Carnevale Storico di Bibbiena 2027 - Il rogo del Bello Pomo
Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.
Il Carnevale Storico di Bibbiena, in provincia di Arezzo, in Toscana, si tiene fra febbraio e marzo: il corteo in costume esce la domenica di Carnevale, e il rito del Bello Pomo si svolge l'ultimo giorno, il martedì grasso, quando il più anziano del borgo dà fuoco a un ginepro al quinto rintocco del campanone. La festa rievoca la leggenda di Bartolomea detta Mea, la lavandaia del rione Fondaccio rapita dal figlio del conte Tarlati e restituita al suo Cecco per fare pace fra i due rioni. Le sue origini risalgono al 1337.
La lavandaia del Fondaccio
Al centro di tutto c'è una ragazza, e il suo nome è quello che a Bibbiena si sente ripetere tutto l'anno. Al tempo del Conte Tarlati, nel rione del Fondaccio, viveva una bellissima e giovane lavandaia: Bartolomea, detta Mea. La leggenda narra che fosse la più bella ragazza del Fondaccio, il rione della città più povero, ed era promessa a Cecco il Tessitore, ragazzo di umili origini.
Un giorno, mentre si apprestava a portare il bucato a casa, venne notata dal giovane figlio del Conte, Marco Tarlati: il nobile s'invaghì immediatamente della fanciulla, tanto da rapirla per farla sua, portandola nel suo palazzo.
Comunque sia andata, il paese si spaccò. Appena si seppe l'accaduto scoppiarono le insurrezioni, capeggiate dal promesso sposo di Bartolomea, Cecco il tessitore, che incitò gli amici e i compagni fondaccini alla sommossa contro il potere e il potente sovrano. Ne scaturirono violenti scontri tra il quartiere dei signori, quello dei Piazzolini, e il quartiere popolare dei Fondaccini: risse che minacciavano di diventare vera rivolta da parte del Fondaccio.
A chiudere la partita fu il vecchio conte. Per placare gli animi convocò la popolazione in pubblica piazza e, davanti a tutti, restituì la Mea al Fondaccio e al suo Cecco, ponendo fine a ogni discordia. Bartolomea venne riconsegnata vestita con abiti nobili e sontuosi… mai si seppe cosa accadde nei giorni della sua assenza!
Un ginepro acceso al quinto rintocco
Resa la Mea ai suoi, in segno di giubilo, nella Piazzola, fu bruciato il "Pomo" della pace, e da allora quel fuoco è il centro della festa. L'accensione del Bello Pomo è il simbolo che sancisce la pace fra i due rioni.
Il momento è regolato al minuto. Il martedì grasso, dopo aver restituito la bella Mea, vestita di nobili abiti, al suo Cecco e al fondaccio, il Conte ordina l'accensione del ginepro, e questa avviene, come da tradizione, al suonare del quinto rintocco del campanone, dal più anziano del borgo, accompagnato da Bartolomea. Sono le cinque del pomeriggio, il campanone suona dalla torre principale del castello, e a dare fuoco è il più anziano dei fondaccini.
Quel fuoco non è solo un simbolo di pace: è anche una previsione. Il ginepro è il simbolo della ritrovata unione dei borghi: il suo fuoco e il suo fumo saranno segno di buona o cattiva sorte per la città e il suo raccolto. Chi ci teneva davvero erano i contadini delle campagne vicine, che accorrono numerosi alla festa e traggono auspici per la raccolta dalla buona o cattiva riuscita del falò, e quando il ginepro brucia per intero mostrano con applausi la loro gioia.
Il rogo si porta a termine fino all'ultimo pezzo. Quando le fiamme cessano e resta il solo tronco dell'albero, questo viene abbattuto e fatto ardere a pezzi fino all'ultimo frammento sul luogo dove era stato innalzato. E quando tutto è finito, ognuno si porta via qualcosa: è usanza, dopo che il Bello Pomo si è spento, raccoglierne un rametto da portare nelle abitazioni come segno di abbondanza.
