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San Carlo Borromeo a Milano 2026 - I Quadroni esposti in Duomo e la processione a piedi nudi

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

La festa di San Carlo Borromeo si celebra a Milano il 4 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda l'arcivescovo che riformò la diocesi dopo il Concilio di Trento. Per l'occasione nei mesi di novembre e dicembre il Duomo espone i Quadroni di San Carlo, due cicli di ventotto tele ciascuno che raccontano la vita e i miracoli del Borromeo. Le tele fissano soprattutto un episodio: la processione del 6 ottobre 1576, quando durante la peste l'arcivescovo uscì scalzo, con una corda al collo, reggendo la croce col Santo Chiodo.

Ventotto tele di sei metri

I due cicli hanno una storia precisa. Il primo, «I fatti della vita del beato Carlo», fu iniziato nel 1603 in onore della beatificazione: comprende le tele più grandi, sei metri per quattro e settantacinque, tutte tempere su tela, e racconta la vita dalla nascita all'attività di arcivescovo fino ai solenni funerali. Era inizialmente composto da venti tele, e fu poi ampliato nel secolo successivo con l'aggiunta di altre otto.

Il secondo ciclo, «I miracoli di San Carlo», raccoglie i suoi miracoli e le guarigioni in quadri più piccoli, di circa due metri e quaranta per quattro e quaranta. Furono realizzati tra il dicembre del 1609 e il novembre 1610, quando San Carlo venne canonizzato, e la serie fu esposta insieme alla prima per la prima volta il 4 novembre 1610 nel Duomo di Milano. Anche a questa, nel Settecento, furono aggiunte altre tele.

A dipingerli furono i più apprezzati artisti del barocco milanese: il Cerano, Giulio Cesare Procaccini, il Duchino, i Fiammenghini, accanto a figure minori come Carlo Buzzi e Giorgio Noyers. E i titoli dicono già che cosa la città volesse ricordare del suo arcivescovo: «Durante la peste, San Carlo porta in processione il Santo Chiodo»; «San Carlo amministra i Sacramenti agli appestati», del Duchino, del 1602; «Il santo visita gli appestati», del Cerano, dello stesso anno.

Il 6 ottobre 1576, scalzo e con la corda al collo

L'episodio che quei quadri fissano è uno solo, ed è il più noto. Nel pieno dell'epidemia di peste che devastava la città, il 6 ottobre 1576, l'arcivescovo uscì dal Duomo in processione verso il santuario di San Celso: a piedi nudi, con una corda al collo e il capo coperto di cenere, come umile penitente, reggendo la croce con il Santo Chiodo. La reliquia era in cattedrale dal 20 marzo 1461, quando fu traslata dalla basilica estiva di Santa Tecla, in via di demolizione, alla nuova cattedrale ancora in costruzione, e collocata sulla sommità della volta absidale. Per portarla in strada, san Carlo la fece incastonare in una croce di legno semplicissima, quella che oggi è custodita nella parrocchiale di Trezzo d'Adda.

Il quadro che ne conserva la memoria scende nei dettagli: gli occhi pieni di lacrime rivolti verso il Santo Chiodo, il talare e il rocchetto bianchi, la mozzetta rossa, la cappa pontificia pavonazza con il cappuccio calato sul viso. E poi la corda al collo e i piedi scalzi, con l'alluce destro ferito, a sottolineare il carattere penitenziale della processione. La piazza è attraversata dal corteo di fedeli che rientra in Cattedrale: a destra cinque canonici abbigliati come lui, a sinistra un gruppo che porta croci processionali e candele. Ricondotta in Duomo, la reliquia fu esposta per quaranta ore all'adorazione dei fedeli.

San Carlo volle che quella processione fosse ripetuta ogni anno il 3 maggio, festa del Ritrovamento della Santa Croce secondo l'antico calendario liturgico. Un'altra cosa è il Rito della Nivola, con l'arcivescovo che sale sulla grande cesta di legno per prelevare il Santo Chiodo dalla volta: si celebra il 14 settembre, ricorrenza dell'Esaltazione della Santa Croce, o il sabato che lo precede, e non fa parte della festa del 4 novembre.

La peste di San Carlo

Il flagello colpì la metropoli e la campagna lombarda nel 1576-1577, dopo la carestia, e il periodo storico sarebbe stato ricordato come «la peste di San Carlo». Mentre le autorità civili e sanitarie entravano in crisi e fuggivano da Milano, lui, che era in visita pastorale, rientrò in città e si prodigò per portare aiuto sotto ogni forma agli appestati: organizzò processioni votive, riordinò il Lazzaretto, rifece il tempio votivo di San Sebastiano e aprì la chiesa del lazzaretto.

C'è un gesto che si racconta con una cifra. Per soccorrere i poveri divise tra loro il prezzo di un intero principato, quello d'Oria, venduto per 40 mila ducati. I milanesi lo acclamarono come «alter Ambrosius», il nuovo sant'Ambrogio: ed è la ragione per cui, dopo di lui, la Chiesa milanese divenne la Chiesa dei Santi Ambrogio e Carlo.

Da Arona al Duomo, con due papi in mezzo

Carlo nacque nella Rocca di Arona, sulla sponda piemontese del lago Maggiore, il 2 ottobre 1538, secondo figlio del conte Giberto Borromeo e di Margherita de' Medici, sorella di quel Giovanni Angelo che fu poi Pio IV.

