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Carnevale · Storia e origini

Carnevale - storia e origini della festa più colorata

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Carnevale è il tempo del mondo alla rovescia che precede la Quaresima: si rovesciano i ruoli sociali, si portano le maschere, e la festa si chiude con il processo e la messa a morte del Carnevale, sul quale si addossano tutti i mali della comunità. È stato ricondotto ai Saturnali romani, i giorni in cui gli schiavi erano serviti dai padroni, e al Navigium Isidis, la processione del carro navale della dea Iside. Non cade mai nello stesso giorno: la sua data dipende da quella della Pasqua, e in anni non bisestili il martedì grasso cade fra il 3 febbraio e il 9 marzo, alla vigilia del mercoledì delle ceneri, quando comincia la Quaresima; dove si segue il rito ambrosiano si finisce quattro giorni dopo, il sabato.

Perché cade quando cade

La data del Carnevale dipende dalla Pasqua, e la Pasqua cade la prima domenica dopo la prima luna piena dell'equinozio di primavera, dal 22 marzo al 25 aprile. Da lì si conta all'indietro: partendo dal giorno della Pasqua si devono sottrarre sei settimane; le ultime cinque prima di Pasqua sono di Quaresima, e la settimana precedente a questo periodo è quella in cui si festeggia il Carnevale.

In anni non bisestili martedì grasso cade dal 3 febbraio al 9 marzo. Il momento culminante si ha dal giovedì grasso fino al martedì, ultimo giorno di carnevale, mentre la fine del Carnevale coincide con il martedì grasso, il giorno che precede il mercoledì delle ceneri che segna l'inizio della Quaresima.

Ci sono due eccezioni. Dove si segue il rito ambrosiano l'ultimo giorno non è il martedì grasso ma il sabato, ovvero quattro giorni dopo: la tradizione vuole che il vescovo sant'Ambrogio fosse impegnato in un pellegrinaggio e avesse annunciato il proprio ritorno per carnevale, e la popolazione di Milano lo aspettò prolungando il carnevale sino al suo arrivo. L'altra è la tradizione della Tabernella nell'arcidiocesi di Lucca, che tira fino alla prima domenica di Quaresima.

L'inizio, invece, non lo sa nessuno

Non esiste un annuncio di inizio, il carnevale comincia un po' in sordina con la presenza di coriandoli sulle strade e qualche bambino mascherato.

Le date d'inizio cambiano da posto a posto: il 26 dicembre, l'Epifania, spesso il 17 gennaio (giorno di sant'Antonio abate), il 2 febbraio (la Candelora); altrove si indica la prima domenica del Tempo Ordinario, cioè la prima domenica dopo l'Epifania, tra il 7 e il 13 gennaio, o la Domenica di settuagesima, o il giorno di santo Stefano. Per i più, però, è il 17 gennaio.

E c'è un giorno che rompe pure la Quaresima: il «giovedì di metà Quaresima», quando tradizionalmente è concesso festeggiare nuovamente una specie di Carnevale, spezzando così il lungo periodo della penitenza quaresimale, con il gesto di bruciare «La vecchia» — un fantoccio fatto di paglia e stracci che rappresenta l'inverno, il digiuno e l'anno vecchio — oppure di segarla a metà.

Tre ipotesi sul nome, e nessuna vinta

L'etimologia più diffusa lega la parola al cibo che si smette di mangiare: l'etimologia corrente risulta essere ancora il basso latino carne(m) levare, alludendo ai giorni che precedono la Quaresima, periodo di digiuno nelle religioni cristiane, e il sinonimo antico carnasciale avrebbe un'origine simile: carne(m) laxare.

Il linguista Clemente Merlo, nel saggio I nomi romanzi del Carnevale (1911, 1934), osserva che secondo questa spiegazione l'idea insita nel Carnevale non sarebbe tanto il godimento della festa, quanto la privazione, ossia il digiuno dalla carne richiesto dalla Quaresima.

C'è poi una seconda ipotesi, più antropologica: secondo l'antropologia, la parola carnevale deriverebbe dal latino carnal vale («carnale addio»), e il carnevale non sarebbe altro che il simbolo di una fine — l'addio, in latino vale — che segna un nuovo inizio. E una terza, che sposta tutto sull'acqua: il nome verrebbe dal «carro navale», cioè una specie di carro allegorico a forma di barca. Le prime testimonianze dell'uso della parola «carnevale» vengono dai testi del giullare Matazone da Caligano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400.

