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Folklore e Rievocazioni

Corsa dei Ceri a Gubbio 2027 - Nessun sorpasso, e il portone chiuso prima che arrivi San Giorgio

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
3 maggio 2026
Dove Piazza Grande, Gubbio

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 20/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.

La Corsa dei Ceri si corre a Gubbio, in provincia di Perugia, in Umbria, ogni anno il 15 maggio, vigilia della festa del patrono Sant'Ubaldo. Tre Ceri di legno alti circa 7-8 metri, sormontati dalle statue di Sant'Ubaldo, San Giorgio e Sant'Antonio Abate, vengono portati a spalla e di corsa dai ceraioli su per la salita del monte Ingino fino alla Basilica di Sant'Ubaldo, con l'ordine d'arrivo immutabile — Sant'Ubaldo, San Giorgio, Sant'Antonio — deciso già in partenza. Si ripete senza interruzioni fin dal XII secolo, dalla morte del santo nel 1160.

Tre regole spiegano il resto: «I Ceri non possono superarsi per nessunissima ragione.» «Se un Cero cade, il Cero o i Ceri che seguono devono aspettare.» «I Ceri devono correre alla massima velocità possibile, fino allo sfinimento dei ceraioli». Perché allora correre, se l'ordine d'arrivo è deciso in partenza? Perché la vittoria è un'altra cosa: «È una prova di grande forza e abilità quella di far correre il Cero il più possibile in verticale, evitando cadute e pendute. Questa è la vittoria.»

E poi c'è il conto che si regola in cima al monte. «È tradizione e motivo di grande vanto per Sant'Ubaldo, e di umiliazione per il Cero che segue, che una volta entrato nel chiostro della Basilica Sant'Ubaldo riesca a chiudere il portone dietro di sé, senza pietà per nessuno, facendo attendere gli altri due Ceri prima di riaprire i battenti.»

Che cosa sono i Ceri

Non è una rievocazione, ma un evento che si ripete annualmente, senza interruzioni, dalla morte del santo — il 16 maggio 1160 — in avanti. Nel 1973 la Festa dei Ceri è stata dichiarata festa nazionale della Repubblica Italiana.

I Ceri sono tre manufatti di legno, formati da due espansioni fusiformi sovrapposte a forma di prismi ottagonali, fatte di tavolette dipinte e decorate con motivi classici, arabeschi, grottesche, candelabre e spirali vegetali. In cima ci sono le statue: Sant'Ubaldo in veste episcopale in atto di benedire, San Giorgio a cavallo con lancia, scudo, armatura e mantello azzurro, Sant'Antonio Abate con il saio da benedettino e il fuoco in mano.

Ogni pezzo ha il suo nome, e ognuno una funzione. Le «manicchie» sono le quattro grandi maniglie laterali che servono al trasporto orizzontale e fungono da ammortizzatore in caso di cadute; i «timicchioni» sono i due perni alle estremità; la «cavìa» è il cuneo di ferro che aggancia il Cero alla barella; il «barelone» è la tavola centrale che unisce le due stanghe a formare una H.

Il peso è di quasi 300 chili, barella e santo compresi, per un'altezza di circa 7-8 metri.

Il cero non si sceglie, si eredita

Ceraiolo può diventarlo «ogni cittadino di Gubbio, per nascita o genuinamente acquisito, dopo un lungo apprendistato che inizia con i Ceri Piccoli e Mezzani». Ma a quale Cero si appartiene non lo si decide: «il cero non si sceglie, si eredita». In origine dipendeva dal mestiere — muratori e scalpellini a Sant'Ubaldo, commercianti e artigiani a San Giorgio, contadini, proprietari terrieri e studenti a Sant'Antonio — e da lì si tramanda di padre in figlio.

Si riconoscono dai colori: pantaloni bianchi di tela, camicia gialla per Sant'Ubaldo, azzurra per San Giorgio, nera per Sant'Antonio, fascia rossa in vita (la «fusciacca») e fazzoletto rosso sulle spalle. Le donne non portano il Cero, tranne che durante la mostra, ma se vengono da importanti dinastie ceraiole «possono assumere una certa importanza nel condizionare quella che sarà poi la scelta dei figli».

Sotto il Cero, poi, ogni posizione ha un nome. La «muta» è il gruppo che prende il Cero per un pezzo di corsa: otto ceraioli ne sostengono il peso con le spalle sotto la stanga. I quattro all'estremità sono i puntaroli, e spingono; gli altri quattro, sotto la parte più tozza, sono i cepparoli, e sostengono. Il capodieci di corsa guida, regola la velocità e corregge le traiettorie; il barelone avanti è «prigioniero nel mezzo della barella», e per questo è di solito un ceraiolo atletico ed esperto; il capocinque, ultimo uomo tra le stanghe, ha la visuale più ampia.

