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Sagre ed Enogastronomia

Sagra del Radicchio Rosso a Dosson 2027 - Il fiore che si mangia e piatti tradizionali

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 23 gennaio al 8 febbraio 2026
Dove via Peschiere, Dosson (casier, Tv)

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: itinerarinelgusto.it, letta il 21/09/2026.

A Dosson di Casier, in provincia di Treviso, fra gennaio e febbraio si festeggia il radicchio rosso, che ha due soprannomi: «il fiore che si mangia» e «l'aragosta della terra». Ci sono l'esposizione e la vendita del prodotto, i pranzi e le cene a tema nel grande stand gastronomico, l'annullo postale dedicato al radicchio e la benedizione dei trattori. Già in una risposta a un questionario ministeriale dell'Ottocento si legge che il radicchio rosso «ha già acquistato buona rinomanza in tutta Italia per la sua bellezza (che somiglia a un fiore) e pel suo gusto».

Il grande stand, e i pranzi che portano il nome del radicchio

Il programma tiene insieme mercato e tavola: esposizione e vendita del radicchio rosso, cene e pranzi con menù a tema, degustazioni libere di piatti tipici, degustazioni guidate, show cooking, mercatini di prodotti locali e intrattenimento musicale. Il grande stand gastronomico allestito per l'occasione, in collaborazione con i migliori ristoranti della zona, propone un'ampia scelta di piatti tipici, dai classici risotti alle più innovative rivisitazioni, con una ristorazione ad alta degustazione preparata da chef di fama nazionale e internazionale.

Gli appuntamenti portano il nome dell'ortaggio: il «Pranzo con il fiore che si mangia», la «Cena con il fiore d'inverno», il «Pranzo con lo spadone trevigiano», tutti a base di radicchio preparato dai cuochi dell'associazione. E le serate culturali e gastronomiche sono abbinate ai piatti tradizionali di varie regioni d'Italia, secondo un principio dichiarato per esteso: stare insieme a tavola è il modo migliore per conoscere e farsi conoscere, attraverso gli usi, i costumi, i colori, i profumi e i sapori della propria terra.

L'apertura ufficiale avviene alla presenza delle autorità, con l'inno nazionale e quello europeo, eseguiti dagli studenti della Scuola Media «A. Vivaldi» di Dosson.

Un annullo postale e la benedizione dei trattori

Il primo dei due appuntamenti è filatelico: durante la festa viene emesso un annullo postale dedicato al radicchio, che reca nel recto della cartolina la riproduzione di un'opera di un artista locale — nel 1994, per esempio, fu riprodotta «La fatica della raccolta», particolare di un acquerello del 1993 di Livio Scattolin. Il secondo è agricolo, e arriva insieme all'annullo: l'esposizione e la benedizione dei trattori.

C'è anche un gemellaggio in tavola, fra due sagre lontane: «Il cinghiale di Chianni reincontra il fiore d'inverno», organizzato con l'Associazione Sagra del Cinghiale di Chianni e con i comuni di Chianni, in provincia di Pisa, e di Casier.

La festa richiama oltre 20.000 visitatori da tutto il Nordest e da fuori regione. È partita nel 1986 come mostra mercato della pregiata cicoria, e nel tempo è diventata un punto di riferimento anche turistico: la Strada del Radicchio Rosso di Treviso propone dieci pacchetti per visitare le terre che danno origine al principe dei radicchi. Dietro c'è l'Associazione Produttori Radicchio Rosso di Dosson, apolitica e senza fini di lucro, che promuove la produzione in Veneto, in Italia e all'estero e organizza fiere, convegni, incontri di studio e corsi di formazione per lo sviluppo delle tecniche di coltivazione e di imbianchimento.

La festa è una tappa di «Fiori d'Inverno», la rassegna curata da UNPLI Treviso con le Pro Loco e il Consorzio di Tutela del Radicchio Rosso di Treviso IGP e del Variegato di Castelfranco Veneto IGP, che dal 2006 celebra il fiore che si mangia. Sono feste nate come mostre-concorsi fra produttori, e affondano le proprie radici sul finire dell'Ottocento.

Gli uccelli sul campanile, o una carriola nella stalla

Su come il radicchio sia arrivato qui, a Dosson raccontano più storie, e nessuna coincide con le altre.

La più nota riguarda il campanile. La leggenda, che ancora gli abitanti ricordano orgogliosi, narra di uccelli che nei secoli portarono sulla sommità del campanile del paese i semi della preziosa cicoria, che proprio qui sarebbe spuntata per la prima volta. Un anziano del posto la racconta indicandolo: «Ma non vede il nostro campanile? Ha la punta a forma di mastello e tutt'attorno c'è una cornice. È lì sopra che una volta, ai tempi ancora del Medioevo, gli uccelli hanno lasciato cadere dei semi. Così nacque il radicchio e i nostri contadini po' alla volta hanno imparato a coltivarlo e a migliorarlo. L'ho sempre sentito dire dai miei vecchi». In una variante, quei semi furono trovati dai frati, che li custodirono e infine li coltivarono.

