Bumbasina a Busto Arsizio - La cuffietta delle operaie contro la lanugine del cotone
La Bumbasina è, assieme al Tarlisu, la maschera tipica di Busto Arsizio, in provincia di Varese, e sfila sul carro del Carnevale cittadino, fra febbraio e marzo. Rappresenta le operaie dei cotonifici bustocchi: sul capo porta una cuffietta rossa con orlo bianco in pizzo, basata su quella che le operaie davvero indossavano durante il turno in fabbrica per prevenire che i capelli si riempissero della lanugine della lavorazione del cotone. Prende il nome da una stoffa grezza, la bombasina, inventata a Busto Arsizio nel Medioevo e famosa in tutte le corti d'Europa, e nasce da un'idea di Giovanni Sacconago, il patron del carnevale bustocco.
Una maschera che si chiama come una stoffa
La Bumbasina è, assieme al Tarlisu, una delle maschere tipiche della città di Busto Arsizio, e ne è la controparte femminile — la consorte del Tarlisu, come la chiamano le cronache cittadine.
Il nome viene dal telaio. Prende il nome da una stoffa grezza, la bombasina, inventata a Busto Arsizio nel Medioevo e famosa in tutte le corti d'Europa, in particolare in Germania, che veniva adibita alla fabbricazione di lenzuola e divenne simbolo dell'attività dei cotonifici bustocchi. Era già esportato da prima del XIX secolo.
Anche il compagno è un tessuto: il tarlisu è il corrispondente dialettale di «traliccio», la stoffa per le federe di materassi e cuscini, tinteggiata a righe bianche e marroni, che prende nome dal telaio a mano nel quale agivano alternativamente tre licci, azionati da tre pedali, a formare il disegno a spiga molto fitta; inventato a Busto Arsizio nell'800, fu poi esportato in tutto il mondo come fodera dei materassi dall'industriale locale e pioniere dell'esportazione cotoniera Enrico dell'Acqua. Entrambi i tessuti fecero la fortuna dei cotonifici bustocchi anche all'estero: rappresentano quindi il passato industriale della città e il suo spirito intraprendente e laborioso, in quella che veniva chiamata «la Manchester d'Italia».
Il vestito delle operaie dei cotonifici
Il costume non è di corte, è di fabbrica. Richiama l'abbigliamento tipico delle operaie impiegate nei cotonifici: una gonna bianca dello stesso tessuto rappresentato dalla maschera, una camicia bianca sovrastata da un corpetto a quadratini bianchi e blu con corregge rossa, e la cuffietta rossa con orlo bianco in pizzo come copricapo.
Il riferimento è dichiarato: il vestiario è ispirato a quello delle operaie senza il cui contributo Busto Arsizio non sarebbe probabilmente diventata quella forza industriale che era.
La nascita delle due maschere
Il compagno ha una data d'archivio precisa, e viene da lontano: la nascita della maschera deve farsi risalire quantomeno al carnevale del 1949, quando un appello in dialetto sul giornale cittadino lamentava che «tutte le altre città ci hanno la loro masquara, che l'é Brighella, Pantalone, Gianduia e via discutendo, e Busti Grandi nagutta». Era un dopoguerra in cui la gente aveva tanta voglia di evasione dopo le tragedie del conflitto appena concluso, e il 6 marzo di quell'anno «UL TARLISU eletto maschera bustese», a gran maggioranza contro «Ul re Bilì» e «Ul Bundianza». Trentaquattro anni dopo, nel gennaio 1983, ripescato dalla memoria di Giovanni Sacconago — che ricordava come nel 1948 alcuni giovani avessero già sfilato con vestiti fatti di stoffa per materassi —, tornò alla ribalta: il presidente della Famiglia Sinaghina fece costruire un pupazzo simbolo della città tessile, e il sindaco Angelo Borri lo proclamò ufficialmente Maschera Bustocca con delibera del 16 febbraio 1983.
La Bumbasina è arrivata dopo, e la sua nascita si racconta con precisione: venne naturale abbinare, ventun anni dopo, al Tarlisu anche una figura femminile, identificata nella Bumbasina, il nome del tessuto grezzo usato in particolare per fare lenzuola — quindi nel 2004.
Le chiavi della città e la figlia
Nel carnevale bustocco la coppia ha il ruolo dei re di carnevale: il sindaco consegna le chiavi della Città al Tarlisu e alla Bumbasina, e i loro due carri sono i protagonisti del corteo, insieme a quelli delle associazioni e degli oratori. Come da tradizione pluridecennale, il carro del Tarlisu chiude la sfilata.
La famiglia si è pure allargata: nel 2017 nasce la Tarlisina, figlia del Tarlisu e della Bumbasina, e accanto alle due maschere gira anche la Fudreta. Fuori dal carnevale, le maschere vanno nelle scuole per tramandare la tradizione, e dal 2020 sono ufficialmente maschere nazionali: l'ingresso nel Registro Nazionale delle Maschere è del gennaio 2021.
I pupazzi cuciti a mano
Accanto alle maschere vive una tradizione artigianale. I pupazzi di stoffa del Tarlisu e della Bumbasina sono curati fin dagli anni '80 dalla Famiglia Sinaghina, associazione che ne detiene anche il brevetto, e sono stati ripresi intorno al 2018 insieme alla Federcasalinghe, riaccendendo un lato del carnevale bustocco che si era perso nel tempo.
La prima serie si caratterizzava per l'essere stata fatta con vero tarlisu, ruvido tessuto tipico della città, e riprendeva fedelmente il disegno originale del patron del carnevale; dalla seconda serie il cappello, da rosso e arancione, diventa rosso e bianco, per avvicinarsi ai colori dello stemma cittadino.
Il pupazzo della Bumbasina è arrivato dopo, nel 2018, ed è nato in memoria della sua storica interprete, mancata dopo un malore durante il carnevale. Costa anche più fatica: la realizzazione di una bambola della Bumbasina può impiegare fino a una settimana, contro il paio di giorni di quella del Tarlisu, per via del design più complesso e stratificato. Sono realizzati interamente a mano e su ordinazione, e i proventi delle vendite vanno tutti al mantenimento delle tradizioni del carnevale bustocco.
La festa in cui si vede
Il Carnevale di Busto Arsizio è organizzato dall'Amministrazione comunale con il Distretto Urbano del Commercio e le associazioni, Famiglia Sinaghina in primis, che si definisce custode delle maschere tradizionali della città: non solo un carro allegorico, ma il simbolo della storia cittadina, a cui si fa riferimento anche in occasioni non carnevalesche.
La sfilata è aperta dalla banda ed è composta da carri di varie dimensioni che si alternano ai gruppi a piedi e alle maschere iscritte al Registro Nazionale Maschere Italiane, che arrivano da città del Piemonte e della Lombardia. Come da tradizione, il Tarlisu pronuncia il suo discorso, in cui, tra il serio e il faceto, non mancano accenni all'attualità.
Il Carnevale è anche la festa dei più piccoli: come di consueto, il servizio di Didattica museale organizza laboratori per bambini nella sala gemella del Museo del Tessile, che custodisce la memoria degli stessi cotonifici da cui vengono i nomi delle due maschere.