Sopra tutti c'è il Capodieci, «la massima autorità del Cero»: monta e alza il Cero, lo guida alla partenza, lo abbassa e lo smonta alla fine — operazione che a Gubbio si chiama scavìare. Lo riconosci dal distintivo sul petto: mitra e pastorale per Sant'Ubaldo, scudo, elmo e lancia per San Giorgio, fiamma per Sant'Antonio. Accanto c'è il Capocetta, il capo dell'accetta, che ripara il Cero in caso di urti o cadute e tiene in mano un'ascia avvolta in un panno.

I Capitani sono due, Primo e Secondo, appartengono all'Università dei Muratori e vengono estratti a sorte due anni prima. Con loro l'Armata a cavallo: il Trombettiere, che durante la corsa suona le note della «carica», e l'Alfiere, istituito nel 1951, che porta l'insegna della città — e dal 2012 tutti i componenti dell'Armata sono tornati a indossare le uniformi napoleoniche, che erano state sostituite da quelle ispirate al Risorgimento.

La mattina: il baccalà, i fiori delle monache, la brocca

La giornata comincia all'alba, con i tamburini che percorrono le vie per svegliare Capitani e Capodieci, e il Campanone di Palazzo dei Consoli che suona a distesa per chiamare a raccolta la città.

Poi il corteo va al Cimitero, a deporre una corona per i ceraioli defunti; si celebra la Messa nella chiesetta dei Muratori e, al termine, un bambino estrae dal bussolotto i nomi dei Capitani che entreranno in carica fra due anni. Le tre statuette escono in processione fino al Palazzo dei Consoli, dove i Ceri aspettano dalla prima domenica di maggio; i ceraioli scendono nelle sale inferiori per la tradizionale «Colazione» a base di baccalà alla ceraiola; a Porta Castello si distribuiscono i «mazzolin di fiori», confezionati dalle monache del convento di Sant'Antonio.

A mezzogiorno, in Piazza Grande, c'è l'Alzata. Il Primo Capitano riceve dal Sindaco la chiave della città e dal Vescovo la benedizione; il Secondo esce dal Palazzo con la spada sguainata e ordina di aprire il portone. I Ceri escono orizzontali sulle spalle dei ceraioli e si montano sul posto: è l'«incaviamento», in cui il cuneo di ferro entra nell'asola del timicchione e viene bagnato con l'acqua della brocca «per farlo meglio aderire».

Poi i Capodieci salgono sulle stanghe, alzano la brocca vuota «verso la torretta del palazzo per salutare i campanari e poi verso la Basilica, in omaggio a Sant'Ubaldo», e la scagliano tra la folla. I frammenti sono considerati un potente portafortuna, e «si svolge una violenta lotta in mezzo alla folla per impadronirsene». Nello stesso istante il Capodieci si getta in avanti — il «volo d'angelo» — facendo da contrappeso umano, e il Cero sale in verticale.

Seguono tre «birate» in senso antiorario intorno al pennone — Sant'Antonio ne compie quattro — e poi la «mostra»: i Ceri si separano e vanno a rendere omaggio alle famiglie ceraiole, anche davanti alle case dei ceraioli anziani e defunti. Finiscono in Via Savelli, appoggiati su piedistalli di legno detti «ceppi», quattro per Cero, che li tengono sollevati da terra di circa 140 centimetri e che raffigurano le arti di ciascun Cero: una torre, un castello e la torretta del Palazzo per Sant'Ubaldo; i barilotti, un tamburo, un'alabarda e la casina con le botteghe per San Giorgio; due tronchi d'albero, un pagliaro e un casolare per Sant'Antonio.

La benedizione «in articulo mortis»

Nel pomeriggio la statua di Sant'Ubaldo scende dal Duomo in processione e incrocia i Ceri all'angolo tra Via Dante e Via Savelli. Lì il Vescovo li benedice — e la benedizione dice tutto su che cosa sta per succedere: è quella «in articulo mortis», che si dà a chi è in imminente rischio di vita, con la reliquia di Sant'Ubaldo.