La seconda versione è domestica. Un inverno qualche contadino della zona portò a casa dei radicchi di campo ammassati in una carriola, che rimasero in un angolo finché una sera, durante il filò, uno della famiglia si avvicinò, estrasse una piantina e, tolte le foglie esterne appassite e guaste, si trovò fra le mani un bel radicchio dal cuore sano e dal colore rosso vivo.

Poi ci sono le versioni belghe. Secondo un sacerdote del paese fu un suo antenato, reduce dalle guerre napoleoniche, a portare dal Belgio le sementi, coltivate poi allo stato brado finché un certo Van Den Borre, verso il 1870, insegnò il modo di farle imbiancare d'inverno al calore del letame. Un altro racconto vuole che le piante crescessero ai bordi dei fossi dietro il giardino di villa Franchetti, finché Van Den Borre, che passava di lì mentre andava a caccia col conte, se ne accorse e disse: «Proviamo a metterle al caldo nella stalla e vediamo se cambiano colore». Dosson, villa De Reali, villa Franchetti e Van Den Borre sono i nomi che ricorrono più spesso quando si chiede ai coltivatori l'origine del radicchio.

Un dipinto al Louvre, e una mostra del 1900

Le ricerche iconografiche di Tiziano Tempesta sembrano affermare la presenza del radicchio rosso in area veneta già nella metà del XVI secolo, come si evince dal dipinto «Le Nozze di Cana» (1579-82) di Leandro da Ponte, conservato al Museo del Louvre di Parigi. La pianta di partenza è la comune cicoria spontanea, Cichorium intybus, endemica nel bacino del Mediterraneo.

La tecnica che rende unico questo ortaggio — la forzatura-imbianchimento — è invece documentata solo dagli anni Sessanta dell'Ottocento. L'origine si fa risalire al vivaista Francesco Van Den Borre, che avrebbe portato nel Trevigiano la tecnica già in uso per la cicoria belga. Secondo un racconto più minuto la forzatura sarebbe nata dalla necessità dei contadini di conservare la cicoria dal gelo, trasferendola nel tepore delle stalle, dove anziché marcire completamente conservava dei cuori dal gusto più buono e croccante — e, avendo a disposizione molta acqua sorgiva, i contadini avrebbero poi introdotto anche quell'elemento nel processo. L'opera di Van Den Borre fu continuata dal figlio Aldo, nato nel 1886 e morto nel 1954, ricordato come un uomo di straordinaria umanità, scrittore elegante ed entusiasta promotore di ogni iniziativa che migliorasse la produzione agricola della Marca Trevigiana.

Le date certe sono due. Sin dal 1899 l'Associazione Agraria Trevigiana organizzava mercati annuali a premio, verso la metà di dicembre, per dare incremento alle tecniche di imbiancare il radicchio; e il 20 dicembre 1900 fu realizzata la prima «Mostra del Radicchio», voluta dall'agronomo Giuseppe Benzi, sotto la Loggia di Palazzo dei Trecento in Piazza dei Signori a Treviso. La vinse Antonio de Pieri detto Fascio, che era di Dosson. La presenza del prodotto si comincia a individuare non più di una ventina d'anni prima, in una zona fra Preganziol e Dosson, nell'area chiusa fra i parchi di due ville sul Terraglio.

Sul primato di Dosson, nel 1961 Aurelio Bianchedi osservava che, se l'origine del radicchio rosso di Treviso è tuttora avvolta nel buio dell'incertezza, «la sua storia diventa chiara a metà del XVI secolo quando, per la prima volta in Italia, l'ortaggio meraviglioso venne sottoposto a coltivazione con forzatura in provincia di Treviso e più esattamente in frazione di Dosson del comune di Casier». E già a pagina 72 de «L'Agricolo, almanacco pel 1862», fra i lavori negli orti di dicembre, si legge: «si rincalzano i cavoli ed i broccoli, s'imbiancano nella terra coperta di foglie secche i radichi bianchi e rossi…».

Dalla botola del letame alla vasca di cemento

Il passaggio decisivo, per i coltivatori, era portare i radicchi dal campo alla stalla — cioè in un ambiente caldo-umido — quando non direttamente in una botola dentro la «corte» del letame, come praticavano molti coltivatori di Dosson. Così si poteva garantire una continuità produttiva durante tutto il periodo invernale, indipendentemente dall'andamento della temperatura esterna.

La forzatura in acqua, su apposita vasca di cemento, era invece assolutamente sconosciuta negli anni Venti, e cominciò a diffondersi proprio allora, per diventare dopo pochi anni la pratica egemone.

Il sapere, intanto, passava di bocca in bocca nei posti in cui la gente si trovava: nei filò in stalla, nelle piazze-mercato, nelle fiere, nei sagrati delle chiese e nelle osterie ci s'incontrava, si discuteva, ci si confrontava, s'imparava.

Come arrivare alla festa

Farsi avvolgere dalle atmosfere della Sagra del Radicchio Rosso, a Casier, è alla portata di tutti. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di San Trovaso si trova a 2,7 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, il casello di Preganziol dista 5,9 chilometri, cioè 6 minuti di strada.

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