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Folklore e Rievocazioni

Carnevale di Bosses a Saint-Rhémy-en-Bosses 2027 - Napoleone

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
9 febbraio 2027
Dove Saint-Rhémy-en-Bosses (AO), Valle d'Aosta, Saint Rhemy En Bosses

Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.

Nella valle del Gran San Bernardo, in Valle d'Aosta, i carnevali si somigliano tutti: le stesse uniformi colorate, le stesse fruste di crine, gli stessi specchietti cuciti sui cappelli. Uno però ha una figura che gli altri non hanno. «Saint-Rhémy-en-Bosses è l'unico Carnevale in cui, oltre ai soldati in uniforme – qui detti mascre, chiamati lantzette in altri Carnevali delle Coumbe freide – compare anche Napoleone, che guida il corteo a cavallo.»

Il Colle, nel maggio del 1800

L'origine di tutto sta in un passaggio militare. L'episodio è fermo — Napoleone che valica il Colle del Gran San Bernardo nel maggio del 1800, durante la campagna d'Italia — mentre l'armata è contata ora in «circa 60.000 uomini», ora in 40.000.

L'episodio «stupì e spaventò talmente gli abitanti della vallata da diventare il tema del corteo di maschere che sfilano per le strade con costumi ispirati alle divise napoleoniche». Un racconto è più duro: «i suoi 40.000 uomini fecero danni e razzie, lasciando un ricordo indelebile alla popolazione che lo esorcizzò nei costumi carnevaleschi.»

Come le divise siano finite nei bauli lo racconta una testimonianza raccolta in valle: «È impossibile spiegare quante divise ci fossero, erano divise da soldà, che i soldati quando rientravano portavano con loro e poi arrivati a casa buttavano lì, in qualche cassapanca e i figli o i nipoti le tiravano fuori a carnevale, quando volevano travestirsi […] A Bosses, Napoleone aveva reclutato molti soldati, pochi sono tornati, ma avevano tutti qualche infermità, le mani gelate o altro, talmente avevano patito il freddo in Russia.»

Il nome della valle, del resto, dice il clima: si chiama Coumba Freida «per via del rigido clima che contraddistingue questa vallata».

L'unico corteo con Napoleone davanti

Il corteo di Saint-Rhémy si apre con lui: «Napoleone a cavallo, cui segue la Guida, che sbandiera con orgoglio il vessillo del Carnevale e dirige tutto il gruppo, suonando una trombetta.» Il viso della Guida «è coperto da baffi ed occhiali: chiari simboli della sua indiscussa autorità».

Sulla presenza dell'imperatore ci sono due letture. La prima lo dà come tratto distintivo consolidato del carnevale; la seconda precisa che «il corteo è aperto da Napoleone – talvolta anche a cavallo – ma è un personaggio apparso solo negli ultimi anni.» Vale la pena saperlo: la figura è recente, la storia che rievoca no.

Dietro di lui avanzano i «Joueurs» che, con le loro fisarmoniche e sassofoni, intonano tradizionali canti; poi il Diavolo, «nel suo mantello rosso bordato d'oro ed arricchito da campanelli», che «rappresenta le forze del male e colpisce le persone con il suo forcone». Seguono le Demoiselles e gli Arlequins, «maschere aggraziate ed eleganti»: gli arlecchini «indossano abiti di raso, a variopinte strisce verticali, un alto cappello, da cui scendono lunghi nastri colorati», le Dame «eleganti abiti di velluto, con i cappelli adornati di fiori e nastri», e la Demoiselle distribuisce caramelle lungo il percorso.

Mascre, non landzette

Il nome delle maschere cambia da paese a paese lungo la stessa vallata. A Saint-Rhémy si dicono mascre; negli altri carnevali della Coumba Freida sono le landzette o lantzette; la scheda catalografica dell'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione le registra come veiels, «con vestiti napoleoni e scaccia mosche in mano». La maschera vera e propria, quella che copre il viso, ha un nome suo: vesadjie.

Di che cosa fosse fatta si dice sempre allo stesso modo: «il viso è poi nascosto da maschere che anticamente erano in corteccia, mentre oggigiorno sono state sostituite da materiali plastici, anche se vi è un ritorno all'utilizzo di maschere in legno».

Ecco arrivare le «mascre»: aprono il corteo quelle con gli abiti neri, segno delle giornate buie e difficili dell'inverno, scacciate dalle maschere bianche, cioè dalle giornate solari della primavera. Poi vengono «i Rossi, i Verdi, i Marroni, i Blu, i Rosa, i Violetti».

Il senso della sequenza lo spiega Andrea Triolo, studioso della tradizione dei Carnevali: si sfila «in un crescendo di tonalità che va dai più chiari ai più scuri, a simboleggiare l'inverno che se ne va e l'estate che avanza».

30.000 paillettes cucite a mano

I costumi sono la parte cara della festa. Sono «abiti costosi, confezionati interamente a mano», e la cifra che ricorre è sempre la stessa: «i vestiti sono ricoperti di perline e paillettes (circa 30.000), che formano disegni floreali, rigorosamente cucite a mano da abili sarte, che si occupano anche del difficile taglio della stoffa.» Il costume si compone di pantaloni, gilet, camicia, giacca a coda di rondine, cintura e cappello: un tempo era fatto con una pesante stoffa di cotone detta matie, oggi sostituita dal velluto e da tessuti dall'aspetto più ricco.

