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Folklore e Rievocazioni

Cantar Maggio a Magliano Alfieri 2027 - Canti di questua e tradizioni popolari

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

A Magliano Alfieri, in maggio, sono le ragazze a bussare alle porte. Vanno di casa in casa cantando, con un cappello fiorito in testa e un cestino per i doni, e nei versi che intonano c'è un corteggiamento dichiarato. Nel Cantar Maggio sono le fanciulle a fare la corte.

La sposa di maggio col cappello fiorito

Una di loro è vestita da sposa. Ha il velo bianco, il cappello fiorito in testa e le farfalle nello stomaco, e in braccio le mettono il pino della festa, addobbato di fiori e di nastri. Con lei vanno altre ragazze in abito da festa, che escono da sole, per una volta, e replicano l'antica questua delle uova sorridendo ai giovanotti.

Bussano a tutte le porte del paese, e anche a quella giusta. Il ragazzo, già lì, apre e lascia che il sole di maggio entri in casa; la ragazza col cappello fiorito non perde tempo, perché non ci sarà un'altra occasione come quella, e dopo qualche sorriso vince la timidezza e canta: Guardélo la coul giùvou / Cou l'a tant un bel coulùr / Guardélo 'n coula fàcia / Smia un poumin d'amoùr. Nella versione in italiano il verso suona così: «Guardate là quel giovane, ha tanto un bel sorriso, con le sue manine bianche si arriccia i suoi baffi». Poi le ragazze offrono rami di sempreverdi alla famiglia e ripartono insieme verso un'altra casa e un'altra porta.

Che il canto servisse anche a farsi notare lo dice la memoria del Roero: alcune strofe celavano intenti di corteggiamento, e una delle ragazze era vestita da sposa, ostentando oggetti di valore come simbolica dote.

Il pino addobbato all'incrocio

La sera cambia il passo. I ragazzi trasportano un grande albero addobbato in un posto in cui s'incrociano le strade, e lì danno il via alla festa: canti, bevute, risate, pantomime e balli intorno all'albero.

È a quel punto che la storia della giornata si chiude. La bella ragazza con il cappello fiorito balla con grazia finché fa cadere a terra il velo bianco, illuminato dal fuoco, e il ragazzo si precipita a raccoglierlo in punta di piedi, con gentilezza.

Le ragazze di giorno, i musicisti di notte

La questua ha due turni. Le ragazze hanno tempo fino al tramonto; dopo il calare del sole la questua delle uova tocca ai maschi, ai musicisti e al fratucìn.

Di notte i cantori si aggirano in lunghe camminate, in cerca di case ospitali e di cascine illuminate: nella tradizione erano i contadini, svegliati dai musici e dai cantori, a offrire pane e vino. Chi c'era ricorda la salita, la collina di Barbaresco, i cortili, una casa dopo l'altra, con il canto, il ballo, le uova e un bicchiere di vino; e ricorda anche come si era vestita, con un maglioncino blu, una gonna azzurra, le pantofole bianche ai piedi e il cestino per raccogliere i doni.

Alla fine arrivano i doni veri: cibi e vini locali, prodotti appena raccolti e offerti alla comunità, profumi e sapori prima segreti e poi svelati ai questuanti. E la scena è questa: piccole vallate inondate di luna, risonanti di canti augurali, risate e balli e voci allegre sulle aie della questua, e un vecchio padrone di casa che si sente rimescolare il sangue dal canto festivo e si unisce al coro della brigata, cantando sugli acuti con una voce che viene dal profondo.

Ripresa del 1972

L'usanza, che un tempo coinvolgeva le donne del Roero, era quasi scomparsa all'inizio del secolo scorso. A riprenderla è stato un gruppo di giovani cantori riunito sotto la guida di uno studioso appassionato del mondo popolare: nel maggio del 1972 le ragazze del Gruppo Spontaneo ripresentano ai contadini di Magliano Alfieri, di Govone, di Castagnito e di Neive la festa del Calendimaggio, il canté magg, riportandola alla sua funzione di celebrazione della primavera.

Antonio, che guidava il gruppo, sapeva che anni prima le ragazze di alcuni luoghi vicini cantavano il Maggio questuando di casa in casa. Quando il gruppo maglianese riprese il Cantar Maggio, che celebra il trionfo della primavera, ne percepiva bene — oltre al senso socializzante del rito popolare — gli antichi spiriti sacrali della stagione vivificante; e ricercare le feste camminando in processione per antichi sentieri era anche un modo di riandare sulle tracce degli antenati.

Da quella ripresa è nato anche un nome che è andato lontano: il canté magg ha poi dato il titolo alla rassegna di canto popolare di Bergolo. I versi che si cantano vengono dalle canzoni trascritte da Giovanni Battista Pio nella sua Cronistoria dei comuni dell'antico mandamento di Bossolasco, del 1920.

Martlet, pasiùn e Magninà

Il Cantar Maggio non è l'unico canto di questua di queste terre, ed è tornato insieme agli altri. Con lui sono riaffiorati i canti della Settimana Santa, come La pasiùn, quelli per la Festa dei coscritti e il canto di questua del Carnevale, la Magninà.

C'è anche una versione per le più piccole. Le bambine, adornate di fiori, portavano in processione il «martlet» o «erburin», una fronda di bosso decorata, intonando canti che celebravano il risveglio primaverile; in cambio ricevevano offerte alimentari, un gesto che simboleggiava lo scambio fra la comunità e le forze della natura.

Dietro tutto questo c'è la stessa idea: la questua delle uova, il piantamento del pino e le danze della notte liberano le energie della primavera, e l'uovo che si raccoglie di cascina in cascina è simbolo di fecondità e di rinascita.

Come arrivare alla festa

La festa a Magliano Alfieri si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Motta di Costigliole, a 9,6 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Castagnito - Alba Est, e il tragitto è di 5,0 chilometri per 8 minuti di guida.

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