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Folklore e Rievocazioni

Le farchie a Fara Filiorum Petri 2027 - Canne intrecciate e rami di salice rosso per il rito del fuoco

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

La Festa delle Farchie si tiene il 16 gennaio a Fara Filiorum Petri, in provincia di Chieti, in Abruzzo, in onore di Sant'Antonio Abate. Nel pomeriggio ogni contrada porta al piazzale davanti alla chiesa di Sant'Antonio Abate la propria farchia — un enorme fascio di canne legate con rami di salice rosso, alto otto metri — e la innalza con funi, scale e filagne; al tramonto le farchie vengono incendiate. Il rito ricrea il miracolo che la leggenda locale attribuisce al santo nel 1799, quando trasformò in fiamme il querceto che proteggeva il paese e fermò le truppe francesi.

Il querceto che diventò fuoco

Il racconto che sta sotto tutto questo è del 1799, l'anno dell'invasione francese. I Francesi venivano da Bucchianico verso Guardiagrele e volevano occupare Fara; Fara, allora, era protetta da un grande querceto che si estendeva fino a coprire interamente la contrada Colli.

Secondo il racconto popolare Sant'Antonio apparve alle truppe nelle vesti di un generale e intimò loro di non oltrepassare la selva. Al loro diniego trasformò gli alberi in immense fiamme, che scompigliarono i soldati e li costrinsero alla fuga. Da allora quel miracoloso incendio viene simbolicamente ricreato con l'incendio delle farchie.

Di quel bosco restavano ancora, fino a tempi recenti, le querce sacre a Sant'Antonio: ciò che rimaneva dell'estesa «Selva», in parte demaniale e in parte dominicale, usata per l'allevamento dei maiali, e oggi documentata solo nella toponomastica. Il ruolo protettivo che il bosco aveva — con la sacralità che gli veniva riconosciuta — è passato al santo.

Anche il nome dell'oggetto viene dal mondo contadino. Farchia deriverebbe dal dialetto teatino fòrchia, cioè «caprile», a sua volta dal latino fùrcula, da cui farchja: le canne intrecciate che delimitano il caprile nella stalla. Oppure da farchjié, la canna palustre con cui si impagliavano le sedie e si bruciavano le setole del maiale. In abruzzese, del resto, farchie indica anche una fiaccola di canne o la legna intrecciata per il falò.

Canne di febbraio e salici di dicembre

La materia prima si prepara con un anno di anticipo. Le canne vengono tagliate ancora verdi nel mese di febbraio dell'anno precedente, selezionate e raccolte in fasci composti da 15-20 pezzi, e dopo Natale i contradaioli si organizzano per andarle a prendere.

Il legame è un'altra storia, e ha una regola tecnica precisa. Nei giorni a cavallo dell'8 dicembre si potano gli alberi di salice rosso, scegliendo i rami grandi a sufficienza ma non vecchi: quelli vecchi sono inutilizzabili perché privi della quantità d'acqua giusta, e quando si scaldano per essere legati in coppie si spaccano.

C'è poi una parte del rifornimento che il paese racconta a mezza voce: il furto delle canne. Oggi continua solo grazie ai contradaioli più giovani, che qualche giorno prima della festa, di notte, si avventurano nelle campagne dei paesi vicini — alla ricerca, più che di materiale utile alla preparazione, di emozioni forti.

L'anima, il rinfascio e il piticone

Di solito il 12 gennaio comincia la costruzione in ogni contrada, e per una settimana le farchie si vivono notte e giorno. La prima fase è l'anima: un palo di legno a cui si legano le canne, oppure sole canne, in modo da ottenere una piccola farchia che fa da spina dorsale a quella vera e propria. Poi si passa al rinfascio, cioè si ingrossa il diametro con le canne più lunghe e dritte fino alla dimensione finale, e in cima si riempie di paglia.

L'operazione decisiva la fanno in pochi. Due o tre uomini fra i più esperti si occupano della legatura del legame, e da come è legato dipendono la stabilità e la bellezza della farchia. La perfezione tecnica sta nell'unione di più caratteristiche: la verticalità, il giusto allineamento dei nodi, l'assenza di rigonfiamenti, la grandezza, e la sistemazione della singola canna in modo che all'occhio appaia unica dal capo — il «piticone» — alla coda, che si chiama «cima» o «fiocco». Le giunture si nascondono sotto i nodi.

Le misure sono fissate: un regolamento comunale impone che ogni farchia non superi gli otto-nove metri d'altezza e gli ottanta centimetri di diametro, per ragioni di ordine e pubblica incolumità.

Il lavoro è diviso e la divisione è netta. Solo gli uomini costruiscono la farchia; le donne della contrada, durante la preparazione, assistono e cucinano per loro il pasto di «Sant'Andone», innaffiato dal vino locale. Due farchie, più piccole delle altre, le realizzano le scuole elementari.

