata dei festeggiamenti. Ad aprire la manifestazione è il suo Discorso della Corona, una zirudèla in dialetto con cui commenta con ironia e irriverenza i fatti dell'anno appena trascorso. Accanto alle tre maschere principali sfilano quelle tradizionali, che portano nomi dialettali come Santón e Ocarón.
Lo spillo, ovvero la trasformazione
I carri di Persiceto non si limitano a sfilare: a un momento preciso eseguono una trasformazione meccanica e scenografica della propria struttura, svelando un significato allegorico nascosto e completando la narrazione satirica: il carro si fa palcoscenico in continua evoluzione, la piazza diventa teatro, la sfilata si muta in rappresentazione. E c'è l'immagine giusta per dirlo: Spéll qui vuol dire magia, trasfigurazione — tutto cambia come in un caleidoscopio, rivelando nuove forme, nuovi colori e un messaggio satirico e pungente «in perfetto stile Bertoldo», con attori, figuranti, mimi o cantanti.
È il tratto che rende questo carnevale diverso da tutti gli altri, al punto che lo Spillo è un vero e proprio marchio registrato e che la manifestazione si è candidata a patrimonio immateriale dell'umanità UNESCO. Chi lo studia ci vede anche altro: una continuità con il magismo del mondo agreste e con i riti di fertilità a carattere apotropaico e propiziatorio, che sopravviverebbe proprio nel rituale performativo dello spillo.
La Grotta di Plutone del 1885
L'invenzione ha una data e un titolo: secondo le ricerche dello scrittore persicetano Paolo Balbarini, l'origine dello spillo risale al 1885, quando il carro della Società dei Venti, dal titolo «la Grotta di Plutone», effettuò in piazza per la prima volta una complessa azione scenica: la trasformazione del carro da castello in grotta, da cui esce un grande drago, alla presenza di attori mascherati. Da allora «diventa tradizione lo spillo eseguito dal carro, il momento durante il quale ogni carro si trasforma, muta la sua architettura e diventa palcoscenico per rappresentare la satira».
«La Persiceto dell'epoca è un crogiolo di maestranze tecniche e meccaniche, e allora arte e artigianato del territorio, coniugati con le nuove capacità tecnologiche della modernità, si fondono per far nascere lo Spillo.» I carri, in altre parole, sono figli di un paese che sapeva costruire macchine.
Capannoni, segreto e cartapesta
Quel che si vede in piazza in pochi minuti costa mesi: i carri nascono nei capannoni delle società in un'atmosfera di segreto e di mistero: là dentro lavorano meccanici, disegnatori, elettricisti, falegnami, carpentieri, informatici e maestri della cartapesta, che progettano e allestiscono vere e proprie macchine teatrali provando e riprovando «la meccanica della narrazione». Perché — dice chi li costruisce — il carro allegorico, durante lo spillo, deve raccontare una storia, deve sorprendere.
Chi ci lavora sono i cittadini stessi, riuniti in dieci società carnevalesche. Ci si dedica per mesi, nel tempo libero e a proprie spese, spesso di notte, e il lavoro coinvolge tutti i ceti sociali. Il riserbo è tale che la rivalità fra le società fa somigliare la festa a un palio medievale: «un gioco fatto di sfide, di burle, di spionaggio, di gara a chi riuscirà a stupire e a far ridere o arrabbiare di più».
Dal gonfalone bianco a quello nero
La competizione è seria, e il punteggio lo assegna una giuria — segreta, e nascosta dentro al Palazzo del Municipio — che valuta gli aspetti artistici, ingegneristici e performativi dello spillo, ovvero, detto in altro modo, «Pittura e Scultura», «Architettura e Costruzione», «Soggetto e Svolgimento».
La premiazione arriva la domenica successiva, dopo la seconda sfilata. Al carro primo classificato va il Gonfalone bianco; seguono gonfaloni via via più scuri, fino al Gonfalone nero consegnato all'ultimo. Chi vince riceve anche il Gonfalone di Re Bertoldo, un grande vessillo custodito per un anno intero dalla società vincitrice, e ha l'onore di vedere il proprio nome ricamato in oro dietro a quel gonfalone.
Il carnevale si tiene nelle ultime due domeniche prima della Quaresima e si chiude nel pomeriggio della seconda con la tradizionale bruciata del Re Bertoldo. Ma non finisce del tutto lì: i carri continuano a sfilare nei fine settimana fino alla fine del mese, e alcuni hanno il permesso — storicamente acquisito — di sfilare anche durante la quaresima.