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Tarlisu a Busto Arsizio - La fodera dei materassi tessuta con tre licci e tre pedali

4 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Tarlisu è la maschera tipica di Busto Arsizio, in provincia di Varese, e non è un personaggio ma un tessuto: il traliccio a righe bianche e marroni con cui si foderavano i materassi. Il costume ne ripete le bande verticali bianche e grigio-beige, con gilet bianco e cappellino conico a spicchi bianchi e rossi come lo stemma municipale. La maschera esce a Carnevale, fra febbraio e marzo, riceve dal sindaco le chiavi della città e sfila sul carro che chiude il corteo. Nata al carnevale del 1949, è stata proclamata maschera tipica della città il 16 marzo 1983.

Il nome viene dal telaio

Il tessuto è «così denominato dal tipo di telaio a mano che lo produceva e nel quale agivano alternativamente tre licci che formavano il disegno a spiga molto fitta ed azionati da tre pedali».

Sul telaio «i tessitori e le tessitrici bustocche lavoravano con le mani sulla cassa per l'infilaggio della navetta e con i piedi sui pedali per il pilotaggio dei licci».

Che cosa serviva a fare

«Rappresenta il tessuto utilizzato per la fabbricazione del rivestimento dei materassi, da cui deriva il nome "Tarlisu", in italiano "traliccio".»

«La maschera prende il nome da un tipo di tessuto inventato dai bustocchi probabilmente agli inizi dell'800 (o anche prima) e usato come fodera dei materassi.»

La scheda tecnica, dentro una delibera comunale

L'atto con cui la Giunta Municipale ha proclamato la maschera descrive il traliccio come la «denominazione consuetudinaria di un particolare tipo di tessuto ("cruciata" o federa per materassi e cuscini, composta di un ordito da 36 fili al cmq. di cotone "water 16" o "ritorto 32" a 2 capi, tramato con cotone "Trama 12" a 22 battute o inserzioni al cmq.)», ed è «particolarmente idonea per le sue caratteristiche a mantenere all'interno piumino d'oca o la lana di pecora», «tinteggiata a righe bianche e marroni».

Ne esistevano altre due versioni: «prodotta anche in altre due versioni la più robusta detta "tarlison" contenente ben 60 battute o inserzioni al cmq. e la più andante "tarlisen" con meno di 22 battute».

Il costume che ne è uscito

Il vestito della maschera è «a bande verticali di larghezza irregolare, colori alternati bianco e grigio-beige».

Il vestito è «corredato da gilet bianco con tasche e bottoni Rossi e cappellino conico a spicchi bianchi e rossi in richiamo dello stemma municipale di Busto Arsizio».

Il 1949, e le due maschere battute

«La nascita della maschera deve farsi risalire quantomeno al carnevale del 1949», quando il Tarlisu «era stata già utilizzata ed eletta maschera bustocca».

Fu «preferita alle maschere del Rebilì (che richiamava il carrettiere bustocco che, per tre giorni, si proclamò re della città nel 1814) e Ul Bundanza».

La storia del Tarlisu risale a ben prima che nei primi anni '80 del XX secolo la maschera venisse «reinventata» e poi dichiarata ufficialmente maschera della città di Busto Arsizio.

L'atto formale del 1983

La maschera è «ufficializzata il 16 marzo 1983 con Deliberazione 313 della Giunta Municipale», che decide «di proclamare a tutti gli effetti Maschera tipica della Città di Busto Arsizio il TARLISU».

La delibera riconosce che l'iniziativa del carnevale è stata assunta dalla «"Famiglia Sinaghina", uno dei sodalizi cittadini più attivi nella riscoperta e nella conservazione delle tradizioni locali», che aveva proposto «il rilancio di una delle suddette maschere locali, e precisamente il Tarlisu». L'ideatore delle maschere moderne è Giovanni Sacconago, «il patron del carnevale bustocco, scomparso nel 2013», padre del Carnevale bustocco.

Perché una città sceglie una stoffa

Il traliccio era «tessuto prodotto sempre in quantità predominante nei tanti opifici della città», divenuta «famosa anche all'estero per la sua produzione ed esportazione cotoniera tanto da essere chiamata la "Manchester d'Italia"».

«Tale tessuto ebbe un notevole successo e venne esportato in tutto il mondo insieme alla bombasina (tela per fare lenzuola), grazie soprattutto all'opera dal pioniere bustese dell'esportazione cotoniera italiana, Enrico dell'Acqua».

Il Tarlisu e la Bumbasina «sono entrambe riferite alle tradizionali attività della tessitura, il primo al tessuto detto "traliccio", "cruciata" o federa per materassi e cuscini, a righe bianche e marroni, la seconda relativa alla bambagia, o "bombasina"». Insieme «rappresentano quindi il passato industriale della città e il suo spirito intraprendente e laborioso».

Il discorso alla città

Il sindaco «ha consegnato le chiavi della città alla maschera bustocca che governerà nella settimana del Carnevale».

Accompagnato «dalla Bumbasina e dalla piccola Tarlisina», il Tarlisu snocciola i conti in sospeso della città: «l'ex-Calzaturificio Borri sta crollando», «i camini di quella che fu soprannominata la Manchester d'Italia stanno sparendo», la caserma dei carabinieri «finita e mai aperta», il parcheggio sotterraneo sparito, il palaghiaccio, la stazione dei pullman «e le buche nelle strade».

«Il sindaco ha battezzato la Tarlisina con il nome scelto con apposito concorso dai bambini delle scuole mentre il Tarlisu ha rivelato il soprannome che sarà quello di fudreta (fodera del letto)».

Il posto nel corteo

Durante il periodo del Carnevale si svolge una sfilata in maschera e di carri allegorici delle associazioni e dei gruppi folkloristici. «Protagonisti saranno come sempre il carro del Tarlisu (in chiusura) e quello della Bumbasina (in apertura)», e «chiude, come da tradizione pluridecennale, il carro del Tarlisu (a cura della Famiglia Sinaghina)».

Sul carro ci sono «il Tarlisu, la Bumbasina e la Fudreta circondati da tanti piccoli "Tarlisini"».

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