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Minoranze · Arbëreshë

Le Vallje a Civita e il riscatto dei prigionieri 2027

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
i primi tre giorni del mese di maggio
Dove nel vicinato, Frascineto

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: prolocodicivita.org, letta il 20/09/2026.

Le Vallje si tengono a Civita, borgo in provincia di Cosenza affacciato sulle Gole del Raganello, il martedì dopo Pasqua. Donne e uomini in costume tradizionale avanzano per le vie del paese tenendosi per mano o legati da un fazzoletto, cantando in lingua arbëreshe, e chiudono in cerchio i forestieri che incontrano, liberandoli solo dietro un'offerta di bevande e dolci. La tradizione rievoca la vittoria di Giorgio Castriota Skanderbeg su Kruja, il 24 aprile 1467.

La vittoria di Kruja del 1467

La tradizione albanese fa risalire le Vallje alla commemorazione di un avvenimento preciso: la vittoria riportata da Giorgio Castriota Skanderbeg, che alla guida di un piccolo esercito sconfisse le armate turche guidate dal rinnegato Balabano, salvando la cittadella di Kruja il 24 aprile 1467. Secondo il calendario Giuliano in vigore in quel tempo, il 24 aprile 1467 cadeva proprio nel martedì dopo la Pasqua, e da quel giorno la data non si è più spostata.

Il condottiero si chiamava Gjergj Kastrioti, e il nome con cui è passato alla storia significa "Principe Alessandro", cioè emulo di Alessandro Magno. Allo stesso Skanderbeg si deve uno dei flussi migratori che fra XVI e XVIII secolo diedero vita alla diaspora degli albanesi verso il Sud Italia: quello favorito dalla corte aragonese di Napoli, alla quale il condottiero e i suoi uomini avevano reso servigi militari. L'Arberia, il mosaico di comunità sparse per l'Italia, nasce dall'insediamento dei profughi albanesi sfuggiti nel XV secolo alle persecuzioni degli Ottomani, e in Calabria Citra le antiche costumanze si sono conservate quasi intatte. Le Vallje, del resto, in terra d'origine si eseguivano già per festeggiare i matrimoni e le vittorie del condottiero: solo nelle colonie italiane sono diventate il modo di rievocare la patria abbandonata. Il borgo, in arbëresh, porta il nome di Çifti.

Il ballo tondo e i portabandiera

La parola vallja in senso generico significa danza, ma presso gli arbëreshë indica soltanto la ridda, l'unica danza del repertorio albanese arrivata fino a noi, che prima della migrazione doveva essere ben più ricco. Non è una variante della tarantella calabrese: i ritmi sostenuti e fieri trovano riscontro nelle danze dei montanari del Dukagini, le montagne dell'Albania, della Rugova in Kossova e dell'Epiro, e la accompagnano chitarre, fisarmoniche e organetti.

Conosciuta anche come ballo tondo, si esegue con evoluzioni circolari che formano serpentine o un labirinto. A Civita la danzano prevalentemente le donne in costume, disposte a semicerchio, con due uomini alle estremità — i Kapureltë, chiamati anche flamurorë o flamurtarë, i portabandiera — che ne scandiscono il ritmo. Il gruppo si divide in file di sei o di dodici danzatori e procede lentamente, con passo elegante, alternando alla calma evoluzioni rapide e improvvise. L'avanzare è la marcia dell'esercito, le figure circolari ricordano l'accerchiamento del nemico, e l'energia crescente della danza celebra il trionfo finale. Le ridde, fino a qualche anno fa, si formavano nella gjitonia, il vicinato, e da lì confluivano nella piazza: è là che la danza ha termine.

Prigionieri per gioco, liberi con un riscatto

Il momento che i forestieri ricordano più a lungo arriva quando un portabandiera chiude il cerchio e imprigiona al suo interno chi albanese non è. Nella rievocazione civitese i nemici sono simbolicamente sostituiti da persone sconosciute, osservatori e curiosi, ai quali si vuole rendere onore catturandoli e offrendo loro un canto improvvisato al momento; oppure dai lëtir, cioè gli stranieri che non appartengono alla comunità. In entrambi i casi la liberazione ha un prezzo, ed è un riscatto simbolico: bevande, dolci e liquori da offrire a tutti.

Chi paga viene poi ringraziato con il canto. I versi dicono: «a noi chi fece onore / non diede vino, ma liquore. / Come oggi e in ogni tempo / la sua casa non abbia scontento». Le ragazze, intanto, si prendono per mano e passano a vicenda sotto le braccia delle altre, oppure avanzano in cerchio insieme agli uomini fino a intrappolare giocosamente chi guarda. La danza degli uomini, la vallja e burravet, ha invece una vera impronta marziale, e nei movimenti tratteggia la tattica di combattimento adottata da Skanderbeg per catturare il nemico.

