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Sagra dei Ceci e dello Zafferano a Navelli e il Palio degli Asini 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 19/09/2026.
La Sagra dei Ceci e dello Zafferano si tiene a Navelli, in provincia dell'Aquila, in Abruzzo, nel fine settimana dopo Ferragosto: due giorni in cui il piccolo borgo medievale porta in tavola i Ceci di Navelli Presidio Slow Food e lo Zafferano dell'Aquila DOP, i due alimenti per cui l'altopiano è rinomato da secoli. In un solo fine settimana arrivano circa 10.000 persone. Accanto agli stand corre il Palio degli Asini, che il sindaco Paolo Federico definisce «un momento ironico e divertente dello spirito più genuino dell'Abruzzo interno»: nove contrade, un asino ciascuna, trecento metri da percorrere per tre volte.
I ceci Presidio Slow Food e la tavola
La Sagra dei Ceci e dello Zafferano porta in tavola i Ceci di Navelli Presidio Slow Food e lo Zafferano dell'Aquila DOP, preparati dalle sapienti mani degli storici collaboratori del posto, secondo ricette tramandate di generazione in generazione. Agli stand gastronomici il profumo della regina delle spezie regala sfumature speciali a risotti, pennette e supplì; i piatti tipici sono i supplì allo zafferano, le sagne e ceci, gli gnocchetti e ceci, i ceci e bieta, la ricottina allo zafferano, e in alcuni casi l'abbinamento fra i due prodotti passa per il delizioso profumo del timo selvatico. I ceci si servono con verdure o in salse al pomodoro, e per appetiti robusti arrivano porchette, arrosticini e piatti di carne, con formaggi e salumi locali a chilometro zero, vini DOC e birre artigianali del territorio. Fra i dolci ci sono le castagnole e i calcionetti.
La piazza si anima con orchestre-spettacolo che intrattengono il pubblico fino a sera, quando la festa prosegue con la discoteca sotto le stelle, e accanto agli stand si trovano la Mostra «Artigianato e Creatività» e manifestazioni di contorno sportive e culturali. La sagra cade nel primo fine settimana dopo Ferragosto, e in due giorni arrivano circa 10.000 persone. La organizza la Pro Loco di Navelli APS, ma in vista della sagra si mette al lavoro gran parte della popolazione, dai più piccoli alle persone più anziane.
Trecento metri e nove contrade
Il Palio degli Asini è nato nel 1980, come imitazione irriverente delle più blasonate manifestazioni equestri. Le squadre delle nove contrade si formano per sorteggio: l'estrazione dei nominativi avviene il sabato sera a mezzanotte, in piena sagra, alla presenza delle autorità e degli organizzatori, e si estraggono il nome dello scudiero — solitamente una donna — e quello dell'asinaro, che si occuperà di tenere le redini del somaro.
Il palio comincia con il corteo in abiti medievali e tradizionali, con i colori di Navelli, il rosso e il bianco, i musici e gli sbandieratori del gruppo storico «Città di L'Aquila» e tantissimi bambini che attraversano il centro del paese. Poi si corre. Ogni asino è accompagnato da una scudiera e da un asinaro, che hanno l'arduo compito di fargli percorrere trecento metri, e la corsa va ripetuta per tre volte.
Le regole guardano soprattutto agli animali. Durante la corsa è proibito usare qualsiasi forma di violenza per incitare gli asinelli, il che rende arduo il compito di portarli alla meta; i cavalieri si possono ostacolare tra loro, ma torcere un solo pelo agli animali significa squalifica immediata. Incoronato il vincitore, la serata prosegue in piazza con spettacoli e piatti della tradizione.
L'alba di novembre e la brace di mandorlo
Lo zafferano si raccoglie ancora rigorosamente a mano, nel mese di novembre, quando all'alba i campi si tingono di viola. I metodi sono gli stessi di secoli fa, senza alcun tipo di intervento meccanico: i bulbi si piantano in agosto in un terreno preparato già da marzo, senza prodotti chimici, solo materiale organico e una buona aratura. I fiori si raccolgono pazientemente uno alla volta, prima che il sole li faccia sbocciare — altrimenti gli stimmi appassiscono — e la raccolta deve terminare prima che il sole scaldi l'aria.
Dopo la raccolta c'è la sfioritura: dal fiore si separano le antere gialle e gli stimmi rossi, e questi ultimi finiscono in un setaccio da farina per essere essiccati lentamente sopra un braciere di legno di mandorlo o di quercia. È la tostatura la caratteristica che rende unico lo zafferano di qui: a Kozani, in Grecia, dove il croco si coltiva da secoli come a Navelli e nei tredici comuni del comprensorio aquilano, prevale invece un metodo vicino alla tradizione iraniana. Nell'ultima fase occorre molta attenzione perché gli stimmi non superino la soglia della tostatura; poi si avvolgono in un panno, si coprono con un manto di lana di colore scuro e si chiudono in involucri di carta per alimenti, pronti per essere macinati.
In passato la sfioritura era un compito riservato alle donne, che usavano cantare canzoni popolari durante la lavorazione. Preparavano anche sacchetti profumati di zafferano da scambiare, in occasione delle fiere organizzate sui tratturi, con i gioielli della tradizione orafa abruzzese destinati al corredo delle spose: i cosiddetti «ori di famiglia». Fino alla metà del XX secolo le famiglie contadine coltivavano a zafferano le povere terre prese in affitto dai proprietari, o andavano a giornata, per riuscire a pagare i debiti contratti durante l'anno e provvedere ai piccoli acquisti, alla dote delle ragazze e ai gioielli delle donne; le tecniche di coltivazione e i modelli culturali sono rimasti invariati, perpetuando un lavoro a bassa redditività.
