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Bove Finto a Offida - La caccia farsesca del venerdì

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il venerdì grasso, a Offida, in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche, un bue di legno e ferro coperto di panno bianco corre per i vicoli inseguito e istigato da tutto il paese. «Lu bov fint è una farsesca caccia ad un finto bue, che oggi sostituisce quello vero utilizzato nelle prime rappresentazioni» — ed è una caccia in cui «l'animale non combatte contro un singolo individuo, ma contro tutti».

Lo steccato nei registri del 1445

Che a Offida si cacciasse il bue è documentato prima ancora del carnevale che conosciamo. «Quel ludus tauri, gioco del toro, tanto amato dall'antica Italia, era praticato anche ad Offida, come testimoniato dagli antichi registri contabili della città di Fermo e risalenti al 1445-1460, dai quali si evince con chiarezza dell'acquisto di uno steccato per il bove.»

Lo steccato era la struttura che rendeva possibile lo spettacolo: «la recinzione di legno che veniva fatta nella piazza del popolo per dividere il luogo dell'azione dagli spettatori, formando per questi apposite gradinate tanto da costituire un "anfiteatro" fittizio». Nelle autorizzazioni del 1821 e del 1827 si parla addirittura di palchi per gli spettatori.

A costruirlo era il macellaio. Negli appalti del Macello pubblico di Offida — quelli del 19 marzo 1786, del 1789, del 1802 e del 1804 — compare l'obbligo «di fare lo steccato dentro al Carnevale a requisizione del Magistrato», insieme alla fornitura di sego «in beneficio del pubblico Teatro».

Non era una stranezza locale: la tradizione «affonda le radici nelle antiche "cacce al bove" e negli "steccati" diffusi tra Marche, Umbria e Lazio tra Seicento e Ottocento», spettacoli che mettevano in scena «la lotta tra uomo, cane e toro, con modalità differenti rispetto alla corrida iberica».

E in che cosa consistesse la caccia, letteralmente, lo dice un documento d'archivio: «i cani addestrati tentavano di immobilizzare i buoi azzannandogli la radice dell'orecchio, mentre i buoi li respingevano a cornate». Non era nemmeno una faccenda di un paese solo: «a Offida si invitavano quelli dei paesi vicini, quali Fermo, Ascoli, Montalto, Ripatransone, Grottammare, San Benedetto, Santa Vittoria, Porto di Fermo, Monterubbiano e Cossignano; tutte comunità dove nel periodo tra settembre e febbraio si svolgevano simili divertimenti».

Il filo risale ancora più indietro. La caccia «si ricollega direttamente alle origini del Carnelevarii romano antico e medioevale», e si hanno notizie di venationes «durante il Carnevale a Roma sotto il pontificato di Papa Leone X, nel primo decennio del 1500», mentre «una caccia come quella offidana si compiva a Testaccio durante il Carnevale romanesco fino al XIX secolo». Perfino gli statuti lo prevedevano: Baldassarre Baroncelli, «nel periodo in cui fu Senatore di Roma (1434), promulgò gli statuti dei macellai, dove è espressamente citato l'obbligo di fornire le bestie per il divertimento di Testaccio durante il Carnevale di Roma».

Il bue vero, e i documenti del 1819

Il bue è stato vero a lungo: «è certo che fino al 1819 il bue era vero», e le cronache attestano che «Offida organizzò l'ultima caccia reale nel 1849».

Di quell'anno restano due autorizzazioni. La prima, del 22 gennaio 1819, concede la caccia a condizioni precise: «che debba essere il bue mattato entro lo spazio di due ore finita la caccia e che la brigata dei carabinieri sorvegli sulla pubblica piazza perché non accada inconveniente alcuno». La seconda, del 12 febbraio, aggiunge che «entro il Carnevale per una notte abbia luogo la caccia al bue, osservate però le consuete prescrizioni sanitarie e politiche».

Lo stesso anno il paese chiese molto di più di una giornata: il permesso «richiesto per una trentina di giorni come “divertimento quasi sempre in uso in questo comune” fu concesso dal 28 novembre a tutto il carnevale, esclusi i Venerdì di avvento», con l'indicazione che «si eseguirà o nei giorni di Venerdì circa le 22, o nelle mattine dei giorni di Sabato dopo terminate le Sagre Funzioni» — e sempre «con l'obbligo di macellare il bue subito dopo».

