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La Faglia a Oratino 2026 - Tredici metri di canne portati a spalla e accesi dal campanile

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
24 dicembre 2026
Dove davanti al campanile della Chiesa Madre “Santa Maria Assunta in Cielo”, Oratino

Ricorrenza a data fissa.

La Faglia si accende a Oratino, in provincia di Campobasso, in Molise, il pomeriggio del 24 dicembre. Una cinquantina di uomini, in doppia fila, portano sulle spalle una torcia di canne lunga 13 metri dall'ingresso del paese fino al sagrato della Chiesa Madre di Santa Maria Assunta in Cielo, il punto più alto del borgo antico, circa 500 metri più in alto e in salita, per poi incendiarla dall'alto del campanile. Pesa fra i 25 e i 30 quintali ed è un unico cero di canne, diverso dalla 'Ndocciata di Agnone, l'altro grande fuoco molisano, dove si accendono invece numerose fiaccole.

Il nome viene dal latino: fax, facis, fiaccola, torcia. Quello che arriva davanti al campanile non è un falò acceso in piazza — è un unico enorme cero di canne, tirato su in verticale: «viene costruito un unico grande cero».

Le canne si raccolgono in autunno, e in parte si rubano

Il rito comincia mesi prima, lungo il fiume Biferno. «Tra settembre e ottobre, durante i fine settimana, gruppi di circa dieci persone raggiungono le campagne circostanti e raccolgono circa 70 fasci di canne, che vengono poi portate nella piazza del paese e mostrate alla comunità.»

Ma c'è una seconda via di approvvigionamento, ed è quella che spiega la festa meglio di ogni altra cosa: la licenza ai giovani di rubare anche di notte, tutte le canne ed il materiale necessario al gigantesco manufatto, ma, esclusivamente, nelle campagne delle borgate limitrofe, nei vigneti dei paesi vicini.

Non è un furto e basta: «i giovani impegnati nel furto di canne devono dare prova di destrezza e di abilità; è stato osservato che tali "furti" equivalgono ad una vera e propria iniziazione guerriera». E il debito viene poi saldato in pubblico, durante il corteo, come si vedrà.

I cerchi di ornello e i colpi dei battitori

L'assemblaggio si fa nelle sere di dicembre, all'aperto, in un cortile all'ingresso del paese, e ci lavorano molti volontari sotto la guida di alcuni artigiani esperti: fra questi, da decenni, la famiglia Petti è un importante punto di riferimento per il paese. «Si comincia con l'incastrare singoli fasci di canne gli uni negli altri e, una volta raggiunta la giusta circonferenza, la Faglia viene stretta con 26/28 cerchi di "ornello" dal legno flessibile» — cerchi che a Oratino si chiamano iattuni, larghi circa un metro e distanti fra loro una cinquantina di centimetri.

Dentro e fuori non è la stessa cosa: «all'interno vengono inserite le canne più secche (raccolte l'anno precedente) per renderla più leggera e perché bruci correttamente, mentre quelle più fresche vengono poste all'esterno». Mano a mano che i fasci entrano, «vengono compattati dai battitori, con precisi colpi di pesanti pale di legno (partiell')».

Le lavorazioni si chiudono la sera del 23 dicembre. La mattina della vigilia è dedicata agli attrezzi: i cavalletti e le assi per il trasporto, gli argani, i cavi e le funi per l'innalzamento. Sulla torcia, sorretto da una canna, viene issato lo stendardo del comune.

Il corteo, il capofaglia e l'uomo che sale sopra

I portatori camminano in coppia sui due lati, con la faglia fissata su assi appoggiate alle spalle: sono una cinquantina. A dirigerli c'è il capofaglia, che «dirige con ordini fermi e decisi le varie fasi del trasporto – le soste per il recupero delle forze e le ripartenze – lungo il tragitto in ascesa». Sta in piedi sulla faglia coricata, e scandisce il passo perfino a suon di tromba.

È lui a saldare il conto delle canne rubate, gridando «Evviva le canne di …», e cioè «inneggiando alla "generosità" di coloro che hanno fornito la materia prima»: un ringraziamento pubblico alle persone e ai paesi che, anche senza saperlo, hanno contribuito.