Quattro tratti, e nove stradoni

I Capitani dell'anno precedente danno il via, e la folla esplode in un grido solo: «Via ch'eccoli». Il percorso è di circa 4 chilometri e 300 metri, dall'Alzatella alla Basilica in cima al monte, ed è diviso in quattro tratti. Il primo è quasi tutto in discesa ed è «affidato ai ceraioli più esperti»: scende per Via Dante (o Calata dei Neri), Corso Garibaldi e Via Cairoli, dove sosta per 15 minuti. Il secondo riparte lungo la discesa di Via Mazzatinti (o Calata dei Ferranti), prosegue in piano per Piazza 40 Martiri, passa per il quartiere di San Martino e risale per Via dei Consoli fino a Piazza Grande, dove si ferma per altri 15 minuti circa; il terzo comincia con le tre birate serali e affronta la durissima salita del Primo e Secondo Buchetto, «strade incassate tra mura e tanto strette da non consentire nemmeno l'utilizzo dei braccieri». Alla Porta di Sant'Ubaldo i Ceri vengono appoggiati a terra per circa mezz'ora, e la attraversano in posizione orizzontale, dato l'angusto passaggio.

L'ultimo tratto è sterrato: un chilometro e mezzo circa di salita, nove stradoni e otto tornanti, con una pendenza media del 20% circa, coperto in una decina di minuti. Poi l'«abbassata» finale, che avviene in piena corsa, e il portale.

Finita la corsa, dopo i giri intorno al pozzo e lo smontaggio delle barelle, i Ceri rientrano nella Basilica. Le tre statuette scendono il monte in processione, con una fiaccolata, accompagnate dai ceraioli che cantano «O lume della fede», e tornano nella chiesa dei Muratori.

Da dove viene, e le tre ipotesi

La versione documentata parte da un uomo: Ubaldo Baldassini (1085-1160), vescovo e patrono di Gubbio. Alla sua morte i cittadini cominciarono un pellegrinaggio con candele accese, e l'11 settembre 1194, quando il corpo fu trasferito nella chiesa sul monte Ingino, nacque la consuetudine della «Luminaria»: l'offerta devozionale di cera delle corporazioni, alla vigilia dell'anniversario. I candelotti di cera, nel tempo, divennero probabilmente troppo consistenti e difficili da trasportare, e verso la fine del Cinquecento furono sostituiti dalle tre strutture in legno che, più volte ricostruite, sono arrivate fino a oggi.

Le carte lo confermano passo per passo. Lo Statuto del 1338 obbligava le arti dei «petraiolorum, merciariorum et asinariorum» a offrire i «Cereos magnos», e voleva i partecipanti «iubilantes et gaudentes». Un documento del 1458 riferisce che i ceri erano già di legno, ricoperto di cera di vari colori; nel 1503 Sinibaldo Ibi eseguì il grande gonfalone di Sant'Ubaldo; l'Università dei Merciai imponeva di «diligentemente areconciare» il cero e di portarlo «ben ornato» (1549) e dipinto (1578). La prima descrizione dettagliata della Corsa è del 1605, di Padre Angelo Carucci, che parla di «alte e pesanti piramidi»; nel 1680 Padre Bonaventura Tondi la racconta per intero, con i due trombettieri a cavallo e già con quel «cimento curiosissimo» che consiste nell'innalzare il proprio cero prima degli altri sopra la porta della Chiesa. E la Bolla di canonizzazione di Papa Celestino III, del 5 marzo 1192, invitava gli eugubini a celebrare il loro Patrono «hilariter», cioè con allegrezza.

Le altre due ipotesi sono più antiche e meno provate. Quella pagana fa derivare la festa da riti in onore della dea Cerere — in latino Ceres, Cereris, da cui il nome «Ceri» — o della divinità umbra Cerfus, legati al risveglio della primavera. Quella eroica la lega alla vittoria del 1154 degli eugubini su una coalizione di città umbre alleate contro Gubbio, ottenuta per intercessione miracolosa del vescovo Ubaldo: in quel caso i Ceri sarebbero carri-trofei di guerra, e la parola «cero» deriverebbe da carroccio.

Il 15 maggio, comunque, non chiude la festa. Nei giorni successivi si corrono i Ceri Mezzani, portati dagli adolescenti, e il 2 giugno i Ceri Piccoli, portati dai bambini: è da lì che comincia l'apprendistato di ogni ceraiolo. Per il resto dell'anno le strutture lignee e le barelle riposano nella Basilica di Sant'Ubaldo, mentre le statue dei tre santi sono custodite nella chiesa di San Francesco della Pace, sede dell'antica Università dei Muratori.

Come arrivare alla festa

La Corsa dei Ceri a Gubbio si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Ex Stazione FAC di Padule, a 6,0 chilometri da Gubbio, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Gubbio Centro - Viale Parruccini - Scheggia ha davanti un percorso di 2,2 chilometri, tre minuti di guida.

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