Presepe Vivente a Ispica 2026 - Spettacolo tra le grotte della città vecchia
Il Presepe Vivente si tiene a Ispica, in provincia di Ragusa, dal 25 dicembre fino all'Epifania. Il percorso attraversa le grotte della città vecchia di Spaccaforno, l'antico abitato di Ispica, fino alla Cava d'Ispica, il lungo canyon naturale dove le grotte si trasformano in botteghe di artigiani, con scene recitate e canti in dialetto. È il presepe più visitato della Sicilia, con quasi sessantamila presenze nelle ultime tre edizioni.
Le grotte di Spaccaforno
Il presepe di Ispica non si allestisce in una piazza: si allestisce dentro la roccia. La cornice più grande è la celebre Cava d'Ispica, il lungo canyon naturale che il percorso raggiunge alla fine.
Le grotte sono in parte naturali e in parte scavate dalla mano dell'uomo, e intorno stanno le chiese rupestri, gli opifici in rovina, i rifugi. È un luogo abitato da molto prima del presepe: qui l'insediamento umano si è attestato fin dall'età preistorica, e gli opifici sono stati usati sino agli anni Cinquanta. Dentro il percorso ci sono anche un mulino e un palmento settecentesco, che per l'occasione viene rimesso in funzione.
Le grotte trovano pari solo nel Presepe di Matera, e lo scenario è considerato vocato all'allestimento presepiale per la sua somiglianza con i luoghi storici della Palestina.
Un cammino di torce dal centro storico alla cava
La visita comincia al tramonto e procede dal centro storico fino all'area archeologica, lungo caratteristici sentieri rupestri. Le pareti di nuda roccia sono rischiarate dalla fiamma tremula delle torce, dai falò e dal luccichio delle stelle.
Quanto sia lungo il cammino cambia da un'edizione all'altra: si va da quasi un chilometro a un chilometro e mezzo, fino a due chilometri di trekking quando il percorso arriva dentro l'area archeologica del Parco Forza. Cambiano anche gli altri numeri: i figuranti in costume d'epoca sono cento in un anno e centoventi in un altro, i quadri viventi sono oltre cinquanta, i mestieri messi in scena una quarantina.
A organizzarlo è PromoEventi, con il patrocinio del Comune di Ispica, della Regione Siciliana e del Libero Consorzio di Ragusa, e con il supporto logistico della Pro Loco Spaccaforno. È realizzato in collaborazione con il Centro incontro anziani e l'Auser di Ispica, e porta con sé un programma didattico per spiegare ai giovani del territorio le origini della cultura siciliana.
Quaranta mestieri dentro la roccia
Le grotte si trasformano in botteghe di artigiani, e i mestieri sono presentati nei loro nomi siciliani: bottai, cannizzara, stagnini, falegnami, carrettieri, maniscalchi, cordai, calzolai, sarti, ricamatrici, mietitori, fabbricanti di sapone e di scope di giummarra.
Il bottaio, «u vuttaru», faceva un mestiere considerato privilegiato e di difficile esecuzione. Sistemava a mano le doghe, listelle di legno di castagno o di rovere — quest'ultimo per le botti che dovevano contenere vini o liquori pregiati — dentro una forma circolare con un fornello acceso al centro: il vapore rendeva il legno duttile ed elastico, facilitava la curvatura e serviva a liberare il tannino, che passa facilmente nel vino e lo rende tossico. Servivano sei cerchi di ferro di diversa dimensione e due coperchi, i «timpagni». L'arte stava nel far aderire le doghe l'una all'altra e tenerle coi cerchi metallici, aiutandosi con uno scalpello smussato dal lungo manico che si colpiva con un martello, e tutto questo senza l'uso di collanti, ottenendo contenitori che non perdevano il liquido.
Il calzolaio, lo «scarparu», costruiva scarpe su misura, ma per le esigue finanze delle famiglie contadine era prezioso soprattutto nell'aggiustarle: risuolatura, sopratacchi, ricuciture. Sul basso tavolo da lavoro, «u bancareddu», teneva le forme in ferro, il coltello affilatissimo detto «u trincetu», il martello, la tenaglia, la lesina, lo spago, gli aghi, la cera, la pece, il vetro per levigare le suole e i chiodini «a siminziedda».
Come lavoravano il cannizzaru, il carrettiere e il curdaru
Il cannizzaru costruiva i silos per i cereali con la canna comune, l'Arundo donax, che nell'ambiente contadino serviva a tutto: ripari, pali di sostegno per le viti degli alberelli ancora deboli, confini di proprietà. Cominciava a gennaio e febbraio, raccogliendo canne lunghe dai quattro ai cinque metri, le lasciava essiccare al sole e al vento fino a giugno, e solo allora tesseva le canne spaccate su un piano perfettamente livellato. Quando la superficie tessuta veniva avvolta a cilindro e sollevata verticalmente, chiamava un volontario che, dentro il silos, gli restituiva ogni volta il grosso ago con cui cuciva.