Dai Saturnali: quello che torna e quello che non torna

Il carnevale è stato ricondotto anche ai Saturnali, festa romana dedicata al dio Saturno che si svolgeva dal 17 al 23 dicembre: erano giorni di allegria, abbuffate, scherzi; si organizzavano banchetti in cui gli schiavi erano serviti dai padroni e si eleggeva il Rex Saturnaliorum. Il re dei Saturnali è stato associato al «re del carnevale», burlesca autorità che personifica la festa e appare in molti carnevali, e il rovesciamento dei ruoli sociali è un altro elemento considerato in comune da alcuni studiosi.

I Saturnali non erano caratterizzati dalle maschere, invece essenziali nel carnevale.

Prima ancora dei Saturnali ci sono altri antenati possibili: le Dionisie greche, le antesterie, e in Babilonia, poco dopo l'equinozio primaverile, la lotta fra Marduk e il drago Tiamat, con una processione che portava una nave a ruote su cui il dio Luna e il dio Sole percorrevano la grande via della festa. In questi riti torna la confusione delle forme, illustrata dallo sconvolgimento delle condizioni sociali — nei Saturnali lo schiavo è promosso padrone, il padrone serve gli schiavi; in Mesopotamia si deponeva e si umiliava il re — e il bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente abolendo il tempo trascorso e riattualizzando la cosmogonia.

La nave di Iside, e i carnevali sull'acqua

Il linguista Mario Alinei riconduce il nome al rito del Navigium Isidis: le origini del nome Carnevale sarebbero da ricondurre al carrus navalis, ossia il carro della dea Iside, portata in processione come patrona dei navigatori su un battello a ruote, tra le danze e i canti della popolazione. Il culto isiaco si teneva nelle città marittime e fluviali il 5 marzo, quando si riapriva la navigazione, e i rituali cominciavano all'alba: il carro, custodito durante l'inverno nel tempio, veniva trasportato in mare, o sul fiume.

I più famosi Carnevali, con i loro «carri navali» allegorici, sono quelli che si festeggiano, o si festeggiavano, in città sul mare, come Viareggio, Venezia e Rio de Janeiro, o su grandi fiumi, come Colonia e Basilea sul Reno, e Roma sul Tevere.

Di quella festa abbiamo perfino la cronaca dei costumi, scritta da Lucio Apuleio ne Le Metamorfosi: «C'era uno vestito da soldato con tanto di cinturone, un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca», e poi il finto gladiatore, il finto magistrato con i fasci e la porpora, il finto filosofo con la barba da caprone. Secondo Alinei quella festa cessò ufficialmente di essere celebrata in Italia nel 416, per continuare però a livello popolare con il nome di Carnevale.

Che cosa significa davvero: le maschere sono i morti

Nel V secolo comparvero divieti e critiche a mascheramenti che avvenivano nei primi giorni di gennaio: da cervo, da cavallo, da vecchia, fatti di pelli, paglia o altri materiali poveri, e furono condannate perché cambiavano l'aspetto dell'uomo, fatto a immagine di Dio, e perché i mascherati sembravano posseduti dai diavoli — lo annotava Italo Sordi nel saggio Interpretazioni del carnevale (Grafo Ed., 1982).

Il significato che gli studiosi ricostruiscono è questo: in primavera, quando la terra comincia a manifestare la propria energia, il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi, e le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate: per questo si prestano loro dei corpi provvisori, che sono le maschere. Da qui il carattere delle più antiche: Arlecchino — che deriva da Hellequin, figura diabolica medievale — Pulcinella, gli Zanni, e in Sardegna i mamuthones e gli issohadores, che più di tutti testimoniano l'origine infero-demoniaca.

Il processo e la messa a morte del Carnevale, sul quale si addossano tutti i mali della comunità, è la parodia di un vero e proprio processo con imputato, avvocato difensore, pubblico ministero e altri personaggi, e in diversi Carnevali il martedì grasso si rappresenta, spesso con un falò, la «morte di Carnevale». Il permesso sta in una frase latina, semel in anno licet insanire, una volta all'anno è lecito impazzire, formulata da Seneca — con l'aggiunta di Orazio, dulce est desipere in loco, com'è piacevole scatenarsi nel posto adatto.

Le autorità possono essere vilipese e schernite senza rischiare frustate e galera, ma tollerano che il popolo le irrida purché entro la cornice prestabilita da loro stesse. Per Michail Bachtin, creando un mondo alla rovescia, il carnevale è una sorta di riequilibratore sociale, permettendo l'abolizione temporanea dei rapporti gerarchici e dell'autorità.

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