Alla prima sosta accade una cosa che non si vede altrove: «viene fatto salire sulla faglia un cittadino, scelto dai portatori, che sarà poi portato in piedi sulla faglia durante tutto il tragitto». Intorno suonano i musicisti del paese — fisarmonica, chitarra e percussioni, fra cui il tamburo a frizione — che cadenzano il cammino, e durante le fermate gli abitanti offrono a portatori e spettatori cibo e bevande.

Il passaggio più difficile è sempre lo stesso: la porta dell'antica cinta muraria che immette sul piazzale della chiesa, dove i portatori «devono effettuare un'accurata manovra per svoltare nel piccolo vico che conduce al sagrato». Ha due nomi, Porta del Colle e Porta del Piano.

L'innalzamento, e la fiamma che scende dalla cella campanaria

Arrivati sul piazzale comincia la parte che tiene tutti col fiato sospeso, e che «si protrae per alcune ore»: la faglia viene sollevata con scale di legno e un argano, «su un punto contrassegnato a terra – dopo essere stata assicurata al campanile stesso e ad altre mura laterali, con cavi di acciaio».

Poi cala il buio, il parroco benedice, e il fuoco arriva dall'alto: «un panno (imbevuto di combustibile) infuocato posto all'estremità di una lunga canna manovrata da un uomo affacciato alla cella campanaria» tocca la sommità della torcia. «Il momento dell'accensione è accompagnato da grida e applausi.»

La faglia si consuma lentamente per tutta la notte di Natale. E non finisce lì: chi sovrintende al rito fa bruciare le parti non consumate, nei giorni seguenti, fino al 6 gennaio.

Un fuoco del solstizio, arrivato dentro il Natale

Le prime notizie dell'evento risalgono al 1251, ma quello che si accende davanti alla chiesa è più antico della chiesa: «le origini di questa tradizione devono essere ricercate negli antichi rituali propiziatori connessi al culto del Sole e del Fuoco che avevano luogo in occasione del solstizio d'inverno e del solstizio d'estate», e si intrecciano con «l'antico Dies Natalis Solis Invicti, una festività romana che celebrava la rinascita del sole dopo il solstizio d'inverno».

Da lì viene anche il resto del simbolismo, detto senza giri di parole. La verticalità e la fecondità: «la faglia richiama il simbolismo della fecondità ed è connessa all'idea che quanto più sarà grossa e lunga, tanto più abbondante sarà il raccolto ed anche tanto più virili saranno quelli che l'hanno realizzata» — e il nome, nel paese, ha inequivocabilmente un significato fallico. La rigenerazione, nel simbolo dell'albero, che «fiorisce, perde e ritrova le foglie, si rigenera». La purificazione del fuoco. E le ceneri: «molte donne, nel passato, approfittavano dell'occasione per raccogliere e conservare la maggiore quantità possibile di queste ceneri, poiché sarebbero state apportatrici di fertilità». Il rito, aggiungono, è esclusivamente maschile.

C'è infine la spiegazione più semplice, quella pratica: «la tradizione rimanda al tempo in cui non c'era la luce elettrica e quindi la torcia serviva da riferimento per tutti coloro che volevano recarsi in Chiesa per celebrare il Natale». Nel frattempo il significato cristiano si è sovrapposto senza cancellare nulla: la Faglia «simboleggia anche la nascita di Gesù Cristo (Luce del mondo) e, tradizionalmente, dal modo in cui arde si traggono pronostici ed indicazioni sul futuro della vita agricola e sociale del paese».

Il rito è organizzato dall'Associazione culturale «La Faglia» insieme alla Pro Loco, e l'Istituto Centrale per la DemoEtnoAntropologia lo ha riconosciuto Patrimonio immateriale d'Italia. A Oratino gli hanno anche dedicato un piccolo museo, dentro l'Officina Sociale, con una sala di artigianato contadino e una virtual room in cui rivedere tutto il rito — dalla costruzione all'accensione — in qualsiasi periodo dell'anno.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la Faglia a Oratino richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Campobasso, a 8,6 chilometri da Oratino, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Campobasso-Tangenziale Ovest ha davanti un percorso di 5,2 chilometri, otto minuti di guida.

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