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I Candelieri di Nulvi 2027 - I cavi elettrici tagliati nel 1926 per non abbassare i ceri
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: icpi.cultura.gov.it, letta il 21/09/2026.
I Candelieri di Nulvi, in provincia di Sassari, escono il 14 agosto, alla vigilia dell'Assunta, e la festa prosegue il 15 con la processione della statua di Maria. I tre candelieri — uno per ciascun gremio, sos messajos, sos mastros e sos pastores — sono macchine votive di legno, canne e cartapesta sormontate da un tabernacolo, e vengono portati a spalla da sedici uomini alle stanghe più quelli che reggono le funi, dalla chiesa di San Filippo Neri fino alla chiesa dell'Assunta. Pesano circa nove quintali e la tradizione vuole che restino sempre in posizione verticale: nel 1926 si dovettero tagliare i cavi elettrici per evitarne l'abbassamento.
Una regola che non ammette eccezioni
Ci sono processioni che si adattano agli ostacoli, e ce n'è una che li fa togliere. A Nulvi i tre candelieri devono restare dritti per tutto il percorso, e per rispettare quella regola si è arrivati a un gesto che si racconta ancora: nel 1926 si dovettero tagliare i cavi elettrici pur di non abbassarli.
L'unico momento in cui si piegano è alla fine, e per forza: arrivata la processione davanti alla chiesa dell'Assunta, i candelieri vengono calati per poter entrare nell'edificio.
Tre macchine che candelieri non sono
Il nome inganna, e a Nulvi lo dicono con una battuta: il piatto forte de s'ispantu sono candelieri che candelieri non sono. Quello che sfila non è un cero ma una macchina a forma di tabernacolo, sostenuta da un fusto verticale — il «fuso» — con un'ampia superficie frontale carica di decorazioni in cartapesta, carta colorata e argentata, e perfino carta da parati, tutto disposto attorno a uno scheletro di canne intrecciate.
La struttura è fatta di due pezzi che si montano in piazza: il piedistallo, tutto in legno, alto circa due metri, che si infila alla base della parte superiore, e il capitello, anch'esso in legno, che regge una fitta trama di tavole e canne rivestita di cartapesta decorata. In tutto, circa otto metri d'altezza per nove quintali di peso.
Il perché di quella forma sta in una legge di otto secoli fa. Gli statuti pisani del Duecento e del Trecento prevedevano la consuetudine dei candelieri, stabilivano quanta cera si dovesse esporre e indicavano che forma dovessero avere le «macchine»: il «candelo» doveva essere a tabernacolo, e su di esso dovevano comparire immagini di santi e di angeli in «cera nuova». Nulvi è l'unico posto dove quella prescrizione è sopravvissuta — quelli di Sassari, Ploaghe e Iglesias sono a fioretto — e il merito, secondo gli studi locali, è di un rifiuto: la presa di posizione dei nulvesi contro gli spagnoli, che volevano imporre le loro modalità a Sa Essida, ha conservato buona parte del rito originale, compresa la forma prescritta dagli Statuti. La cera, invece, si è persa per strada: in un momento non ben definito fu sostituita dalla cartapesta, forse perché costava troppo.
Sotto ci vogliono le spalle. Ogni candeliere è portato da sedici uomini alle stanghe più altri quattro che reggono le corde, e i quattro alle funi non sono un dettaglio: servono a governare l'instabilità di una struttura alta otto metri. Contando i cambi, in una giornata sotto un solo candeliere passano una quarantina di portatori. E la fatica è voluta: i tre giganti «ballano» pericolosamente sulle spalle di chi li porta perché la fatica sia ancora più dura, il sacrificio più significante, la devozione più vera e sentita.
Giallo, verde, azzurro: tre mestieri e una causa civile
I candelieri sono tre perché tre sono le corporazioni, e il colore di ciascuno non è decorativo ma parlante. Il verde è dei Pastori, e richiama i pascoli erbosi dell'entroterra; il giallo richiama le spighe dorate dei campi coltivati dai Messai, i mietitori; l'azzurro degli Artigiani è il cielo, colore da sempre legato alla Vergine Maria.
Ogni macchina rappresenta un gremio, cioè un'associazione corporativa dei mestieri che un tempo si facevano nel territorio di Nulvi, e porta il colore del suo gremio. I gremi sono nati sotto un'altra dominazione: con il passaggio agli aragonesi nacquero i tre gremi — Messai, Artigiani e Pastori — qualcosa di molto simile alle associazioni delle «arti e dei mestieri» pisane.
