Gioppino a Bergamo - I tre gozzi che ostenta come gioielli di famiglia
Gioppino, in bergamasco Giopì, è la maschera di Bergamo, in Lombardia, e si mostra fra febbraio e marzo. Quasi tutte le maschere nascondono un difetto sotto il costume: lui lo mette in mostra, perché la sua principale caratteristica fisica sono tre grossi gozzi, che chiama le sue granate o coralli e che ostenta non come un difetto fisico, ma come veri e propri gioielli, essendo essi il blasone di famiglia. È nativo di Zanica, rozzo nei modi ma astuto, e porta sempre con sé un bastone chiamato «ol sügamà de la pórta», e a Bergamo e provincia il suo nome dialettale indica in modo generale tutti i burattini.
Perché tre
Il gozzo non era un'invenzione comica: era la malattia della provincia. Nei tempi passati il fenomeno era piuttosto diffuso nella bergamasca e in altre zone d'Italia, perché l'alimentazione povera e la mancanza di sali di iodio nelle acque causavano disfunzioni alla tiroide, e la ghiandola si ingrossava a volte in modo davvero vistoso, in qualche caso formando anche un doppio gozzo.
E qui sta la battuta, che è insieme un vanto: «Gioppino, essendo una persona speciale, di gozzi ne ha addirittura tre.»
Giopì de Sanga
Il nome bergamasco è Giopì, che si pronuncia «Giupì», ed è la forma abbreviata di Giuseppino; per esteso è Giopì de Sanga, cioè di Zanica, ed è nativo di Zanica, in provincia di Bergamo.
Ha una famiglia al completo. È nato da Bortolo Söcalonga e Maria Scatoléra, vive a Zanica con la moglie Margì e il figlio Bortolì — detto anche Pissambraga — e la tradizione popolare gli attribuisce anche un fratello di nome Giacomì, mentre i nonni materni sono Bernardo e Bernarda. Di Margì «si dichiara innamoratissimo», anche se in un altro racconto «Gioppino è innamorato della bella Rosina e ne è geloso alla follia».
Un contadino con «scarpe grosse e cervello fino»
Di mestiere fa il facchino e il contadino, professioni che di fatto non pratica, preferendo guadagni occasionali meno faticosi: non ama lavorare, perché a lavorare ci si stanca e si suda.
È il classico contadino con «scarpe grosse e cervello fino»: rozzo nei modi e poco istruito, ma astuto e ricco di saggezza popolare, di carattere docile e bonario. Ama mangiare e bere, soprattutto a sbafo, e il suo piatto preferito è la polenta accompagnata dal salame e dai cotechini alla griglia — ma anche «polènta e osèi», e qualsiasi companatico va bene, il tutto annaffiato da buon vino rosso. Per il cibo e per il vino, avverte una fonte, non ci sono limiti di quantità.
Il bastone che si chiama «ol sügamà de la pórta»
Sotto la bonarietà c'è un randello, e Gioppino lo usa. Porta sempre con sé un bastone che non disdegna di usare per far intendere la ragione, sempre comunque a vantaggio dei piccoli e degli oppressi, e quel bastone ha perfino un nome: «ol sügamà de la pórta».
Non sopporta i prepotenti: quando vede una prepotenza interviene, e ha combattuto contro ogni tipo di «cattivo», ma anche contro i gendarmi austriaci che governavano a Bergamo quando lui è nato, se se la prendevano con qualcuno solo per esercitare il potere. Contro i Francesi e gli Austriaci, scrive chi lo racconta, «svolse un'azione patriottica».
Verde orlato di rosso
Il costume più ricorrente è di grosso panno verde orlato di rosso, con un cappello «alla contadinesca» dello stesso colore, calzettoni a righe orizzontali bianche e rosse e scarponi. Una descrizione più minuta aggiunge pantaloni al ginocchio verdi con bordure rosse, gilet rosso con bordure verdi, giacca verde con bordure rosse, camicia bianca e cappello nero o verde bordato di rosso, simile nella forma al «saturno» dei preti; e osserva che quei colori ricordano quelli della bandiera italiana, a causa dell'epoca in cui è nato.
Non tutte le descrizioni coincidono: un'altra lo vuole con un corto giubbetto color marrone orlato di rosso, panciotto fantasia, calze grossolane a righe, cappello di feltro floscio e una parrucca nera che termina in un codino rosso ritorto all'insù. Una terza, quella del gruppo folkloristico dei Gioppini, data la definizione dell'abito tradizionale al XVIII secolo e la descrive rovesciata: cappello nero orlato di rosso, giubba rossa orlata di verde, calzoni scuri, camicia aperta.
Nato in baracca, e forse molto prima
Sulla data si va per indizi. La versione corrente dice che Giopì nasce in baracca come burattino all'inizio del 1800, nella provincia di Bergamo, per poi diventare rappresentante della città; e il vestito lo confermerebbe, visto che monsignor Chiodi nota che è quello dei rivoluzionari francesi, e che la divisa dei soldati cisalpini ricorda il suo abbigliamento.
Ma il burattinaio Battaglia tenne le sue rappresentazioni in Piazza Vecchia, in Città Alta, dal 1820 al 1834, «ed è probabile che Gioppino esistesse già molto tempo prima di allora». Due indizi lo spingono indietro di secoli: un sonetto di Peder da Serniga del 1529 nomina un certo «Jopilach», e una supplica del 22 dicembre 1700 registra la richiesta di erigere sotto i portici del Palazzo della Ragione una baracca per far ballare i burattini.
A dargli corpo furono i burattinai Battista Battaglia, morto nel 1834, e Pasquale Strabelli (1804-1865) — Battaja e Pasqualì. Molto più tardi, nella seconda metà del Novecento, Benedetto Ravasio ne presentò al pubblico una versione non volgare, trasformando i vecchi canovacci della tradizione popolare, rivolti essenzialmente a un pubblico adulto, e rendendoli comprensibili e amati dai bambini.
A Bergamo, «giopì» vuol dire burattino
La misura della sua popolarità sta nel vocabolario. Gioppino è il personaggio più rappresentativo della tradizione popolare bergamasca e il protagonista assoluto del teatro dei burattini, e a Bergamo e provincia il suo nome dialettale indica in modo generale tutti i burattini, che si chiamano appunto «giopì» o «gioppini». L'aggettivo «gioppinorio» è usato oggi come sinonimo di bergamaschità, e «Il Giopì» è il nome dell'organo ufficiale del Ducato di Piazza Pontida.
C'è perfino chi ha messo in versi la rivendicazione. Negli anni Cinquanta i fratelli Astolfi facevano dire alla maschera di essere lei quella di Bergamo, e non Arlecchino o Brighella: «perché lur du de Bèrghem l'è ü pèss che i è 'ndàcc ivià» — quei due da Bergamo se ne sono andati da un pezzo — e al posto del bergamasco parlano il veneziano.