Festa di Sant'Erasmo a Gaeta e la processione dei busti reliquiari 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: santipatronigaeta.it, letta il 19/09/2026.
I festeggiamenti in onore dei Santi Erasmo e Marciano, vescovi e martiri, patroni della Città e dell'Arcidiocesi di Gaeta, in provincia di Latina, nel Lazio, giungono al loro culmine nei giorni 1º e 2 giugno. La solenne processione dei busti reliquiari dei Santi Patroni Erasmo e Marciano percorre le principali vie della città, e al rientro, dalla scogliera di Punta Stendardo, la città rende omaggio ai Patroni con la caratteristica batteria pirotecnica diurna. Le origini della festa risalgono al IX secolo, nel periodo di massimo splendore del Ducato di Gaeta.
Due patroni, e uno arrivò dopo
I Santi Erasmo e Marciano, vescovi e martiri, sono patroni della Città e dell'Arcidiocesi di Gaeta, e i festeggiamenti giungono al culmine nei giorni 1º e 2 giugno.
Inizialmente l'antico patrono della città era San Marciano, e solo successivamente il culto di Sant'Erasmo divenne preminente.
Le testimonianze dell'epoca, gli Statuti, narrano in maniera dettagliata soltanto della «Festa di Sant'Erasmo», che si celebrava il 2 giugno, mentre quella di San Marciano cadeva il 14.
Le due ricorrenze furono poi unite per decreto: la Sacra Congregazione dei Riti abbinò la festa di Marciano a quella del 2 giugno, con decreto del 13 dicembre 1800.
Il vescovo Marciano, discepolo diretto di san Pietro, evangelizza il popolo di Siracusa fino a offrire la propria vita per testimoniare la sua fedeltà a Cristo.
Le reliquie nascoste in un pilastro
Tra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo il vescovo di Formia e i personaggi più illustri abbandonarono la città per rifugiarsi nella vicina penisola di Gaeta, e il vescovo formiano portò con sé un piccolo sarcofago contenente le reliquie di Sant'Erasmo, San Probo e Sant'Innocenzo.
Nell'842, dopo che Formia era stata distrutta dai Saraceni, le reliquie vennero trasferite a Gaeta e nascoste in un pilastro della chiesa di Santa Maria, dove furono rinvenute nel 917 dal vescovo Bono.
Da quel tempo Erasmo fu proclamato patrono di Gaeta, e furono anche coniate monete con la sua effigie.
Nel 1620, nel primo grande sarcofago contenente una parte delle reliquie dei Santi, viene inserito il sarcofago più piccolo con i resti dei Santi Erasmo, Probo e Innocenzo, mentre subito accanto viene deposta l'urna contenente i resti di San Marciano, nell'attuale grandiosa cripta barocca.
Le origini della festa risalgono al IX secolo, nel periodo di massimo splendore del Ducato di Gaeta, quando la città, indipendente e prospera, rese omaggio ai suoi Santi con l'ampliamento e l'abbellimento della basilica cattedrale, e poi nel XVII secolo con la costruzione del prestigioso e artistico «succorpo», dove furono deposte le sacre reliquie.
La cappella era gestita direttamente da rappresentanti incaricati dalla città, denominati procuratori, che poi divennero quattro: due scelti tra i nobili, uno tra i mercanti e l'altro nel popolo. A questo periodo risale anche il «Breve» di papa Clemente X per la recita dell'Ufficio Divino in onore dei Santi Patroni.
Candule, caccia del bufalo e salva reale
Secondo le cronache, in quel giorno l'immagine di Sant'Erasmo era portata in processione per tutta la città insieme a tutto il clero, ai cori, ai musici, alle confraternite cittadine, alle autorità e ai fedeli che, con ceri e torce in mano, recitavano insieme litanie e lodi, partendo dalla cattedrale e attraversando tutto il quartiere antico.
Era diffusa l'usanza di donare ceri al Santo Patrono consegnandoli direttamente ai procuratori.
Il giorno seguente si svolgeva un'altra solenne processione, arricchita dalla presenza della reliquia del Santo martire, custodita in un artistico reliquiario d'argento a forma di braccio benedicente, e accompagnata dai canonici, dagli alti prelati, dai religiosi, dalla nobiltà e da tutto il popolo.