Chi entra per primo in chiesa, però, non l'ha deciso la cortesia: l'ha deciso un tribunale. L'ordine d'ingresso in parrocchia fu stabilito da una lunga disputa fra il 1844 e il 1848, risolta con l'ordine di nascita dei gremi: sos messajos si aggiudicarono l'ingresso per primi perché riconosciuti come il gremio più antico, ed è la causa civile del 1845 a portare in quella direzione. Da allora la disposizione è fissa: gli agricoltori entrano per primi e si mettono al centro, gli artigiani per secondi alla destra della Vergine, i pastori per ultimi alla sua sinistra — e sono proprio i pastori, che entrano per ultimi, ad aprire la processione per strada.
Che la questione fosse sentita lo dice anche un'altra traccia d'archivio: dal 1640 al 1806 l'ordine d'ingresso dei tre giganti in chiesa veniva annotato sul registro dei battezzati. Le cronache, per parte loro, parlano dei tre gremi come esistenti «da tempo immemorabile».
Come si monta, e come si cammina
Il montaggio è pubblico e si fa in strada. Nel pomeriggio del 14 agosto si portano fuori dalla chiesa di San Filippo prima i tre fusi e poi i tre tabernacoli, che vengono riassemblati nel Corso con un sistema a incastro; un addetto lega le parti con le corde per garantire la stabilità, e per ultime si posizionano le stanghe.
Poi arriva il segnale: la benedizione e il canto dell'Ave Maris Stella danno il via, e da quel momento decine di portatori si alternano sotto le stanghe, nelle alzate e nel trasporto lungo il percorso storico, che disegna un grande anello attorno alla chiesa.
Il tragitto ha le sue tappe fisse. La sfilata si avvia per le strade strette e tortuose del paese e si ferma a Cunventu 'e Subra, per dare ristoro ai portatori. Poi arriva il tratto che tutti aspettano: «Sa falada de sos candeleris», la discesa dei candelieri, in cui i portatori si mettono alla prova in esibizioni di abilità nel punto più ripido del percorso. E c'è una sosta pensata anche per chi guarda: in piazza Sant'Antonio, a metà strada, i candelieri vengono sollevati diritti, i portatori riposano, si beve, si fanno le fotografie.
Gli apostoli, l'angelo e la palma spezzata
Quando i candelieri entrano in chiesa il rito cambia registro. Vengono disposti a corona attorno all'immagine di Maria Assunta adagiata sul «cataletto», la figura Dormiente della Vergine — Virgo Dormiens — vestita di seta, con gioielli, una corona d'argento e il corpo interamente velato.
Il giorno dopo comincia la parte più insolita, e in Sardegna è rimasta solo qui: il rito di derivazione bizantina dell'Apostolato, in sardo S'Apostuladu. Dodici uomini che raffigurano gli Apostoli, in tuniche e palli, con l'aureola sulla testa e in mano i loro attributi, entrano in chiesa e, dopo la benedizione del parroco, rendono omaggio a Maria uno per uno, inchinandosi davanti al simulacro e baciandogli i piedi.
Ma prima di loro passa un bambino. Un adolescente vestito da angelo, S'Angheleddu, ha già baciato simbolicamente i piedi della statua dopo aver tracciato con la spada un segno di croce, e il suo ruolo non è ornamentale: è lui a vigilare su Maria, ed è a lui che gli Apostoli chiedono il permesso di toccare il corpo della Vergine. Il rito si chiude in spagnolo, con una preghiera corale cantata, A la Asuncion, e si ripete tutte le sere dell'Ottava.
La festa, infatti, non finisce il 15 agosto ma otto giorni dopo: il calendario va dal 14 al 23 agosto. Il 23, dopo la messa solenne, gli Apostoli tornano nella chiesa di Santa Maria Assunta, omaggiano di nuovo la statua e la seguono cantando mentre viene riportata in sacrestia; poi, inginocchiati all'altare del Sacramento, intonano il Te Deum e tornano cantando alla chiesa di Santa Croce, mentre i candelieri rientrano a San Filippo Neri. L'ultimo gesto è un'immagine sola, e chiude tutto: davanti all'ingresso di Santa Croce, Paolo rompe con la spada la palma che Giovanni tiene fra le mani. A quel punto Nulvi ha rinnovato, ancora una volta, il voto fatto alla Beata Vergine Assunta per sconfiggere la peste.
