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Bicciolano a Vercelli - Il grido di Carlin Belletti

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

La maschera di Vercelli, in Piemonte, non nasce da una fiaba ma da una protesta. Alla fine del Settecento, in difesa del popolo vessato dalle tasse, si leva un grido di libertà da parte di Carlin Belletti, abitante del rione porta Milano, detto il Bicciolano. Da quel grido è venuto tutto il resto: il burattino, la maschera, il Carnevale, e perfino il biscotto più famoso della città.

Carlin Belletti e il castello di Ivrea

La collocazione storica è precisa: la fine del 1700, nel contesto della rivoluzione francese che sta arrivando in Piemonte. Da Porta Milano si alza la voce di «una figura leggendaria di quei tempi che, con rabbia, si scagliava contro le prepotenze dei governanti».

La sua protesta risulta tanto gradita al popolo, quanto sgradita ai potenti, che lo fanno rinchiudere per quasi un mese nel castello di Ivrea. Ma quando esce, la partita è già vinta: il ritorno a Vercelli di Carlin si conclude in trionfo, legando il suo nome per sempre agli ideali di libertà e giustizia.

«Le vicende del Belletti si snodano tra la storia e le nebbie della leggenda», scrive il Comitato che organizza il Carnevale: spinto dal suo fervore patriottico, Carlin trovò la morte durante la battaglia di Palestro, e nel 1859 era partito per la guerra insieme ai suoi coetanei vercellesi, «con il suo fucile dove nella canna ha posto un fiore rosso donato dalla sua Bela Majin», per cadere sotto il fuoco degli austriaci — «un solo colpo al petto che gli disegna un fiore rosso… il fiore della sua amata Majin».

Il burattino del 1809

Il nome diventa leggenda, e la leggenda sale su un palco. Nel 1809, sull'area del mercato vecchio, i fratelli Nigra allestiscono il teatrino di marionette per il quale sono molto apprezzati in città: si alza il sipario e appare un burattino nuovo che si presenta con il nome di Bicciolano e grida in dialetto vercellese il suo astio contro i soprusi e le prepotenze dei padroni.

Sono gli anni in cui Vercelli si trova sotto il dominio francese, e il personaggio è «sempre pronto a lottare per il popolo e bastonare i potenti». Il suo grido è rimasto: «Libertè – Fraternitè – Egalitè… lur an carosa e nui a pé» — loro in carrozza e noi a piedi. E c'è anche una canzone con cui si presenta: «Mi l son 'na maschera nova / Son nassì 'ntì si dì travalà / E l port i culur dia nostra Sità. / Am crèdu 'n povar tutulu / E tùti 'n tribùlu / mi… l iass ch' ai fassu / son tant mè vui-autri / jù 'mpara supurtè. / Ma se m'sècu la gloria / Là scatt mè 'na mola / M' lass nen maltratè. / Son tant mè vui-auitri: I son. BICIULAN!».

Così il burattino e l'uomo in carne e ossa si fondono in una figura sola, «entrambi accomunati da forti sentimenti patriottici in difesa della Città e di tutti i cittadini».

Tricorno, alamari e calze a righe

L'abito è di fine Settecento e si riconosce da lontano. Il Bicciolano veste un costume settecentesco di panno color marrone chiaro, rifinito di giallo, e decorato con gli alamari; il farsetto è verde pastello, le calze sono a righe bianche e rosse, indossate con le caratteristiche scarpe dalla grande fibbia e il tacchetto rosso.

Sopra tutto sta il segno che lo identifica: «immancabile il tricorno, simbolo di riconoscimento di questa famosa figura, su cui spicca la coccarda tricolore che richiama i colori del vestito». È uno stile francese, coerente con l'epoca che l'ha generato.

Da Bicciolano I al Bicciolano umano

Il Carnevale vero e proprio arriva più tardi, e ha una data di nascita. Il primo vero corteo carnevalesco risale al 1876, anno in cui fa la comparsa ufficiale Sua Maestà «Bicciolano I»; per l'occasione viene istituito il «Comitato per le feste del Carnevale», antesignano dell'odierno Comitato Manifestazioni Vercellesi.

Poi il passaggio decisivo: «Nel 1889 la grande svolta: Bicciolano VI diventa umano e, per la prima volta, accanto a lui compare la figura della "Bela Majot"» — la compagna, che diventerà Bela Majin solo nel 1934, quando, dopo quarantadue anni di silenzio, si tornerà a parlare di carnevale e delle due maschere vercellesi.

Un'altra data che a Vercelli si ricorda è il 1951, la prima grande sfilata del dopoguerra: da piazza Torino — l'attuale piazza Paietta — fino a piazza Zumaglini, lungo un percorso «gremito in modo impressionante di gente», sfilarono due carri, uno a forma di rana, sul quale stavano Bicciolano e Bela Majin, l'altro a forma di cesto, con Gianduja, Giacometta e altre maschere.

