Meneghino a Milano - Il servo della domenica che non porta la maschera
Meneghino è la maschera di Milano, in Lombardia, e sfila con la moglie Cecca nel Carnevale ambrosiano, fra febbraio e marzo. «A differenza di molti personaggi della commedia dell'arte, egli non indossa una maschera» e «gira per le strade di Milano a volto scoperto»: lo si riconosce dal cappello a tre punte sopra la parrucca col codino e dalle calze a righe. È nato in teatro, creato da Carlo Maria Maggi, e il nome viene dal servitore che i «mezzi-signori» assumevano solo per la domenica.
Un servo che lavorava solo la domenica
Meneghino è il diminutivo milanese di Domenico — Menegh — e dietro c'è un'usanza precisa della città: fra il XVI e il XVIII secolo alcuni «mezzi-signori» tenevano «un servitore solo per le domeniche o per particolari occasioni», non potendosi permettere la servitù tutti i giorni come i nobili veri.
Quel servitore serviva nelle giornate di festa: «per andare a messa il Domenichino era colui che apriva la porta della carrozza al suo arrivo e aiutava i signori a scendere». E faceva anche da maggiordomo, «compresa quella di accudire alle capigliature delle signore»: da lì il cognome che la maschera porta a teatro, Pecenna, che in milanese vuol dire pettine. In una commedia del 1698, presentandosi al giudice, si dichiara «Meneghino Babbeo, figlio di Marchionne detto il Gengiva».
Nato in un'estate del 1695
«Era l'estate del 1695 quando, sul palco di un teatro milanese, apparve per la prima volta Meneghino, creato da Carlo Maria Maggi» (Milano 1630-1699), nella commedia «Il manco male», dove però era ancora un personaggio secondario.
È più centrale ne «Il Barone di Birbanza» e diventa protagonista ne «I consigli di Meneghino», del 1697. In scena fa quasi sempre il servo, «saggio e brillante»: «ora al servizio di Polidoro (giovane rampollo, di ricca famiglia, alla ricerca di una sposa), ora di Fabio (ragazzo di nobile famiglia che vuole sfuggire al matrimonio combinatogli dal padre), ora invece servo di un anziano e malato signore che corre il rischio di essere raggirato» — anche se nei secoli gli capiterà di fare pure «il padrone, il contadino e il mercante».
Sulle sue ascendenze, «secondo alcune ipotesi» Maggi lo avrebbe derivato da Menghino de «La Lena» di Ariosto o da Menego del «Dialogo facetissimo» del Ruzante, entrambi del 1528, ma «le caratteristiche di Meneghino sono però nettamente diverse». Il personaggio deriva invece dallo Zanni, il servo spiritoso del teatro comico.
Onesto, diretto, e sfacciato con i nobili
Il carattere sta in poche parole: onestà, sincerità, «un forte senso di giustizia». È «gente del popolo», anche se per lavoro frequenta la nobiltà — una nobiltà che «non disdegnava di mettere alla berlina», con arguzia e «un po' di ben celata sfrontatezza».
Un po' rozzo ma capace di raffinatezza quando serve, allegro, sbrigativo, generoso, amante della buona tavola e in particolare del panettone: è il milanese del detto «Milan cònt el coeùr in man», al punto che il suo nome è passato alla città intera. Da personaggio teatrale, «Meneghino è diventato sinonimo di milanese».
Il tricorno, il codino e le calze a righe
Il costume cambia nei dettagli da una versione all'altra. La versione più diffusa lo vuole con cappello a tre punte sopra una parrucca nera col codino, giacca lunga, gilet fiorito giallo su camicia bianca, pantaloni corti al ginocchio e verdi, calze a righe bianche e rosse, scarpe nere con fibbie.
Luigi Rasi, agli inizi del Novecento, lo descrive con una «giacca di color verde scuro, inquartata, con fodera, orlatura e bottoni rossi» e un cappello nero di feltro orlato di rosso, e paragona l'insieme al costume della maschera piemontese Gianduja, «basato su quello dei paesani dei primi del Settecento». In un'altra versione la giacca è «lunga rossiccia e marrone o verde», la camicia «giallino chiaro» e le scarpe marroni, e in mano compare «spesso un piccolo ombrello rosa» come firma di scena. Una versione «meno nota» comprende invece «una veste di tessuto bianco a maglia, lunghe calze verdi, una cintura e scarponi di cuoio».
