Brighella a Bergamo - Lo spadino che in origine era il batocio della polenta
Brighella è la maschera di Bergamo, e appare ogni anno al Carnevale della città. Veste una casacca bianca decorata con nastri verdi e porta alla cintura uno spadino, che in origine era un bastone da cucina, il «batocio», usato per rimestare la polenta. La più antica notizia storica è il testamento di Sivello del 1601, che assegnò questo nome a un villano bergamasco.
Un nome che è già un carattere
Brighella, in bergamasco Brighèla, è una maschera popolare bergamasca della commedia dell'arte, e deve il suo nome al suo carattere vivace, attaccabrighe, insolente e dispettoso. Il termine deriva da briga, brigare: darsi da fare per ottenere qualcosa, cercando aiuti e protezioni, anche attraverso imbrogli.
È un nome che è rimasto nella lingua comune: ancora oggi si usa dire «fare il brighella» quando ci si comporta in modo poco serio.
Bergamo alta contro Bergamo bassa
Brighella e Arlecchino sono i due servi della commedia dell'arte, entrambi nati a Bergamo e amici per la pelle, ma la città li divide in due. «Arlecchino è di Bergamo bassa, io sono di Bergamo alta»: così Brighella si presenta sempre, ed è di Bergamo alta, dove vivevano i più intraprendenti.
Tutti e due vengono dallo Zanni, probabile diminutivo di Giovanni o Gianni, che impersonava il servo contadino, figura rozza e istintiva, e usava la lingua quasi incomprensibile dei montanari bergamaschi. Da quel ceppo escono due varianti: da una parte Brighella e Truffaldino, servi astuti e imbroglioni, dall'altra Arlecchino, Pulcinella e Mezzettino, sciocchi e scherzosi. La prima maschera ad approdare in laguna è Brighella, direttamente da Bergamo Alta.
Il servo che fa cento mestieri
Al contrario dell'amico, Brighella non fa solo il servo ma un'infinità di altri mestieri più o meno leciti, per cui si ritrova sempre in mezzo a svariati intrighi. Il suo elemento caratteristico è la prontezza e l'agilità della sua mente, che utilizza per escogitare inganni e trappole in cui far cadere il prossimo solo per il gusto di imbrogliare gli altri — non solo per spillare quattrini ai ricchi o per rimediare un pranzo succulento.
È intrigante, senza scrupoli, un bugiardo capace di raccontare frottole con tale sicurezza e convinzione che è quasi impossibile distinguerle dalla verità; è anche molto abile nel cantare, suonare e ballare, e ama le belle donne. Quando serve, è caposervitù, compito che svolge con prepotenza verso gli altri servi, ed è fastidiosamente servile con il padrone; nelle versioni più antiche è lascivo e crudele, ladro, ubriacone e all'occasione perfino assassino.
Un esempio di che cosa gli fanno combinare in scena: Brighella, aiuto farmacista del dottor Tartaglia, assume in farmacia l'amico Gioppino che è senza lavoro, e appena possono i due servitori imbrogliano i clienti spacciandosi per famosi medici — con esiti così rovinosi che, una volta scoperti, vengono licenziati in tronco.
La livrea, il bianco e il verde
Il costume è cambiato molte volte nei secoli, ma il suo cuore resta la livrea, il simbolo dell'appartenenza al padrone, che è poi ciò che gli permette di esercitare il potere sui servitori semplici. È un'uniforme bianca decorata con nastri verdi di cui va fiero, definita anche «simbolo della schiavitù e della fedeltà al padrone».
Oggi indossa una casacca bianca sopra ampi pantaloni decorati con nastri verdi, con un mantello dalle bordature dello stesso colore; gli accessori fissi sono il bastone, poi diventato spadino, un'ampia borsa di pelle, entrambi attaccati a una cintura, e un berrettone bianco. Scarpe e cintura sono color giallo o color cuoio.
I due colori hanno una spiegazione: il bianco sottolinea la capacità di avere carta bianca, cioè fare e disfare a suo piacimento; il verde simboleggia il denaro che riesce sempre a rubare.
Le scarpe sono verdi con pompon neri, e la mezza maschera è nera: lascia intravedere uno sguardo licenzioso, ha il naso aquilino, e si indossa sopra una folta barba nera e irsuta e un bel paio di baffi da cavaliere.
Dal testamento di Sivello a Goldoni
La maschera ha una data di nascita documentata nel testamento di Sivello del 1601. Fin dal 1500 la maschera venne acclamata nelle più grandi corti e teatri d'Europa, e intorno alla metà del XVII secolo la fama di Brighella fu documentata anche in Francia; nello stesso periodo venne messa a punto la tenuta, parodia di quella di un maggiordomo.
Il carattere lo fissa Carlo Goldoni: ne Il servitore di due padroni Brighella è il proprietario della locanda, testimone di nozze di Silvio e Clarice nonché amico di Pantalone, e da personaggio senza scrupoli capisce l'inganno di Beatrice ma non lo svela. Alla diffusione del nome contribuiscono Carlo Cantù e Francesco Gabrielli, con cui il ruolo si espande fino ad assumere parti di protagonista, e alla fine del Settecento Atanasio Zannoni con le sue antologie di atti scherzosi e buffi brighelleschi.
La parlata resta un marchio di fabbrica: dialetto bergamasco con singolari accentazioni, o un colorito vernacolo bergamasco misto con quello veneto, con cui si presenta dicendo «mi son mo insigne né le furberie e le più mele le ho inventate me». Con il passare dei secoli migliorò nel carattere e mitigò le proprie scelleratezze, diventando servo fedele e saggio, tutore di padroncini scapestrati, albergatore avveduto o buon padre di famiglia. Nel frattempo aveva anche acquistato un titolo: Brighella Cavicchio di Val Brembana.
Chi lo tiene in vita, e la festa in cui si vede
La maschera rischiava di restare nei libri. Nel 2004 Stefano Folzi cambia il nome del gruppo folk in Brighella di Bergamo per valorizzare la famosa maschera bergamasca dimenticata dai bergamaschi, e dal 2005 la interpreta lui: oggi è considerato l'ultimo Brighella.
Intorno c'è un gruppo folcloristico, «Brighella e la Torre Campanaria», nato per restituire voce alla Bergamo di fine Ottocento, con coreografie curate dal fondatore Franco Folzi e dal figlio Stefano: quadriglie, mazurche e marcette eseguite da gruppi di 4, 6 o 8 coppie, con musica dal vivo di fisarmonica e percussioni, e un repertorio che va dalle composizioni originali ai canti della tradizione lombarda e bergamasca del Novecento. Un'altra associazione, «Brighella e la torre campanaria» di Comun Nuovo, prende il nome dalla maschera.
Il carnevale di Bergamo è quello di Mezza Quaresima, storicamente in programma la quarta domenica di Quaresima, e riempie il centro di carri allegorici, maschere tipiche e gruppi danzanti lungo il percorso che dalla stazione porta a Piazza Pontida. Ad aprirlo sono tre colpi di cannone che risuonano dalle storiche Mura, e gran cerimoniere è il Duca di Piazza Pontida, che guida il corteo e alla fine consegna i premi ai migliori carri.
In chiusura c'è il Rasgàment de la Ègia: un fantoccio raffigurante una brutta vecchia signora, che incarna i disagi e i servizi malfunzionanti dell'anno, viene segato in pubblico e poi bruciato in piazza.