Funi, scale e filagne a x

Il 15 gennaio pomeriggio parte dalla chiesa parrocchiale la solenne processione della statua di Sant'Antonio, diretta alla chiesa campestre del santo; nei giorni prima, in parrocchia, si cantano le novene tratte dalle Litanie Lauretane.

Nel primo pomeriggio del 16 gennaio ogni contrada porta la propria farchia al piazzale antistante la chiesa di Sant'Antonio Abate. Le più lontane la caricano su trattori adornati con stendardi colorati; Fara centro, Madonna del Ponte, Sant'Antonio Abate e il Giardino la portano a spalla. Prima di muoversi si recitano le litanie lauretane, e la partenza della farchia di Fara Centro è preceduta dal canto delle Litanie. Nel corteo un suonatore di trevucette si mette a cavallo della farchia e un tamburino va in testa, mentre si intonano canti popolari abruzzesi accompagnati dal «du'botte».

Arrivati, i contradaioli scaricano la farchia poggiandola sul suolo, e poi la tirano su. Il capofarchia dirige stando in piedi davanti ad essa e impartendo ordini cadenzati, mentre gli altri — muniti di funi, scale e filagne, travi di legno legate in modo da formare una «x» — alzano diversi quintali di peso.

Mortaretti e contrade nemiche

Al tramonto, quando tutte le farchie sono in piedi, si dà inizio all'incendio. Alcuni mortaretti incendiano la sommità come fosse una grande torcia; l'innesco è di paglia, posto sulla cima e attivato da fuochi pirotecnici accesi dal basso. Una voce femminile chiama il nome di ognuna delle contrade.

È il momento in cui il lavoro di una settimana viene giudicato in pubblico. Le contrade nemiche guardano pronte a criticare la minima imperfezione della farchia appena eretta, e a fischiare in segno di sfottò la temutissima interruzione della raffica di spari che funge da miccia all'accensione del gigante di canne.

Poi esce la chiesa. La processione con la statua di Sant'Antonio arriva sul sagrato per la benedizione delle farchie, e il simulacro viene fatto assistere all'accensione affinché, tramite esso, si diffonda la benedizione divina. Numerosi gruppi di cantori intonano, accompagnati all'organetto, un canto in onore del santo che ripercorre — adattandola al dialetto locale — una leggenda riconducibile alla Historia Sancti Antoni, uno dei principali testi altomedievali sul santo eremita. Intorno si grida «Viva lu Sand'Andogne», e si canta abbracciati attorno alla propria farchia, fra dolci e vino.

In serata, dopo che le farchie hanno bruciato fino a oltre la metà del fusto, ogni contrada spinge a terra la propria e la sega: la parte residua viene ricondotta nella contrada di provenienza, dove sarà nuovamente accesa per dare seguito alla festa.

Pane, fuoco e animali il 17 mattina

La mattina del 17 gennaio, nella chiesa di Sant'Antonio Abate, si tiene la celebrazione eucaristica con la benedizione del pane, del fuoco e degli animali — Sant'Antonio è il protettore degli animali e dei contadini. I pani del santo, chiamati anche rosette, si preparano il 16 e il 17, si benedicono davanti alla chiesa e vengono poi distribuiti dal comitato festa a tutte le famiglie; i carboni del fuoco, invece, i fedeli li portano a casa e li gettano nel focolare domestico.

La festa che si vede oggi non è sempre stata così grande. Nel 1890 Gennaro Finamore — medico, glottologo e antropologo abruzzese — la descrisse come una semplice processione di contadini che portavano con sé delle fiaccole, poi gettate davanti alla chiesa a formare un falò, e definì la farchia un «fascicolo di canne da ardere come torcia a vento per far lume o per appiccar fuoco». Fu proprio negli anni Novanta dell'Ottocento che quelle fiaccole crebbero fino alla dimensione attuale, ed è a quegli anni che risalgono le prime notizie scritte. Un documentario dell'Istituto Luce girato nel gennaio del 1929 permette di verificare che l'allestimento di oggi e il rituale odierno seguono il modello cerimoniale registrato negli anni Venti.

Quanto al significato, gli studiosi si dividono. Le feste del fuoco sono state lette come incantesimi del sole, cerimonie magiche che dovevano assicurare la provvista di luce solare a uomini, animali e piante; oppure come riti dalla sola intenzione purificatrice, che distruggono le influenze dannose. In entrambe le letture, quello che a Fara accade il 16 gennaio è un rito legato al solstizio d'inverno, alla purificazione della terra e alla speranza nel raccolto, celebrato quando la semina del grano è già stata fatta.

Come arrivare alla festa

Le farchie a Fara Filiorum Petri si raggiungono con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Manoppello, a 19 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Fara Filiorum Petri - Rapino, e il tragitto è di 1,4 chilometri per 2 minuti di guida.

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