Il carrettiere trasportava prodotti della campagna, materiale da costruzione, carbone e concime, quasi sempre per conto terzi, e i rapporti con produttori e acquirenti erano curati da un sensale. Aveva un carretto e un cavallo suoi, ed era pagato a viaggio, oppure «a terzo», cioè con un terzo del guadagno del trasporto. Lungo la strada si fermava «nno funnacu», il fondaco, dove albergava insieme agli animali e mangiava «un piattu ri pasta agghiu e ogghiu» — la pasta che ancora oggi si chiama alla carrettiera — o «pani cu cumpanaggiu». Nei fondaci i carrettieri si scambiavano notizie sui prezzi correnti e cantavano a gara, a chi sapesse il canto più bello: i loro canti vivono ancora, e sono una delle espressioni più importanti della musica etnica. Fra loro «cacciari a misteri», guidare il cavallo a regola d'arte, distingueva il carrettiere vero da chi «caccia a fumirari», come un portatore di letame.
Il curdaru lavorava il giunco, e il suo luogo di lavoro era la strada. Nella filatura metteva in mostra una speciale abilità nel coordinare i movimenti delle mani e dei piedi, frutto di anni di apprendistato; ma il lavoro completo chiedeva più persone, fra la ruota manovrata a mano, il bagno delle matasse nelle vasche di pietra, la torsura delle corde stese a una certa altezza da terra e la stesura per l'asciugatura. Con lo «iunco munti», esile e lungo, si facevano le fiscelle per formaggi e ricotta.
Nelle botteghe più piccole lavoravano gli altri. L'innestatore aveva pochi arnesi — una sega, il «sirraculu», una serie di coltelli da innesto, rafia e mastice — e tutta la sua abilità stava nel conoscere la compatibilità fra portainnesto e innesto e nel far coincidere le zone cambiali dei due soggetti. Il siggiaru costruiva le sedie in due tempi: prima la sacomatura, l'intaglio e l'incollaggio delle aste di legno — «ncavigghiari i seggi» —, poi l'intreccio e la definizione del fondo, «ntranari i seggi», operazione spesso riservata alla collaborazione di moglie e figlie, dove accanto all'abilità si vedeva il gusto delle decorazioni. Nelle sartorie, nelle grigie e fredde giornate invernali, si lavorava in molte attorno a un lungo e largo tavolo: lì si stendeva il panno, lo si segnava col gessetto e lo si tagliava, e il taglio lo faceva sempre il sarto o un'esperta sotto la sua stretta osservazione; il mestiere si imparava guardando. Accanto alla sarta c'era il ricamo, con il lungo telaio, il «tilaru», in cui si lavorava a quattro mani, o con quello formato da due cerchi concentrici di trenta centimetri di diametro: i punti erano i punti sfilati — il 400, il 500, il 700 — e poi il punto a intaglio, il punto rodi, il punto croce, il pittoresco, il punto norvegese, insieme al lavoro ai ferri e a quello a uncinetto.
E poi si faceva il sapone con la morchia, la «muria» residuo dell'olio d'oliva, conservata negli otri di pelle di capra e lavorata con la cenere — ottima quella di scorza di mandorle verdi — e fatta bollire per cinque ore nella «quarara», un recipiente da non meno di 500 litri, sopra la «fornacella» col buco nel centro. Il sapone troppo molle si chiamava «trema-trema»; per farlo verde si aggiungevano pale di fico d'India.
L'Anfiteatro della Natività
Ai mestieri si alternano le scene recitate, in siciliano antico, e i canti in dialetto: otto quadri viventi, con testi scritti apposta. Il percorso culmina nell'Anfiteatro della Natività, un palcoscenico naturale all'aperto, dove alcuni attori recitano brani in dialetto e dove, alla fine, Giuseppe e Maria interpretano un canto.
Dentro le grotte la Natività, l'adorazione dei pastori e l'arrivo dei Magi sono riportati nel vivo della civiltà contadina iblea, fra le botteghe e le scene di vita agro-pastorale.
Ogni edizione ha il suo tema
Il presepe cambia filo conduttore di anno in anno, e il tema entra nelle scene. Un anno è stato il rito del pane, con gli otto quadri che seguono la preparazione della terra, la semina, la raccolta, la molitura, il forno, fino al gesto del pane spezzato: un rito che chi lo ha pensato ha voluto legare alla Palestina, la terra in cui il pane è nato come gesto sacro. Un altro anno il presepe è stato dedicato a San Francesco, nell'ottocentesimo della prima rappresentazione voluta a Greccio.
Un'altra volta ancora il filo è stato il cinema: sulla roccia sono state proiettate le immagini dei film girati nel sud est siciliano, dal Commissario Montalbano a Nuovo Cinema Paradiso, quelli che ricordano con tono nostalgico la Sicilia del passato — la stessa Sicilia scomparsa che i mestieri, poco più avanti lungo il sentiero, rimettono al lavoro.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Ispica per il Presepe Vivente non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Ispica si trova a 1,6 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Ispica Pozzallo dista 4,6 chilometri, cioè 7 minuti di strada.
Altre feste in provincia di Ragusa
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- Presepe Vivente Centro Storico a Ragusa — dicembre
- Presepe Vivente a Monterosso Almo — dicembre
- Presepe Vivente a Giarratana — dicembre