Catlin-a a Biella - Il brivido che in Piemonte si chiama col suo nome
C'è un modo di dire che la tiene in vita fuori dal carnevale: «A l'è pasaie la Catlin-a» si dice ancora oggi in Piemonte quando si avverte un brivido. È passata la Catlin-a — cioè è passata la vecchia, e qualcosa di freddo ti ha sfiorato la schiena.
Pettegola, curiosa, e col timore di Dio
Chi la presenta come maschera del carnevale biellese comincia col dire quello che non è: Catlin-a non è una vecchia brontolona, ma è pettegola, curiosa e ha imparato a conoscere il mondo attraverso la cronaca spicciola del suo paese. È furba, talvolta maliziosa, ma tutta piena di timore di Dio.
Il suo momento migliore è quando esce dal paese: viene in città per accompagnare il marito e imita i complimenti e gli usi dei signori — la montanara che scimmiotta le buone maniere cittadine.
Insieme al compagno, le due maschere vogliono incarnare il buon senso e il senso pratico della gente biellese montagnina, dell'ingegno sottile, gente positiva che tiene alla sostanza e poco all'apparenza, e sono le rappresentazioni dei ceti popolari locali.
La cuffia di pizzo e il ventaglio nero
Il costume è descritto pezzo per pezzo: cuffia di pizzo bianco con nastrino rosso, scialle di pizzo bianco, vestito lungo color verde, grembiule rosso con inserti neri, mantella rossa bordata di verde, cesta di vimini, ventaglio nero.
La maschera biellese ha i colori invertiti, abito rosso e bordi verdi. Lui è il «vecchietto» Gipin, quello con scarpe grosse e cervello fine, e ha una sorta di alter ego nel gozzuto Giupin bergamasco.
Nelle sfilate la coppia non arriva a mani vuote: donano fiori a tutte le donne, oltre alle classiche caramelle per i bambini che incontrano lungo il percorso.
Camandona, 1911
La maschera ha un atto di nascita documentato e un paese d'origine. Il primo documento che parla della maschera biellese è il 1911, originario di Camandona, piccolo paese ai piedi delle Prealpi biellesi, ed è di lì che viene anche il compagno: chi rappresenta lo spirito della gente biellese è il contadino Gipin, originario di Camandona, insieme alla compagna Catlin-a.
L'altra faccia: la vecchia che si brucia
Accanto alla figura simpatica del corteo ce n'è una molto più antica e molto più dura, e il racconto non la attenua. Catlin-a è la vecchia, la véggia delle tradizioni popolari di molte valli piemontesi, e in quella veste finisce sul rogo: giunta alle soglie dell'esistenza terrena, sotto forma di fantoccio, viene bruciata nei falò del Carnevale e in quelli della festività di San Giovanni il 24 giugno, che corrisponde grosso modo al solstizio d'estate.
Le due letture convivono: da una parte la comare curiosa che va in città col marito, dall'altra il fantoccio della vecchia che brucia due volte l'anno — a carnevale, per chiudere l'inverno, e al solstizio, per aprire l'estate.