Il Bello Ballo e il Bello Pomo, in due piazze diverse
I due rioni non sono un dettaglio scenografico: sono la struttura della festa. I Piazzolini, colori bianco e celeste, avevano al proprio interno la società del "Bello Ballo"; i Fondaccini, colori giallo e rosso, avevano al loro interno la società del "Bello Pomo". I primi sono il quartiere dei signori, quelli che vivevano nei palazzi della parte alta e ricca del borgo; i secondi il rione del popolo.
Anche i luoghi e le ore erano separati. Le feste hanno luogo l'ultimo giorno di Carnevale in due piazze differenti del paese e in ore diverse: prima in Piazza Grande — o Piazza Pier Saccone Tarlati — e qui la festa prende il nome di Bello Ballo; poi in Piazzolina, oggi Piazza Roma, ove chiamasi Bello Pomo.
E c'era un confine da non passare. Il mezzo della strada che traversa la Piazzuola da Levante a Ponente è il confine che niuna delle due parti in detto spazio di tempo deve oltrepassare, ed altre volte a memoria nostra sarebbe stato pericoloso l'azzardarvisi. La regola era precisa: era permesso ai Fondaccini di questuare nel rione di Piazza e ai Piazzolini di raccogliere offerte nel Fondaccio; ma gli uni non potevano assistere alla festa degli altri, e al suono della campana dovevano subito cessare — come si fa anche ora — le danze del "Bello Ballo", e dopo guai a un piazzolino che fosse andato al "Bello Pomo"!
Il distintivo dei fondaccini era vivo e cinguettava: i membri della Società del Bello Pomo portano per distintivo un merlo vivo, legato per le zampe al nastro del cappello, e gruppi di giovani con merli vivi legati al cappello con dei nastri andavano di porta in porta, cantando antiche canzoni, raccogliendo cibo e vino per la festa. Della cassa comune si faceva anche un uso che dice molto su che cosa fossero quelle società: ogni anno dalla somma raccolta si toglie tanto da far recitare una messa per ogni socio morto nel corso dell'anno.
La questua, il trescone e il fiasco alzato
Il pomeriggio comincia con la raccolta. Subito dopo pranzo, due gruppi di suonatori vanno girando per le vie del paese a raccogliere denaro: gli uni per il Bello Ballo, gli altri per il Bello Pomo, fermandosi sotto le finestre delle case signorili e di faccia alle porte dei negozi e chiedendo con suoni e con evviva il consueto regalo. Quando appare il padrone o il servitore ad offrire danaro o vino, ne è ringraziato con altri suoni e con nuovi battimani.
Poi si canta, e il modo in cui si canta è descritto senza indulgenza: la fanfara, raccolta presso la fonte, è circondata dalla folla, che su di un motivo uniforme e monotono canta a squarciagola questa ballata, e ai canti del popolo rispondono, ogni due versi, le note della fanfara, che è collocata su panche di legno, in un angolo della piazza.
Poi si balla: finiti i canti, cominciano le danze sotto le logge della stessa piazza; fino a pochi lustri indietro si ballava solo il trescone, caratteristico ballo toscano, in cui l'uomo sgambetta, si contorce, s'inginocchia dinanzi alla donna, la quale fa un solo movimento simile a quello delle donne napoletane quando ballano la tarantella; ma ora si ballano di preferenza la polka e il valzer. Attorno al fuoco, invece, la ribellione si quieta e si spegne solo con i balli che si fanno in cerchio — iubilationum tripudia — attorno al ginepro che brucia, e si rinsalda l'amicizia tra le due fazioni. Anche altrove qualcosa va in fiamme: gli altri carnevali con un rogo al centro hanno figure diverse da bruciare.
Il finale è alcolico e dichiarato: coloro che sono andati per il paese a raccogliere regali fanno fra loro dei curiosi brindisi — colui che ha bevuto ripete il canto tenendo alto il fiasco, che poi offre ad un altro, e via di seguito; così che la festa spesso finisce con sbornie solenni. Il canto ha un nome, il canto Egrì, e si fa come da tradizione con il fiasco di vino in mano.
Le origini, il 1337 e un documento del 1514
Le origini della festa risalgono al 1337, quando la potente famiglia dei Tarlati era signora di Bibbiena. Secondo la tradizione queste feste risalgono ai tempi di Pier Saccone Tarlati, il quale ebbe il dominio di Bibbiena nel 1328, alla morte del Vescovo aretino Guido Tarlati di Pietramala, suo fratello.