La Cecca
Accanto a lui, nelle sfilate del carnevale ambrosiano, c'è la moglie Cecca — diminutivo dialettale di Francesca — che come lui va a volto scoperto.
All'inizio dell'Ottocento la coppia era «Meneghin Pecenna» e «Cecca di Birlinghitt»: il soprannome di lei veniva dai «berlinghitt», «nastri e ornamenti di scarso valore utilizzati nell'abbigliamento femminile», e la dipingeva come «il prototipo della donna tutta fronzoli e cerimonie». Il suo abito è rimasto quello: calze azzurre, grembiule bianco su una sottana granata a pallini bianchi, corsetto di velluto nero con pizzi bianchi e bottoni d'oro, scialle di tulle sulle spalle, la cresta pieghettata alla brianzola in testa e gli zoccoli di legno ai piedi.
Prima di lui c'era Beltrame
Meneghino non è la prima maschera di Milano: prima c'era «Beltrame da Gaggiano», il "Beltramm de Gaggian", che veniva dalla Bassa milanese e compare nei canovacci del Cinquecento. Lo chiamavano anche «Beltramm de la Gippa», dalla «casacca molto ampia che indossava abitualmente»; era «tipo di sempliciotto milanese», un servo buono e ingenuo, spesso vittima di beffe, e indossava una maschera marrone sul volto. Anche lui aveva una compagna: «nel tempo gli fu affiancata la moglie Beltramina, astuta e intraprendente, che riusciva sempre a tirarlo fuori dai guai».
«Fino alla fine del XVI secolo Beltrame fu molto popolare, ma venne progressivamente sostituito da Meneghino, ritenuto più moderno e adatto alla nuova società milanese.» Prima ancora di Beltrame c'era stato il Lapoff, «una specie di Pierotto cittadino» vestito di bianco, con «grossi bottoni neri per chiudere la giubba».
Dalla scena alle barricate del 1848
Dopo la morte di Maggi, e con i cambiamenti dovuti alla nuova amministrazione austriaca, il personaggio «sembrò sparire progressivamente». A tenerlo in vita furono i poeti: si firma «Meneghin Balestreri» il poeta Domenico Balestrieri, nelle «Lagrime in morte di un gatto» (1741) e nelle «Rimm Milaness» (1744); Parini gli dedica un sonetto nel 1780; e soprattutto Carlo Porta lo rilancia al punto «da poter essere considerato come un secondo creatore» — a partire da «El lava piatt del Meneghin ch'è mort» (1792) — dandogli «un linguaggio brillante e un'arguzia ricca di amarezza» e togliendogli ogni riguardo verso i nobili.
Nel XIX secolo Meneghino «uscì dal teatro per diventare un simbolo della ribellione antiaustriaca». L'attore Giuseppe Moncalvo gli dà «una connotazione patriottica in particolare nel 1848» e lo usa «per prendere in giro gli oppressori stranieri, venendo per questo multato e incarcerato»; durante le Cinque giornate di Milano «la maschera di Meneghino venne esposta nella resistenza sulle barricate».
Dopo Moncalvo e Luigi Preda «il personaggio scomparve progressivamente dalle scene teatrali e rimase solo nel teatro delle marionette e dei burattini». Oggi «la maschera di Meneghino esiste a Milano soltanto con i Burattini Aldrighi, unica compagnia a portare avanti la tradizione».
La casa di Meneghino
Nel carnevale, invece, la coppia ha guidato a lungo il corteo: nella seconda metà dell'Ottocento Meneghino e Cecca erano «a capo del corteo che dava inizio alla festa», inauguravano la Fiera di Porta Genova, e nel 1890 gli fu costruita perfino «una "casa di Meneghino" come punto di partenza del corteo».
La mascherata è poi passata di mano due volte: promossa dall'associazione Famiglia Meneghina, fondata nel 1924, e ripresa dopo la Seconda guerra mondiale dal Circolo Ambrosiano Meneghin e Cecca, dal 1948. «Una vera persona di Meneghino non è mai esistita», anche se attori celebri come Giuseppe Moncalvo e Luigi Preda l'hanno «mirabilmente impersonato e fatto vivere sulle scene».