Oggi il Bicciolano è un ruolo che si trasmette: chi lo indossa passa i «panni» al successore, e ogni anno c'è l'incoronazione della nuova Bela Majin, alla quale il presidente del Comitato porge «il consueto velo bianco sul capo». Nella prima veglia si presentano anche le maschere dei rioni cittadini e dei paesi del circondario, e in Municipio le due maschere ricevono le chiavi simboliche del capoluogo.

Oltre 180 fra scuole, ospedali e case di riposo

Il Bicciolano e la sua consorte, la Bela Majin, promuovono per tutta la durata del carnevale gli ideali di giustizia sociale e aiuto al prossimo con le visite a oltre 180 istituzioni tra scuole, ospedali e case di riposo della provincia.

Non è un'invenzione recente: già a metà Ottocento un abitante che lo impersonava, Carlo Petoletti, creò una raccolta fondi a favore dei soldati feriti e in difficoltà. È la stessa linea di sempre: il Bicciolano «incarna la bontà e la generosità della gente di campagna, è altruista verso chi ha più bisogno, pronto ad intervenire per difendere la sua Vercelli». Ogni anno, dicono a Vercelli, «la storia si ripete»: le maschere indossano il loro vestito migliore per portare un sorriso a grandi e piccini.

Un biscotto che porta il suo nome

C'è infine un secondo bicciolano, e si mangia. «Il nome bicciolani prende ispirazione dalla maschera allegorica della città di Vercelli»: sono biscotti di pastafrolla aromatizzata con una miscela di spezie — cannella soprattutto, «che fa la parte del leone», e poi chiodi di garofano, noce moscata, macis, cardamomo, coriandolo, zenzero, eventualmente vaniglia e pepe. La miscela «è caratteristica di ogni produttore, e in quanto tale gelosamente custodita». Alla base della pasta non manca la farina di grano tenero, a volte con fecola o farina di mais, zucchero, burro, uova intere e a volte il solo tuorlo, miele, sale e lievito.

La forma è piatta e rettangolare, con gli angoli smussati e le righe parallele sul dorso, lasciate dalla bocchetta rigata della siringa da pasticcere, da cui la pasta esce a strisce che si tagliano della lunghezza voluta prima di andare in forno a 190 °C per pochi minuti.

L'origine, invece, non si conosce, e le ipotesi sono quattro. Può essere avvalorata «una provenienza orientale, visto che nella ricetta sono previste spezie levantine»; oppure, dice un'altra, «la presenza di aromi in genere usati per preparazioni salate fa supporre che questo dolce possa essere nato dal riutilizzo dell'impasto avanzato per preparare pasticci a base di cacciagione, molto comuni nella cucina piemontese tardo medievale». C'è poi un indizio d'archivio dal suono cupo: «su alcuni documenti del '600 sono menzionati dei bicchiolati usati come pagamento per coloro che trasportavano e seppellivano i morti di peste, ma non si sa se questi possano essere messi effettivamente in relazione con gli attuali bicciolani». E infine ci sono le due datazioni: c'è chi la fa risalire al Rinascimento — in documenti del Seicento compare il nome di bicchiolani, usati come pagamento alla Confraternita di San Bernardino —, chi all'occupazione austriaca, e chi al pasticcere Carlo Provinciale, che cominciò a produrli nel 1803 — o nel 1809 — nella sua bottega sotto la Torre dell'Angelo, insieme alla moglie, dalle cui mani esperte «questi golosi e antichi biscotti presero forma». Quest'ultima è l'ipotesi più accreditata, e chi li ha inventati potrebbe essersi ispirato a ricette di dolci austriaci: da queste parti un dolce così speziato è curioso.

La ricetta non è mai uscita dalla famiglia: passata di generazione in generazione fino a Margherita Flecchia, pronipote del Provinciale, che nella prima metà del Novecento la cedette a un altro pasticcere vercellese; quando questi chiuse il laboratorio nel 1992, si rifiutò di tramandarla, e i suoi eredi la mantengono segreta ancora oggi. Anche un pasticcere concorrente, di origini svizzere e noto come il Methier, provò a replicare la ricetta dei coniugi Provinciale nel suo negozio di piazza Cavour, esponendo la propria versione in vetrina. Nel frattempo i bicciolani avevano fatto strada: nel 1831 il Comune ne offrì una fornitura alla principessa Maria Anna di Savoia, e nel 1903 furono proclamati patrimonio unico e irrinunciabile della tradizione cultural-gastronomica piemontese. Oggi sono fra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali del Piemonte. Quanto siano legati a questa città lo misura una citazione: Giuseppe Ciocca, nel suo «Pasticcere e il Confettiere Moderno» del 1907, li cita come antico prodotto vercellese.

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