Anche il perché ha tre spiegazioni, e il sito ufficiale le mette in fila senza sceglierne una. La prima è la vittoria nella battaglia all'Olmo di Arezzo, alla quale aveva preso parte l'ormai vecchio Pier Saccone Tarlati. La seconda è uno dei tanti assedi subiti da Bibbiena a causa dei Fiorentini: per dimostrare agli assediatori che all'interno del paese non vi era carestia, fece bruciare sulle mura un grosso ginepro assieme alle più svariate vettovaglie. E la terza, quella indicata come l'ipotesi più probabile, è che Pier Saccone abbia voluto imitare le feste che venivano allestite in quegli anni a Firenze, con l'obiettivo di concedere uno sfogo al popolo.
Chi ha studiato le carte distingue le due cose: le origini della leggenda della Mea sono abbastanza recenti, e collegano il Carnevale alla novella «La fidanzata dello scheletro» di Emma Perodi. I vecchi scritti di fine Settecento e primi dell'Ottocento confermano che la tradizione abbia avuto inizio dal tempo dei Tarlati, anche se non se ne ha la certezza documentata.
Un documento però esiste, ed è del febbraio 1514: i priori del Comune stanziano «lire dieci piccole della pecunia del Comune di Bibbiena» perché «li Giovani di Bibbiena per gentilezza e magnanimità» avevano «fatto un signore del Carnevale, dove modernamente si dà piacere e sollazzo». In ogni caso la tradizione del Bello Pomo è la più antica, risalente al 1337, e non si è mai interrotta nel corso del tempo, neanche durante i periodi di guerra.
Due cortei che si riuniscono in piazza Tarlati
Oggi la festa comincia la domenica. Si comincia la domenica di Carnevale con un corteo in costume dove si trovano dame, cavalieri e giocolieri, tutti divisi in due fazioni, e la Rievocazione della Mea riporta Bibbiena all'epoca medievale, con celebrazioni tradizionali di piazza, mercatini, banchetti, sbandieratori, palazzi storici aperti al pubblico.
La rivalità antica si vede nella coreografia: il corteo che avvia le celebrazioni vede, in principio, i due rioni separati, riflesso dell'antica rivalità, e accanto ai figuranti che interpretano i protagonisti della leggenda sfilano sbandieratori, tamburi, musicisti e danzatori. Poi arriva la riunificazione: alla fine i due cortei si riuniscono in piazza Tarlati, dove un narratore rievoca la leggenda, accompagnato dal canto del coro del paese — tra i pochi in Italia ad avere recuperato le tradizioni del canto corale rinascimentale — e dalle danze del corpo di ballo medievale.
I due protagonisti cambiano ogni anno, e non è un dettaglio: ogni anno gli abiti della Mea vengono vestiti da una ragazza diversa, che avrà il compito di guidare i fondaccini nel Corteo Storico e di rappresentare il Carnevale e la città per l'intero anno; anche Cecco è interpretato ogni anno da un ragazzo differente, e la Mea viene scelta tra le ragazze maggiorenni del paese. Il pomeriggio si anima con spettacoli di musici, sbandieratori, giocolieri e balletti, per concludersi con l'immancabile rapimento della Mea da parte di Marco Tarlati.
C'è poi una prova di forza aggiunta in tempi recenti: introdotto negli anni settanta, il Carraccio è diventato uno dei simboli del Carnevale di Bibbiena — otto uomini, quattro fondaccini contro quattro piazzolini, che si contendono la Pala storica. E per chi si ferma a tavola, nelle taverne e nei banchetti ci sono zuppa di cipolle, gnocchi medievali, arrosto del Fondaccio.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Bibbiena per il Carnevale Storico non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Bibbiena si trova a 1,3 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Ponte alla Chiassa dista 24 chilometri, cioè 25 minuti di strada.
Nello stesso periodo, poco lontano
Nella stessa provincia, altre feste da mettere in calendario.
- Presepe Vivente a Castiglion Fiorentino — dicembre
- Presepe Vivente a Monterchi — dicembre
- Villaggio Tirolese e Casa di Babbo Natale ad Arezzo — novembre