L'agronomo del re d'Aragona e il frate col bulbo
Su come il croco sia arrivato sulla Piana circolano più versioni. Una è quella di Javier Hortensio Valles, agronomo di corte del Re di Aragona Giacomo II detto il Giusto, vissuto fra il 1267 e il 1327: ebbe l'incarico di esplorare i territori del Regno di Napoli di suo genero Roberto d'Angiò detto il Saggio (1276-1343), marito della figlia Sancha d'Aragona, in cerca di aree simili per clima e conformazione del terreno a quelle della Mancia, dove lo «zaefaran» si coltivava dai tempi della dominazione araba. Arrivato nella Piana di Navelli vi trovò i requisiti sperati, e intorno all'anno 1310 diede inizio alla sperimentazione della coltivazione dei bulbi. Le ricerche presso l'Accademia Pontaniana – Ricostruzione Angioina-Archivio Storico di Napoli, sui registri della cancelleria di Roberto d'Angiò relativi agli anni 1309-1343, hanno riscontrato notizie sull'accoglienza di Valles nel 1310, arrivato nel regno con scopi esplorativi per l'introduzione dello zafferano.
La tradizione, invece, racconta di un frate domenicano della famiglia baronale Santucci — proprietaria dell'omonimo palazzo che ancora oggi domina Navelli — che tornando in Abruzzo portò con sé alcuni bulbi di crocus, pensando che il clima della Piana fosse più adatto a migliorare la qualità della spezia, fra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. Fra le versioni più fantasiose c'è quella dello zafferano trafugato dalla Spagna dentro l'ombrello del gesuita padre Santucci, innamoratosi laggiù di questo fiore viola. E si racconta anche che proprio in quella zona sia nato uno dei primi banchi dei pegni associati al commercio della spezia, legato alla presenza di Jacopo di Notar Nanni, originario del borgo di Civitaretenga.
Le fonti storiche, comunque, attestano presenza e rilievo economico dello zafferano già dal Trecento.
Il diploma del 1317 e il primato del 1989
Nel corso di tutto il Medioevo il commercio crebbe moltissimo e arricchì intere famiglie di mercanti, almeno fino al secondo dopoguerra, quando subì una battuta d'arresto a causa dei costi troppo alti. Il nome del prodotto era già «Zafferano dell'Aquila» nel 1317, come documenta un regio diploma con cui Roberto d'Angiò abolì le tasse di esportazione e favorì i commerci fra la Piana di Navelli e le grandi città: Milano e Firenze, ma anche Venezia, Marsiglia, Vienna, Francoforte e Norimberga. Nel Cinquecento il valore dello zafferano superava la quotazione dell'argento: ne bastavano 500 grammi per comprare un cavallo.
La rinascita moderna passa dal 1971, quando l'opera di Silvio Salvatore Sarra portò alla fondazione della Cooperativa Altopiano di Navelli, che iniziò a commercializzarlo in maniera autonoma, innovando la tradizione e coniugando i vecchi saperi e le tecniche secolari con la nuova imprenditorialità. Nel 1989 venne dichiarato il suo primato nel mondo; lo Zafferano dell'Aquila è stato iscritto nel Registro europeo delle DOP il 4 febbraio 2005, e il Consorzio di tutela è nato il 13 maggio dello stesso anno. Attorno alla spezia sono nati nel tempo anche utilizzi originali: un liquore allo zafferano e persino saponi artigianali.
Crocus, la ninfa e il risotto
La storia dello zafferano risale a migliaia di anni fa e abbraccia molte culture e continenti. Ovidio, nativo di Sulmona, nelle Metamorfosi attribuiva la nascita della spezia all'unione amorosa fra un bellissimo giovane di nome Crocus e una ninfa di nome Smilace: la ninfa era desiderata anche da Ermes, che per gelosia trasformò Crocus in un bulbo, dal quale sbocciò il fiore viola che vediamo oggi. Nell'Ars Amatoria il poeta scrive di «vesti e veli tinti color zafferano», e citano lo zafferano anche Omero, Virgilio e Plinio. Lo Za῾farān, che in arabo antico significa giallo, veniva usato anche per profumare i pavimenti, per tingere gli abiti e per colorare i vetri.
Un racconto popolare vuole che il risotto alla milanese sia nato alla fine del Trecento, durante la costruzione del Duomo di Milano: fra le maestranze c'era un navellese che, si narra, avrebbe suggerito di usare lo zafferano non solo per colorare i vetri del duomo, ma anche per condire il riso. Che il racconto sia vero non è documentato; il commercio dello zafferano dell'altopiano verso paesi e città lontane, Milano compresa, iniziò comunque proprio nel Trecento. Il fiore da cui tutto nasce è il Crocus sativus Linneo, e la spezia che se ne ricava è conosciuta come l'Oro Rosso aquilano.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la Sagra dei Ceci e dello Zafferano a Navelli richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Popoli-Vittorito, a 15 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Navelli, e il tragitto è di 800 metri per un minuto di guida.
Feste vicine, in altri paesi
Qui intorno, nello stesso periodo, si festeggia anche cosi'.
- Sagra delle Lenticchie a Santo Stefano di Sessanio — settembre
- Sagra della Castagna Roscetta a Canistro — ottobre
- Madonna dell'Assunta a L'Aquila — agosto