In quell'occasione erano portate in tripudio le Candule, specie di macchine in legno ornate da drappi e ceri, trasportate sui carri dalle singole maestranze della città, come ancora oggi avviene in alcune famose località italiane, Gubbio e Nola.
Significativo era l'omaggio della guarnigione con lo sparo a salve delle batterie al passaggio dell'antico simulacro in argento raffigurante il Santo protettore.
Si svolgeva anche la celebre «caccia del bufalo», una variante della più classica corrida, protrattasi fino agli anni sessanta dell'Ottocento e capace di attirare una folla enorme perfino da Roma e Caserta; nel 1862 Re Vittorio Emanuele II la abolì, trasformando la festa definitivamente in una celebrazione esclusivamente religiosa.
Si narra che la sera prima della festa il cielo si illuminasse di fuochi artificiali e di altri giochi di luce, oltre che del fuoco della «salva reale» della fortezza, mentre il campanile della cattedrale era illuminato da numerose fiaccole.
Quello che resta oggi, fra mare e piazza
Ai giorni nostri la festa patronale si è notevolmente ridimensionata, e di queste antiche tradizioni non restano che l'omaggio della città attraverso l'offerta dei fiori e dei ceri ai Santi da parte del Sindaco, e la solenne processione, mentre i festeggiamenti civili si incentrano per lo più su spettacoli musicali di piazza, chiusi da un caratteristico spettacolo pirotecnico.
I festeggiamenti si aprono con il suono a distesa delle campane della Basilica Cattedrale, e da Punta Stendardo parte la diana pirotecnica.
Si parte con la recita comunitaria del Rosario e la Santa Messa, dando avvio alla Novena, e ogni giorno fino al 2 giugno si alternano momenti di preghiera, liturgie solenni e incontri comunitari, fino al Solenne Pontificale.
Accanto alla parte religiosa si tengono il Palio del Mare e la Fiera dei Santi Patroni in via Annunziata, e la chiusura è sull'acqua con il grandioso spettacolo pirotecnico terra-mare dalla scogliera di Punta Stendardo.
Il Comune di Gaeta ha festeggiato il riconoscimento delle fiere di Sant'Anna e di Sant'Erasmo e Marciano, con storicità dal 1960 circa, e le fiere di Gaeta sono riportate negli «Statuta, Privilegia et Consvetvdines Civitatis Caietae», che fanno riferimento a privilegi reali e a norme scritte già dal lontano 1191, tramandatesi per secoli fino al 1356 e in seguito stampate pubblicamente nel 1553.
Al rientro dei busti reliquiari in cattedrale suona la banda della città, il complesso bandistico «E. Montano-Città di Gaeta». L'evento è promosso dall'Arcidiocesi di Gaeta con la Basilica Cattedrale, l'Aps Santi Erasmo e Marciano, il Comune di Gaeta, la Regione Lazio, Confcommercio Lazio Sud e la Pro Loco Gaeta.
La Passio scritta a Monte Cassino
Il più accreditato documento che ci rimanda alla storia del martire Erasmo è una lettera di Papa Gregorio Magno al presule formiano Bacauda, in cui si parla di una chiesa formiana «in qua corpus beati Erasmi martyris requiescit», con termine ultimo la fine del VI secolo.
È con il monaco Giovanni di Gaeta, futuro Papa Gelasio II (1060 ca. - 1119), che si ha per la prima volta un sapiente lavoro di collazione delle varie fonti agiografiche riguardo alla Passio di Erasmo, redatta a Monte Cassino verso la fine del XI secolo, dove attraverso la biografia del Santo si intravedono i tre caratteri essenziali della vita monastica: la vita eremitica, l'incarico pastorale e l'atto di confessione della fede.
Nel racconto Erasmo predica, battezza e guarisce; catturato ed esortato a sacrificare agli dei, rifiuta, e le flagellazioni lo lasciano indenne, senza né una ferita né un livido. Condannato al supplizio della pece, immerso nel brodo di pece, zolfo e cera in fusione, riferisce di non sentirne alcun effetto, «visto che Cristo lo rinfresca»; segue un grande terremoto, Diocleziano lo imprigiona e sigilla la porta della cella, ma di notte un angelo appare e lo libera.
