Il Signor Malfatto a Carpenedolo e il costume ispirato alla fotografia dei GOGHI
«El Sior Malfatt» è la maschera ufficiale del Gran Carnevale di Carpenedolo, in provincia di Brescia, in Lombardia. Rappresenta un contadino che lavora la terra e i campi, e nasce dall'incontro di due elementi caratteristici del paese: il Malfatto, il prodotto tipico per eccellenza, e la tradizione del Carnevale portata dal gruppo dei «Goghi», che fin dal primo Novecento costruivano carri mascherati e già da inizio secolo festeggiavano il sabato antecedente il martedì grasso. Il costume riprende quello ufficiale dei GOGHI, nel quale spiccavano i colori del verde.
Una maschera nata da un piatto
Carpenedolo ha una maschera ufficiale del Gran Carnevale, «El Sior Malfatt», e il nome dice già da dove arriva.
Chi l'ha disegnata ha messo insieme due cose che il paese aveva già. La creazione della Maschera ha preso spunto da alcuni elementi caratteristici del paese, il prodotto tipico per eccellenza — il Malfatto — e la tradizione del Carnevale portata dal gruppo dei «Goghi»: coniugando queste particolarità è stato «inventato» un personaggio che vuole essere rappresentativo del territorio, come un contadino che lavora la terra e i campi.
La spinta è arrivata dopo il successo del piatto: la maschera del «sior Malfatt» nasce per merito della Pro Loco dopo il successo che promuove a prodotto tipico il succulento piatto fregiato anche da De.C.O., e si pone tra le righe della storia locale, che è proprio la storia del paese.
Anche il costume ha un modello preciso, ed è una fotografia. Nella storia di Carpenedolo del cav. Umberto Treccani si può ancora osservare la foto dell'ultimo carpenedolese che indossa il costume ufficiale dei GOGHI (PI Bagnol): è quell'abbigliamento ad aver ispirato il look della maschera.
I Goghi e i carri del primo Novecento
I Goghi non sono un'invenzione recente. Vivevano a Carpenedolo degli intraprendenti cittadini detti «I GOGHI»: occuparono per anni e anni il loro tempo libero costruendo dei fantastici carri mascherati fin dal primo novecento, e il punto d'incontro erano due storiche osterie.
Avevano un calendario e un territorio. Già da inizio secolo festeggiavano il sabato antecedente il martedì grasso, preparando carri allegorici e facendo festa; si collocano geograficamente tra via Garibaldi e via Papa Giovanni, il quartiere Paradiso, e avevano un costume tradizionale dove spiccavano i colori del verde.
Il carnevale di Carpenedolo potrebbe essere stato portato proprio durante l'ultimo periodo di dominio veneto.
Gnocchi di erbe raccolte nei campi
Il piatto che dà il nome alla maschera ha origini altrettanto incerte. La paternità del «MALFATTO DI CARPENEDOLO», a dire il vero, non è proprio certificata. La tradizione locale li dà per nati a Carpenedolo; in ogni caso gli appartengono ormai da anni, e si parla di ricordi dell'800.
Il racconto più diffuso mette in scena dei forestieri con il fucile: tutto iniziò da dei cacciatori che venivano in queste campagne, che tra uno sparo e l'altro raccoglievano le erbe selvatiche e le portavano nelle osterie e nelle trattorie della zona, chiedendo di preparare Il Malfatto.
La ricetta è quella di una cucina di necessità. I Malfatti non sono altro che degli gnocchi preparati con verdure di campo, che possono variare in base al periodo o alla zona — tarassaco, cicoria selvatica, ma anche spinaci, bietole e verdure dell'orto, solitamente mescolate insieme. Alle verdure, una volta cotte, vengono aggiunti solo pochi ingredienti poveri: del pane raffermo grattugiato, del formaggio grattugiato, uova e poco altro; il composto ottenuto dovrà risultare morbido ma non troppo, e deve essere facilmente modellabile.
Il nome, del resto, è una dichiarazione di modestia. Il malfatto, di fatto, non ha un bell'aspetto: è praticamente uno gnocco allungato male, creato con pane amore e fantasia, per poi essere infarinato e bollito; quando galleggia, è pronto per essere scolato, e solitamente si condisce con un poco di formaggio, burro e salvia. È un primo piatto tradizionale della cucina bresciana, povero ma ricco di sapore.
Dietro c'è una memoria di fame. Si narra che le lontane generazioni carpenedolesi dovessero spesso fronteggiare la penuria di cibo, inventando ricette che ancor oggi sono attuali: il Malfatto fu creato con la materia prima che si trovava in qualsiasi campo — cicoria selvatica, tarassaco o dente di leone, bietole, erbette o altro, a seconda della stagione — e preparato con gli ingredienti a disposizione: pane raffermo, uova, sale, noce moscata, formaggio per chi lo possedeva, oltre a un pizzico di fantasia. Il tutto era trasformato in un gustoso primo piatto che a volte era anche l'unico.
Due settimane e la De.Co. del 2014
Oggi il piatto ha una carta d'identità. Nel 2014 ha ricevuto lo stato di De.Co., ovvero la denominazione comunale d'origine, ed è entrato a far parte dei prodotti De.Co. del comune di Carpenedolo; ben due sono le aziende che li producono.
Il calendario gli riserva più di un appuntamento. Parte della festa del patrono «San Bartolomeo» viene dedicata infatti anche a questo piatto; e poi c'è la stagione sua. Tra fine ottobre e metà novembre i ristoratori della zona gli dedicano due settimane circa offrendo una convenzione, un po' per parlarne e farli conoscere.
Poi c'è la gara che non finisce mai, e si combatte in casa. Ancora oggi, in ogni famiglia di Carpenedolo, nonostante la semplicità della ricetta, tutti sono convinti di avere un segreto, tramandato dalla bisnonna e nascosto in soffitta, e di portare sulle proprie tavole il Malfatto più buono in assoluto: chi mette l'erbetta, chi gli spinaci, chi la cicoria selvatica, chi l'amaretto, o ancora la ricotta, o il pandolce; chi lo condisce col sugo rosso, chi usa il burro e chi solo olio, formaggio padano o reggiano. L'importante è che il malfatto sia nostrano.