Home » Maschere » Emilia-Romagna
Sandrone a Modena - Entrò in città a cavalcioni di una botte di lambrusco
Sandrone è la maschera tradizionale di Modena, in Emilia-Romagna, e ogni Giovedì Grasso, fra febbraio e marzo, tiene il suo «sproloquio» dal balcone del Palazzo Comunale. È un contadino ottocentesco, riconoscibile dalla vanga e dalla cuffia da notte di lana bianca, e arriva in città con la moglie Pulonia e il figlio Sgorghiguelo, la famiglia Pavironica. «La nostra maschera entrò in città dalla barriera di Porta Castello, solo, a cavalcioni di una botte di lambrusco, su un carro tirato da due buoi, suscitando un indescrivibile entusiasmo nel folto pubblico presente.» Era il Carnevale del 1870, e da allora Sandrone è un uomo in carne e ossa.
Il contadino dal cervello fino
Sandrone «è la maschera tradizionale della città di Modena» e per esteso si chiama Sandròun Paviròun dal Bòsch ed Sàtta da Mòdna: «la maschera dell'ex Ducato di Modena, un contadino ottocentesco, rozzo, ma furbo e scaltro», «portavoce del popolo più umile e maltrattato, e sempre in cerca di stratagemmi per sbarcare il lunario».
Sandrone «è un agricoltore, coadiuvato dal figlio nel lavoro dei campi, e dalla moglie cui sono affidati i lavori domestici» — la moglie è la Pulonia, il figlio Sgorghiguelo, e insieme formano la famiglia Pavironica, «una tipica famiglia rurale della Val Padana».
«Rapportato ai tempi moderni rappresenta forse anche l'archetipo del personaggio provinciale, poco colto di partenza, un pochino stupito e imbranato nei confronti del "nuovo" che avanza, in particolare rispetto alle nuove tecnologie, ma che cerca di aggiornarsi» — e che resta «molto attento a tutto quello che ha a che fare col proprio portafoglio e con l'amministrazione della cosa pubblica».
La vanga, il velluto a coste e la cuffia da notte
Il costume è quello dei popolani del '700: «ha una mano nel taschino, nell'altra il manico di una vanga rivolta a terra, giacca di velluto a coste marroni, pantaloni al ginocchio, gilet dal colore vivace, calze a righe trasversali bianche e rosse, robusti scarponi da contadino». In testa «una parrucca con capelli piuttosto lunghi coperti in parte da una specie di cuffia da notte di lana bianca che termina con un fiocco».
«Sandrone astuto», 1584
«Finora si era creduto che Sandrone fosse l'unica maschera ad avere avuto le origini in un casotto di burattini, anziché dalla Commedia dell'Arte». «La recente scoperta di una commedia di Giulio Cesare Croce, databile al 1584, intitolata "Sandrone astuto", dove tra i protagonisti troviamo un contadino rozzo sì, ma furbo e scaltro, di nome Sandrone, fa presumere che anche la nostra simpatica maschera abbia avuto origine dal Teatro dell'Arte.»
Croce, l'autore di «Bertoldo e Bertoldino», «nelle sue opere, che furono circa cinquecento, esaltava gli umili, difendeva i deboli e i derelitti contro i prepotenti, sbandierava gli errori e i difetti dei ricchi e dei nobili, senza peli sulla lingua». Era però «un cantastorie, un girovago non molto ben visto dalle autorità e dalla classe dirigente di allora».
Il nome gira presto anche fuori Modena: «lo ritroviamo nel Settecento a rappresentare il popolo reggiano in certi lunari col nome di "Sandròun Zigolla da Ruvelta"».
Da testa di legno a persona
Alla fine del '700 «Luigi Rimini Campogalliani intaglia per la prima volta nel legno, dandogli un volto e pochi stracci come abiti, la figura di Sandrone», a Carpi.
Giulio Preti — «nato a Rolo, nel reggiano, nel 1804, ma trasferitosi a Modena fin da bambino», genero di Campogalliani «dopo averne sposato la figlia Ermenegilda nel 1830» — è «a buon diritto da considerare il perfezionatore della maschera»: nel 1840 gli dà in moglie la Pulonia e nel 1846 intaglia una nuova testa di legno, Sgorghiguelo. Preti fu il capostipite «di una importante dinastia di burattinai»; morì a Modena nel 1882, e «la sua arte fu portata avanti dai suoi sei figli».
«Questo passaggio tra i burattini e gli attori in carne ed ossa accade a Modena e accade in poche altre parti, come ad esempio a Bergamo con la maschera di Gioppino e a Torino con quella di Gianduja.»
Nel 1886 «si costituì la prima famiglia Pavironica», formata da Carlo Preti nei panni di Sandrone, da Filippo Preti in quelli di Sgorghiguelo e dal fotografo Pellegrino Orlandini nel ruolo della Pulonia — «dalla fine dell'Ottocento essi vennero impersonate da attori, tutti maschi, anche la Pulonia».