Il santo si reca poi a Ochrida, cittadina a pochi chilometri da Sirmio, centro culturale dell'Illiria e sede dell'imperatore Massimiano, che lo fa arrestare per convincerlo a sacrificare ai piedi della statua di Giove — ma la statua va in frantumi e da essa fuoriesce un serpente che fa strage tra la folla.
Massimiano ordina allora di costruire una tunica di bronzo, di arroventarla e di coprirne il corpo del santo, ed Erasmo se la infila spontaneamente mentre la tunica si raffredda; poi gli si prepara una vasca con piombo fuso, resina, pece e olio bollente, ma il santo vi scende da solo, gli schizzi bollenti raggiungono l'imperatore e la caldaia si rovescia.
In sette anni ne convertì quattrocentomila nell'Illirico, e a Sirmio, dopo aver abbattuto un simulacro, altre quattrocentomila, molte delle quali furono immediatamente uccise.
Fu liberato dall'arcangelo Michele, che lo condusse a Formia, e ivi sette giorni dopo placidamente morì, il 2 giugno dell'anno 303, sepolto poi dal vescovo Probo nella parte occidentale della città, «iuxta amphitheatrum».
Il santo entrò tra i santi Ausiliatori, devozione nata in Germania nel XV secolo, e la sua virtù era esplicata nel soccorso ai marinai — con il nome di Sant'Elmo — contro le epidemie e contro i dolori addominali, «fatto che ci fa intuire quale martirio, in quel tempo, avesse fatto breccia nell'immaginario collettivo».
L'anello di smeraldo e le donne che rammendavano le reti
Le persone più anziane tramandano una canzone-invocazione che, fino ai primissimi anni del secolo scorso, le donne gaetane che per mestiere riparavano le reti cantavano durante la propria attività.
Ci si affidava al Santo affinché nella rada entrassero tante sardine, in modo che dietro di esse giungessero anche i delfini, le fere, e bucassero le reti dei pescatori, procurando tanto lavoro per le rammendatrici e quindi un pasto sicuro anche per l'inverno.
La leggenda narra che un tempo una grave carestia minacciava Gaeta, i magazzini delle granaglie gestiti dai magistrati civici erano del tutto vuoti, il popolo era ridotto quasi alla fame e scarsi erano i traffici marittimi, finché da «Punta Stendardo» apparve un grosso bastimento da carico, che si scoprì essere una nave carica di grano diretta a Genova.
Sulla banchina si fece avanti un uomo dalle giovani e belle sembianze, dall'aspetto etereo e misterioso, vestito di una candida veste e avvolto da un elegante mantello di color rosso, che tese il braccio destro e con la sinistra estrasse un anello «dalle fattezze eccezionali, sul quale era incastonato uno smeraldo color acquamarina di enorme dimensioni».
Le parole con cui insistette sono rimaste nel racconto: «Oh uomo, ti prego, da' il grano alla mia gente, sta morendo di fame… Questo anello ti ripagherà abbondantemente», e poi ancora, con tono pacato: «tu sei un buon cristiano, e non è forse scritto nel Vangelo di dare da bere agli assetati e da mangiare agli affamati?».
L'uomo si trovava davanti l'antico simulacro del principale patrono della città, Sant'Erasmo, e il suo volto, il suo anello e il suo mantello erano la prova inconfutabile di ciò a cui aveva assistito per tre giorni.
Come arrivare alla festa
La Festa di Sant'Erasmo a Gaeta si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Formia-Gaeta, a 7,3 chilometri da Gaeta, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Sperlonga Centro ha davanti un percorso di 14 chilometri che in 18 minuti porta a destinazione.
Nello stesso periodo, poco lontano
Chi passa di qui a giugno trova anche questi appuntamenti.
- Sant'Erasmo a Formia — giugno
- San Silverio a Ponza — giugno
- San Marco evangelista e Santa Maria Goretti a Latina — luglio