Gli abiti di raso e oro

I costumi d'Arberia sono, insieme alla lingua, la parte più visibile dell'eredità che i profughi hanno portato con sé dalla Madrepatria, e nelle occasioni delle vallje si tramandano identici da secoli nelle fogge, nei colori e nei ricami in oro. Il costume di gala degli albanesi d'Italia, si è scritto, «con le sue preziose stoffe di raso, broccato, di seta e oro, in una armonica combinazione di colori, con ricami preziosi, testimonia, come i canti, le prosperità dell'Albania quando gli esuli l'abbandonarono».

L'abito femminile si costruisce pezzo su pezzo. Sotto tutto sta la linja, una lunga camicia bianca di lino o cotone con ampie maniche e una profonda scollatura a V in tulle, chiusa in genere da una spilla d'oro, sulla quale si poggia la skola, una striscia di raso bianco ricamata con filo d'oro. Il pezzo più bello è la kamizolla, gonna pieghettata in raso di seta fucsia con elaborati ricami dorati che riproducono stelle e fiori stilizzati; le donne sposate vi sovrappongono la coha, un drappo blu portato rialzato sul davanti e fissato sui fianchi. Completano l'insieme lo xhipuni, corpetto blu in seta laminata d'oro, e — ancora per le sposate — la keza, un copricapo a forma di conchiglia trapuntato in oro o argento. L'insieme dei costumi tradizionali è chiamato llambador.

Canti epici, rapsodie e improvvisazioni

Mentre si danza si canta, e i canti hanno ruoli distinti. Gli uomini rievocano le gesta dell'eroe durante la battaglia di Kruja: sul far della sera intonano «Skanderbeg una mattina», e fra i canti epici è celebre il Canto di Scanderbeg del martedì di Pasqua, che rievoca il terzo assedio turco della città. Le donne intonano invece la storia di Kostantino e Jeruntina — scritti anche Kostondini e Jurendina o Konstantini e Jurendina — la leggenda di Kostantino che torna dalla morte pur di onorare la parola data, la besa, uno dei principi fondanti della cultura albanese. Accanto alle rapsodie, alle storie di amore e morte e ai canti augurali o di sdegno, c'è anche «Lule Lule», un inno gioioso alla primavera e alla vita.

Non tutto è repertorio fissato. I viersh sono canti epici e d'amore, ma la vallja sa comporre anche sul momento: si divide in due: una metà studia volta per volta le parole da cantare su un ritmo che non cambia da secoli, e l'altra risponde cantando ciò che sente mentre la prima va avanti con la strofa. È da questa consuetudine che nel paese sono comparsi poeti estemporanei, capaci di fissare in versi semplici i momenti più importanti della storia paesana.

Sei gruppi per le vie del borgo

Nel giorno della festa sono invitate anche le comunità vicine, e le vie del borgo ospitano la sfilata dei gruppi folkloristici. Vi hanno preso parte il gruppo «Shqiponjat» di Santa Sofia d'Epiro, il Gruppo Folk «Ullania» di San Benedetto Ullano, il gruppo «Katundi jon» di San Marzano di San Giuseppe, in provincia di Taranto, il gruppo «Fluturo Shqipe» di Castrovillari, le Vallje Civitesi e il gruppo «Pa stoli» di Civita. La giornata prosegue fino a sera con le esibizioni in piazza dei gruppi arrivati dalle altre comunità italo-albanesi, calabresi e pugliesi, e richiama appassionati, studiosi e visitatori. La Vallja si svolge, del resto, non solo a Civita ma anche a Frascineto e in pochi altri paesi.

Non sempre è stato possibile. Nel 1629 Monsignor Andrea Pierbenedetti, vescovo di Venosa, in occasione di una visita pastorale nella diocesi di Rossano assistette alle Vallje e le proibì con un decreto, considerandole blasfeme, affinché «la festiva solennità sacra si onori con devozione, come conviene». Sopravvissero. Lo storico civitese Serafino Basta, scrivendo nel 1855 a proposito delle vallje, raccontava che nel dopopranzo di domenica, lunedì e martedì varie compagnie di giovani usavano riunirsi, «vestiti alla foggia orientale, con turbanti in testa, con spade levate in alto e con bandiere», andando a cantare i fatti guerreschi e le vittorie di Croia, mentre le donne nelle ridde cantavano canzoni nazionali per i curiosi dei paesi vicini accorsi a divertirsi. Di quei tre giorni oggi resta il solo martedì, e la vallja di Pasqua sopravvive nella zona del Pollino. Il popolo non assiste alla vallja, la forma, ed è attore che vi partecipa in prima persona. Per questo la manifestazione non è considerata un'esibizione folkloristica, ma un momento che tiene insieme i lineamenti etnici, sociali e morali della gente arbëreshe. La stessa danza torna del resto anche fuori dalla Pasqua: nei primi tre giorni di maggio, da 500 anni, si accendono i falò di lentisco e attorno a ciascuno si forma una vallja, coi kapurall alle estremità che tengono in mano un ramo, e chi torna a casa porta con sé un po' di cenere per augurio.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Civita per la festa chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Villapiana-Torre Cerchiara, a 17 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Frascineto-Castrovillari, e il tragitto è di 6,7 chilometri per 9 minuti di guida.

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