Ogni elemento cucito addosso ha una funzione dichiarata, e non è decorativa. Gli specchietti «presenti sui cappelli e sulle giacche, hanno la funzione di catturare i raggi del sole e di allontanare tutte le presenze oscure e maligne»; il gorgoillon, «pesante sonaglio portato alla vita», serve allo stesso scopo; la frusta di crine di cavallo con cui le mascre stuzzicano il pubblico «simboleggia il vento che scaccia gli spiriti maligni, favorendo l'arrivo della stagione propizia all'agricoltura».

Anche le code dei muli che le maschere agitano sfilando «servono per allontanare le correnti d'aria nefaste». E il colore dominante ha la sua ragione: il rosso «simboleggia la forza e il vigore e che, anch'esso, ha il potere di esorcizzare i malefici e le disgrazie».

I costumi più antichi conservati non sono antichissimi — risalgono alla seconda metà del Novecento — e si possono vedere al Museo del Carnevale della Coumba Freida, ad Allein, frazione Ayez, in «un'antica costruzione del XV secolo». Il pezzo più sorprendente è «una giacca a doppia coda, datata 1963, qualcosa come una scombinata marsina tagliata in un panno rosso e decorata in sovrabbondanza con materiali in gran parte di riutilizzo». Oltre al rosso tradizionale, spiega chi li ha studiati, i colori sono «giallo, viola, verde, rosa, bordò e blu».

Gli sposi anziani, gli orsi e il curato

Accanto alla spiegazione napoleonica ce n'è una molto più antica, e più domestica. «La prima notizia documentata del carnevale riguarda Bosses e risale al 1467», e la tradizione lega quella data a un matrimonio: il carnevale «era nato in occasione del matrimonio di due anziani del villaggio che sentendosi un po' in imbarazzo avevano deciso di vestirsi in maniera inusuale». I due «avrebbero suscitato l'ilarità del paese», e da allora «a Carnevale in molti indossano una maschera da anziano».

Quei due sposi sfilano ancora, e hanno un nome che cambia come tutto il resto: il Toque e la Tocca, il Toque e la Toquée, il toc e la tocca, «il matto e la matta». Sono «due sposi anziani» e rappresentano «un ribaltamento dei ruoli in contrapposizione con la vita reale del paese dove sono i giovani a sposarsi». In scena litigano: «lui fa scherzi agli uomini e alza la gonna delle donne, causando la gelosa reazione della moglie che lo batte col bastone.»

Chiudono gli Orsi, che «camminano dondolando e pronunciando versi» e «simboleggiano la forza della natura dalla quale l'uomo si deve difendere e combattere» — uno di loro «è molto dispettoso, insegue le persone e si tuffa con loro nella neve». Li tiene al guinzaglio il Domatore. Ultimi arrivano il Dottore e il Curato, «due ruoli che in tempi passati erano i più importanti nelle comunità (insieme al farmacista)»; il Comune li presenta così: «l'uno tenta di curare i malanni fisici, l'altro quelli ancora più difficili di carattere spirituale.» Sono, insieme all'infermiere, i personaggi di più recente apparizione nel corteo.

Le patoille, e la patchocada

Il carnevale non comincia con la sfilata. Nelle settimane precedenti «piccoli gruppi mascherati (patoille) fanno visita alle famiglie delle diverse frazioni dove vengono accolti festosamente per bere, mangiare, cantare e scherzare»; la scheda dell'ICCD registra anche le Pattollie, «il nome dato a un gruppo notturno di gente che fa scherzi benevoli».

La sfilata in maschera si chiama mascarada, ed è itinerante: «si sposta di villaggio in villaggio, di casa in casa dove viene accolta in maniera festosa». Un tempo chi apriva la porta offriva la patchocada, «una pietanza fatta di uova sbattute con zucchero, vino e caffè», e spesso doni in cibo, «soprattutto le uova che erano simbolo di vita e rinnovamento». Oggi al loro posto «si trovano frittelle, salumi, formaggi, torte, bevande e vino».

Il momento culminante ha due date. La scheda catalografica lo chiama Benda e precisa che è «un corteo di maschere che fa due uscite: la domenica di Carnevale e il martedì grasso». La domenica, a Saint-Rhémy, il corteo «percorre le vie del paese di casa in casa dopo aver visitato la casa del sindaco»: le maschere «entrano nelle case, ballano nelle strade e nelle piazze, mangiano e bevono ciò che viene loro offerto».

Alla fine, quello che si festeggia è il calendario: questi carnevali «celebrano la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera in un'atmosfera gioiosa e allo stesso tempo misteriosa». Le stesse sfilate attraversano anche Étroubles e Saint Oyen.

Come arrivare alla festa

Il Carnevale di Bosses a Saint-Rhémy-en-Bosses si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Aosta / Aoste, a 21 chilometri da Saint-Rhémy-en-Bosses, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce al casello di Traforo del Gran San Bernardo ha davanti un percorso di 9,8 chilometri, dieci minuti di guida.

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