Qualche anno prima, invece, l'autorità aveva provato a vietarla: «le autorità Napoleoniche tentano di vietare in ogni modo simili divertimenti», anche se una circolare del Prefetto di Fermo del 18 febbraio 1814 mostra una certa elasticità — e un giudizio che vale la pena leggere per intero: «quantunque li steccati sieno un avanzo di quel remoto barbarismo a cui i cuori Italici poco volentieri si adattano…».

Quando il bue vero venne sostituito, la costruzione del finto restò a lungo la stessa: un diario del 4 febbraio 1887 la descrive così — «prendono una scala di 5 o 6 piuoli, mettonvi degli archetti e ricopron tutto d'una coperta bianca; è il corpo del bue: all'un de' capi mettono una testa di bue dipinta ed un paio di corna; all'altro capo una coda; un uomo si mette sulle spalle la scala e il bue è fatto. Otto o dieci poi, vestiti di rosso, con in mano canne a cui han fissati fazzoletti pure rossi gli fan la caccia urlando e fischiando, i bimbi corrono dietro e il bue va correndo somministrando cornate da ogni banda».

La carne ai più bisognosi

Sul perché tutto questo sia cominciato, una fonte è netta: «le storie locali dicono poco o nulla sulle origini di questa singolare manifestazione.» Le ipotesi però sono raccontate, e sono tre.

La prima la lega alla Spagna: sarebbe «la rievocazione di antiche corride introdotte dagli Spagnoli in occasione della loro dominazione in Italia». La seconda è caritatevole ed è la più ripetuta: «la rappresentazione di un'antica usanza finalizzata ad allietare le mense dei poveri, consistente nel mettere a disposizione la carne di un bue precedentemente cacciato e mattato»; chi ricorda come funzionava lo conferma — la commissione che organizzava «si preoccupava di procurarsi il bove che veniva mattato, e la cui carne veniva distribuita gratis ai più bisognosi». La terza dice che il bove era un dono: «il dono di un bove da parte dei governatori della città alla popolazione nel periodo del Carnevale». C'era anche un comitato che se ne occupava: il Podestà e le altre personalità organizzavano tutto e si recavano in piazza a cavallo per proclamare alla popolazione le attività in programma.

Il venerdì grasso, dalle prime ore del pomeriggio

Oggi si comincia nel primo pomeriggio: il bove viene prelevato nella sede della Pro Loco, e da qualche anno è portato a spalla fino alla partenza. Il punto di partenza è cambiato — «oggi si parte direttamente dai cappuccini, davanti alla casa de lu falc', per poi avere la possibilità di trattenere più a lungo il bove in piazza» — e quel nome non è casuale: è l'abitazione di colui che, nel secondo dopoguerra, «ebbe l'animo di inventare letteralmente la giornata de Lu Bov Fint».

Poi comincia la corsa. «Gli abili portatori guidano i movimenti dell'animale, talvolta con ampie giravolte, spesso con corse e scatti repentini, provando a cogliere di sorpresa il pubblico assiepato ai lati o sotto i portici», mentre il bove «viene istigato da urla e schiamazzi di centinaia di persone sfrenate».

C'è un elemento che non si nasconde: «ad aumentare l'adrenalina contribuisce non poco il diffuso stato di ebbrezza dei partecipanti, in particolare quelli che stanno sotto il bove, costantemente riforniti di vino.» Chi ricorda le edizioni di un tempo aggiunge il dettaglio dei fischietti «ricavati dalle canne», distribuiti prima della partenza, e il fatto che «tutto si svolgeva nel massimo ordine e simpatica confusione». A guidare la corsa da dentro c'è una corda: tirata da una parte o dall'altra da chi sta sopra, serve a orientare meglio il bove.

Punti di ristoro lungo il percorso

La giornata ha un percorso fisso, e lungo quel percorso ci si ferma. «Ogni tanto ci sono dei punti di ristoro — chiamate tappe — dove chi vuole può bere e mangiare gratis», e a tenerle sono gli offidani stessi: «ci sono punti di ristoro dove le donne del paese offrono dolci, biscotti e soprattutto vino rosso.» Alcune congreghe hanno la loro tappa fissa, al Torrione.

Anche il trucco sul viso ha un'origine domestica: «i segni neri sul viso si sono sempre visti… in ogni caso ci si anneriva con un sughero bruciato: il sughero che serviva a tappare il vino.»