Fu educato religiosamente a Milano dal parroco di Sant'Ambrogio, e ricevette dodicenne l'abito clericale e la tonsura. A sedici anni era iscritto all'università di Pavia per i rami della teologia e delle leggi, e il 6 dicembre 1559 conseguì la laurea in diritto canonico e civile. Il 31 gennaio 1560 fu eletto cardinale diacono, e l'8 febbraio dello stesso anno arcivescovo di Milano, con l'obbligo però di rimanere a Roma e di governare la lontana diocesi per mezzo di vicari. Fu ordinato presbitero nel 1563, a venticinque anni, e subito dopo consacrato vescovo.

L'ingresso vero in città arrivò dopo: nel 1565, a soli ventisette anni, prese possesso dell'Arcidiocesi — e da sessantotto anni nessun arcivescovo risiedeva a Milano. L'ingresso avvenne il 23 settembre, conforme all'antico cerimoniale: partenza da Sant'Eustorgio, basilica del IV secolo, su una giumenta bianca, il baldacchino retto dai nobili Confalonieri e il governatore spagnolo a qualche passo dietro di lui.

In quegli anni per tre volte compì una visita pastorale su tutto il territorio, organizzandolo poi in circoscrizioni; fondò seminari per la formazione dei sacerdoti; fece costruire chiese, scuole, collegi, ospedali; istituì la Congregazione degli Oblati, preti secolari; donò ai poveri le ricchezze di famiglia. Dopo il Concilio di Trento stabilì che ogni parrocchia dovesse avere una propria Confraternita del Santissimo Sacramento, legata al culto e all'adorazione dell'Eucaristia, e a Sant'Eustorgio promosse intensamente il culto dei Re Magi. La sua azione pastorale, metodica ed estesa, fu assunta come paradigmatica non solo in Lombardia ma in tutta l'Europa cattolica post-tridentina: dedicò la sua opera alla cura delle anime e alla moralizzazione dei costumi, promuovendo oltre al culto «interiore» anche quello «esteriore» — riti liturgici, preghiere collettive, processioni — ravvivando la fede e la coesione sociale soprattutto dei ceti più popolari.

Fu canonizzato in San Pietro il 1º novembre 1610 da Paolo V; la ricorrenza cade il 4 novembre. Nelle immagini lo si riconosce dagli abiti cardinalizi, dal gesto benedicente o dall'atto di comunicare gli appestati, e dal motto personale che i Borromeo portavano nello stemma: Humilitas.

Lo Scurolo, sotto il Duomo

Le spoglie riposano nel Duomo, nella cappella sotterranea chiamata Scurolo. Il nome viene dal milanese scuroeu: per il Vocabolario milanese-italiano del Cherubini è il sepolcro, «quel sepolcro che si fa per le chiese nella settimana santa per figurare il tumulo di Gesù Cristo»; per il Duomo è semplicemente l'ambiente scarsamente illuminato o sotterraneo. Sta sotto il presbiterio della Cattedrale, accanto alla Cripta.

Fu progettato nel 1606 da Francesco Maria Richini su commissione del cardinale Federico Borromeo, ed era già sufficientemente completato e decorato in tempo per la canonizzazione del 1º novembre 1610. È a pianta ottagonale, a lati alternatamente diseguali, preceduto da uno pseudo-pronao classicheggiante. La decorazione in lamina d'argento sbalzato fu deliberata nel 1619, e richiese oltre cinquant'anni di lavoro.

Otto pannelli ovali in argento, sulla cornice della volta, riproducono scene della vita del santo, e ognuno ha la sua data e il suo committente: la nascita, del 1650, commissionata da Federico Borromeo; il concilio provinciale, del 1682, finanziato da un lascito del Litta; la vendita del ducato d'Oria, del 1689; l'amministrazione dei sacramenti agli appestati, del 1686; lo sparo d'archibugio durante un'orazione, del 1685; la traslazione e visita dei corpi santi, del 1683; la morte, realizzata tra il 1678 e il 1679 e donata dal duca Antonio Borromeo; l'entrata nella gloria, degli stessi anni. Negli angoli dell'ottagono, le erme donate dal cardinale Querini raffigurano le virtù del santo: religione, divina provvidenza, fortezza, sapienza, carità, liberalità, umiltà, visione beatifica.

Al centro sta l'arca in argento e cristallo di rocca, disegnata dal Cerano e donata da Filippo IV di Spagna, sovrastata da una sovracassa di rame con al centro una medaglia d'argento che raffigura Carlo Borromeo in adorazione del sacro sepolcro a Varallo. Dentro, i resti sono abbigliati con paramenti pontificali da messa, con mitra, sandali e pallio adornato da tre spille d'argento con rubini e diamanti; nell'anello d'oro della mano destra c'è un grosso topazio, la sinistra tiene il bastone pastorale in argento, e il volto è ricoperto da una maschera d'argento di fattura più recente. La tomba divenne subito meta di pellegrinaggi e di offerte, tante che si commissionarono statue per decorare la balaustra di legno, sostituita nel 1604 con una in bronzo e decori d'argento.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa di San Carlo Borromeo a Milano è facilissimo. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Milano Cadorna a un passo dal centro, 1,7 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di San Siro, e da lì restano 7,0 chilometri e 10 minuti.

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