Alessandro Pavironi, e una contesa di confine
Una leggenda di corte spiega il cognome. «A Carnevale, al tempo del Ducato di Modena, gli Estensi avevano la tradizione di invitare nelle proprie sfarzose sale un contadino notoriamente rustico e zotico affinché i cortigiani potessero con grande gioia sbeffeggiarlo. Un certo anno però venne invitato tale Alessandro Pavironi che, meravigliando tutti, diede prova di grande arguzia ed intelligenza.» Da allora «la figura di Alessandro, detto "Sandrone" per la sua ragguardevole corporatura, divenne ambita prerogativa carnevalesca di illustri personaggi del Ducato».
«Fonti diverse fanno risalire la nascita di Sandrone a un personaggio settecentesco realmente esistito nato a Cadelbosco di Sotto, in provincia di Reggio Emilia, quando la provincia reggiana era sotto il dominio estense del Duca di Modena» — e da lì «ne rivendicano le origini reggiane».
Lo sproloquio: prima si scriveva
«I primi discorsi di Sandrone non erano recitati, ma soltanto scritti su manifesti», già nel 1865: eletto «per volontà del popolo» Re del Carnevale «col titolo di Sandrone I», pubblicava manifesti «scritti in una lingua italiana piuttosto ampollosa, riprendendo satiricamente i bandi e le grida della casata Estense, da poco scomparsa».
Nel 1873, con la «Epestla», «il messaggio della maschera ai cittadini venne per la prima volta scritto in dialetto»; nel 1885 «pronuncia per la prima volta il discorso in pubblico»; nel 1887 comparve per le vie il «Telegramma» che annunciava l'arrivo della famiglia, «scritto nel cosiddetto "bazzotto", un mix di italiano e dialetto». Dai proclami su carestie, alluvioni, gelate e grandinate si passa alla satira: «da proclamatore diventa "sproloquiatore"».
«Nel 1923 venne ripresa la tradizione dell'arrivo a Modena della Famiglia Pavironica». Ci furono «una prima pausa negli anni della Grande Guerra e una seconda, ancora più lunga, durante il fascismo, in particolare a partire dal 1929, quando l'ostruzionismo del regime costrinse la maschera a pronunciare il suo sproloquio soltanto l'ultima domenica di Carnevale dal balcone di Palazzo Solmi». Sandrone «poté tornare a parlare soltanto dopo la Liberazione, nel 1946, quando per la prima volta tenne il suo "sproloquio" in Piazza Grande sulla Preda Ringadora»; e fu nel 1947 che «la famiglia più famosa di Modena venne ospitata sul balcone del Palazzo Comunale divenendo così una vera e propria istituzione». Quel balcone, «che una volta era l'"arengo" comunale», è oggi riservato: «per pieno accordo fra tutti i partiti politici… ora solo la Famiglia Pavironica è "concessionaria" del diritto di fare discorsi, nel pomeriggio del Giovedì Grasso». Dal Carnevale del 1960 il discorso «diventò un dialogo», con la Pulonia e Sgorghiguelo.
Il discorso si apre con «Mudnés dl'èlta, dla Bàsa e a mèza via, zemiàn scampe a l'influèinza, a-v salùt tòtt quant in masa» — dove «zemiàn», geminiani, viene dal santo protettore San Geminiano — e si chiude con «A m'arcmànd, ste atache a la piòpa ch'la s'ciàma Ghirlandèina», cioè «state attaccati a quel pioppo che si chiama Ghirlandina»: un invito a restare uniti. In mezzo, Sandrone «commenta i principali avvenimenti che hanno riguardato la città nell'anno appena trascorso, mette alla berlina gli amministratori e le personalità cittadine», parla dei giovani «incuriosito ma anche inorridito dalle nuove mode», si lamenta delle spese eccessive, «e alla fine tutti si aspettano che scherzi anche sulla Ferrari e sulle squadre di calcio del Modena e del Sassuolo».
Il ritorno dal Bosco di Sotto
«Sandrone, Pulonia e Sgorghiguelo escono dalla stazione delle Ferrovie dello Stato, fingendo l'arrivo dal leggendario Bosco di Sotto», preceduti da una fanfara carnevalesca e seguiti da maschere provinciali, regionali e nazionali. Il percorso «si snoda lungo la via Emilia e tra le maggiori strade del centro, come via Farini», e i tre sfilano «su un'antica carrozza trainata da due cavalli e con valletti vestiti con eleganti costumi settecenteschi».
Dopo lo sproloquio ci sono il saluto al Sindaco e «l'incontro tra la famiglia e i rappresentanti delle autorità religiose, civili e militari»; poi la festa prosegue in piazzale San Domenico, alla sede della Società del Sandrone, l'associazione che dal 1870 organizza il Carnevale modenese — nata quell'anno «con primo presidente il conte Camillo Guidelli» e con uno scopo doppio: «promuovendo al tempo stesso il divertimento e la beneficenza a favore dei bisognosi». Alle maschere ospiti è dedicato uno scambio di omaggi, «un gesto che unisce le città partecipanti al gemellaggio carnevalesco con Verona».
Un tempo «la festa cominciava il giorno di Santo Stefano, quando al balcone del Palazzo Comunale si esponeva un gigantesco mascherone che simboleggiava il permesso concesso a tutti di andare per le strade mascherati».