Il vestito è il guazzarò, forma dialettale da guazzarone o guazzone: un capo di tela, simile a una tunica, che un tempo uomini e donne indossavano per il lavoro nei campi. Non era però comodo per correre dietro al bove, e allora si rovistava nel baule delle donne: i mutandoni erano le vecchie mutande delle nonne, i calzettoni le loro calze — una veste comoda per correre, e anche buffa. Lu Guazzarò e la M'ntura, la veste più recente diventata tipica del giorno del Bove Finto, sono oggi iscritti tra le maschere del Centro Nazionale di Coordinamento delle Maschere Italiane.

Un bovetto di alluminio per i ragazzi

Perché anche i più piccoli potessero correre, a Offida ne hanno costruito uno su misura. Il bove «piccoletto» è nato nel 1980, «all'inizio per i ragazzini che non potevano partecipare il pomeriggio, in seguito come scappatoia alla bolgia pomeridiana».

La sicurezza ha imposto una modifica: «all'inizio il bovetto era tutto di legno, ma oltre ad essere pericoloso era estremamente fragile; così idearono il bovetto tutto in alluminio e interamente ricoperto di gommapiuma, per proteggere i ragazzi delle elementari e delle medie» — ce n'è uno ancora più piccolo per i bambini dell'asilo. Il muso «è opera dello scultore offidano Aldo Sergiacomi».

Addio Ninetta addio

Al buio la caccia finisce. «Dopo aver girato per tutte le vie, verso sera, in Piazza del Popolo il bove viene "matato" in una colonna del Palazzo Comunale e portato via al canto di addio Ninetta addio», che è l'inno ufficiale del carnevale offidano. Il gesto della morte, spiegano, «conserva la memoria di un sacrificio antico, ma depurato dalla violenza»: è «la teatralizzazione di un passaggio, dalla furia al canto». Il canto un tempo era solo a voce: la banda ad accompagnarlo è un'aggiunta degli ultimi trent'anni circa.

Il corteo che segue ha un percorso preciso: da Piazza del Popolo lungo il Corso Serpente Aureo, Piazza della Libertà, Via Garibaldi, Via del merletto, Piazza Vallorani e ritorno in Piazza del Popolo, con il bove coperto da un fazzoletto rosso sul muso.

E su come chiamarlo, un offidano mette in guardia: «non si deve chiamare processione, perché questo termine fa pensare a un momento triste, mentre non lo è affatto. Anzi, il bove morto provoca gioia.»

Le congreghe e le chiavi della città

Tutto questo sta dentro un carnevale che dura settimane: comincia il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, e finisce con le Ceneri. A tenerlo in piedi sono le congreghe, «nuclei aggregativi di amici e parenti», e ognuna «si dota di una sua organizzazione, una divisa, uno stendardo, una forma peculiare di partecipazione al Carnevale»; una fonte ne conta 34, con nomi che sono già un racconto — il Ciorpento, che è il serpente simbolo di Offida, la Ciuvetta, la Gabbia «perché ingabbia tutte le altre», la Mangusta «che ha sempre la meglio sul serpente». Fra i gruppi mascherati più vecchi c'è anche quello dei «Mus Nir», i musi neri: escono per primi, già nel primo pomeriggio, con tunica bianca e la faccia dipinta di nero, e camminano in silenzio, senza dare confidenza a nessuno.

Il loro momento è il giovedì: «la mattina del Giovedì Grasso ricevono in consegna, dal Sindaco, le chiavi della città e, da quel momento, il paese è simbolicamente nelle loro mani» — un'idea che risale alla fine degli anni Ottanta, quando il sindaco di allora la propose per la prima volta.

Quanto all'età di tutto questo, c'è una data d'archivio: «tra le pagine degli antichi statuti comunali il 1524 figura come il primo anno in cui, ufficialmente, la tradizione tipicamente offidana risulta attestata» — negli Statuta Ophydanorum si parla «di concedere al popolo una giornata di vacanza ai funzionari per il giorno del Giovedì grasso e la grazia della sospensione dell'amministrazione della giustizia nella settimana di carnevale». Cinque secoli, e un carnevale che resta «assai singolare»: «non ci sono carri, sfilate e cose del genere, non c'è mai stata una divisione in sestieri e nemmeno distinzione tra il ricco e il povero.»

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