Il maestro dei candelieri e le rose che si regalano
Un tempo il candeliere si distruggeva ogni anno. A fine cerimonia veniva smembrato e le sue parti divise fra portatori e fedeli; la cera veniva asportata e fusa per farne candele, e i frammenti, tenuti come reliquie, venivano contesi e conservati un anno intero, poi bruciati, e le ceneri sparse nei campi per renderli fecondi. Lo registrava già un dizionario dell'Ottocento: dopo l'ottava «se li dividon fra loro gli operai de' tre corpi d'arte». Oggi di quell'usanza resta un gesto più leggero — si distribuiscono e si rifanno le rose di carta crespa che decorano le macchine — e la manutenzione ha il suo calendario: ai primi di agosto ogni candeliere viene colcadu e spolverato, gli si cambiano le rose e gli si ripristinano le 52 bandierine, tutte ex voto. Sono anche una memoria: ai lati del tabernacolo stanno quelle degli obrieri delle feste degli anni passati. E di quelle antiche si sa perfino il suono: erano piccolissime bandierine di carta stagnola color oro, che al solo movimento del candeliere producevano un suono molto caratteristico.
Per secoli i candelieri sono stati rifatti a mano da pochissime persone. Gli studi locali attribuiscono l'impianto decorativo attuale al «grande maestro dei candelieri» Gavino Mara (Nulvi 1863-1951), conosciuto come Tiu Bainzu Mara, che lavorò nei primi trent'anni del Novecento. Il lavoro era di una minuzia che vale la pena elencare: riccioli, torniture di carta impastata ottenute con stampi di pietra, soluzioni cromatiche punteggiate di carta stagnola colorata e luminosa. E c'era l'oro — l'«oro canterinu» e la foglia d'oro per certe decorazioni, che il maestro maneggiava con grande attenzione, perché nella tradizione orientale l'oro non è un colore ma pura luce. La catena dei maestri si è chiusa a metà Novecento: Martino Pisanu, Bainzu e Francesco Mara sono gli ultimi maestri dei Candelieri, quelli che fino al 1959 ne ricostruivano ogni anno le facciate, come imponevano gli Statuti. I candelieri che sfilano oggi risalgono al 1978, quando furono costruiti per durare nel tempo.
Il repertorio decorativo, comunque, viene da lontano: riprende lo schema a nicchie e figure a tutto tondo degli altari lignei in stile colonial-spagnolo dell'arte sassarese di primo Settecento — un sistema architettonico a deciso sviluppo verticale, ricco di intagli, cornici e dettagli, riletto in chiave locale, vivace e festosa.
Anche la tradizione, del resto, è arrivata da fuori. I candelieri risalgono al XIII secolo, al tempo della dominazione pisana: furono i pisani a portare in Sardegna l'usanza di offrire ceri a forma di tabernacolo e di peso stabilito, e l'offerta fu sancita ufficialmente dal giudice Mariano d'Arborea. Quel voto pisano non aveva bisogno di epidemie — era quello di offrire ogni anno un tanto di cera alla Madonna del «mezo mese di Gosto», con o senza pestilenze da esorcizzare o lenire. Il voto nulvese, invece, con la peste c'entra: la festa nasce sull'esempio della processione che si celebra nella vicina Sassari come ex voto per la fine dell'epidemia, che cessò il 14 agosto 1652 per intercessione della Vergine.
Una cosa, infine, spiega perché a Nulvi si parli di dieci giorni e non di uno: è una festa all'antica, con la sua vigilia, la festa vera e propria e s'ottava che la chiude otto giorni dopo. E come finiva la serata lo registrava già il dizionario del 1843: i popolani escono di chiesa e cominciano la danza festiva, che va avanti per alcune ore della notte alla melodia delle voci.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Nulvi per i Candelieri non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Nulvi si trova a 700 metri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Su Bullone dista 13 chilometri, cioè 20 minuti di strada.
Che altro succede in provincia di Sassari
Nella stessa zona, altre feste con una loro storia.
- Faradda di li Candareri a Sassari — agosto
- Bastida di Sorres a Borutta — agosto
- S'Ardia di San Costantino a Pozzomaggiore — luglio