Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Maschere » Puglia

Maschere · Puglia

Farinella a Putignano - La maschera nata dalla polvere di ceci e orzo abbrustoliti

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Farinella è la maschera del Carnevale di Putignano, in provincia di Bari, che dura dal 26 dicembre, giorno delle Propaggini, fino al martedì grasso. Ha il volto rubizzo e il naso rosso, il costume a losanghe colorate che ricorda un giullare unito a un jolly, il gonnellino rosso e blu che sono i colori della città e il cappello a tre punte per i tre colli su cui sorge Putignano, e porta sempre con sé un sacchetto di farinella. Il nome è quello di uno sfarinato di ceci e orzo tostati, il piatto simbolo della cucina putignanese, e la maschera che si vede oggi è del grafico Mimmo Castellano, che la ridisegnò agli inizi degli anni '50.

Il nome viene da un cibo, e non da un cibo qualsiasi. La farinella è una farina finissima, ricavata da ceci e orzo prima abbrustoliti e poi ridotti in polvere dentro piccoli mortai di pietra: un alimento semplice e sostanzioso, in passato immancabile presenza sulle povere tavole contadine, destinato al connubio con sughi, olio o fichi freschi.

Il pranzo che si portava nei campi

Per capire la maschera bisogna sapere che cosa mangiavano quelli che l'hanno inventata. La farinella è stata per tante generazioni di contadini, insieme ai fichi secchi, l'unico pranzo consumato durante i duri lavori dei campi: veniva portata al lavoro in un sacchetto di tela detto volgarmente «u volze» ed era mangiata in polvere, accompagnata da fichi secchi, erbe commestibili, cipolle selvatiche. Per la cena i contadini usavano mescolarla con il macco, una specie di purea di fave.

I contadini di Putignano, fino ai primi decenni del 900, vivevano in condizione di fame e sfruttamento: la maschera nasce da lì, non da una corte.

Un ubriacone sbrindellato

La prima versione di Farinella non era per niente allegra. Era «una specie di ubriacone sbrindellato senza caratteristiche particolari se non la miseria»: l'incarnazione della povertà, senza tratti distintivi.

C'è anche chi la fa risalire a una persona in carne e ossa: un contadino, spesso e volentieri brillo, che si divertiva a inventare battute e canzonette per le campagne e per le vie del centro antico del paese. Il suo soprannome era «A Far'nood», Farinella.

Il fornaio che salvò Putignano

Un'altra versione non lo dipinge come un ubriacone, ma come un astuto ideatore, e ne fa l'eroe della città. Nel secolo XIV i saraceni iniziarono le loro razzie in Puglia, portando paura e povertà. Avvertiti del loro arrivo, tutti gli abitanti si riunirono in piazza per decidere il da farsi: chi voleva scappare in campagna e aspettare che i razziatori se ne andassero, chi voleva dar battaglia. A quel punto Farinella alzò la mano.

«Prenderemo la farinella e la spalmeremo sul corpo come se fosse pieno di pustole»: era passata da poco la peste e la paura era ancora molta, quindi il paese si sarebbe finto malato di un morbo sconosciuto. Alcuni avrebbero fatto i monatti, vestiti coi colori delle guardie cittadine, rossi e blu, per essere distinguibili, con campanelli sul cappello o sui piedi per far rumore al passaggio, come usavano quelli che trasportavano gli appestati. Le guardie sarebbero andate incontro ai saraceni in veste di messaggeri, ad annunciare che la città era in quarantena.

I saraceni, scettici, mandarono due uomini in avanscoperta: appena videro lo scenario di morte, tornarono subito dai compagni. Putignano fu salva grazie all'ingegno di Farinella, che venne festeggiato come eroe cittadino.

Anni Cinquanta: Arlecchino più il Jolly

Il Farinella che si vede oggi è una riforma d'autore. Su richiesta dell'allora presidente del Carnevale, il grafico Mimmo (Giacomo) Castellano ne stravolse abbigliamento e personalità: il nuovo Farinella è una fusione tra la maschera di Arlecchino e il Jolly delle carte da gioco.

Della maschera originale Castellano decise di mantenere solo il volto rubizzo e il naso rosso — le sopracciglia irsute e le guance arrossate dal vino, felice effetto del vinello. Tutto il resto è nuovo: abito a toppe multicolori, gonnellino rosso e blu, che sono i colori della città, e cappello a tre punte con campanelli, simbolo dei tre colli su cui sorge Putignano. Gli stessi rossi e blu dei monatti della leggenda, e gli stessi campanelli.

(La data è data «agli inizi degli anni '50», o al 1953, con pubblicazione nel 1954.)

Il costume, e le due versioni che si leggono

Il costume descritto più spesso è quello a toppe multicolori — o a losanghe colorate, che ricorda quello tipico di un giullare unito a un jolly — col gonnellino rosso e blu e il cappello a tre punte.

Una descrizione più minuta ne dà una versione diversa nei colori: losanghe irregolari che richiamano la follia e l'allegria del Carnevale, pantaloni a palloncino celesti e arancione scuro, una gorgiera dello stesso colore dei pantaloncini e delle scarpe, e scarpe blu con un sonaglietto sulla punta. Il cappello resta a tre punte per i tre colli, anche se nel manifesto del 1954 ne restano visibili solo due, e al collo porta tre sonagli.

Due cose lo accompagnano sempre: un sacchetto con della farinella e spesso un ramo di vite, «U' Ce'ppoon». E chi lo interpreta indossa una mezza maschera in cuoio che riproduce il volto del contadino-giullare.

Come si muove, come parla

Farinella non cammina come una persona normale: come ogni bizzarro giullare si muove saltellando, magari con piccole acrobazie e stravaganti modi di stare fermo. Parla spesso in rima e, come un contadino moderno, alterna il dialetto alla lingua italiana — il putignanese è la sua lingua madre, l'italiano lo mastica per le grandi occasioni.

Sa essere gentile ed elegante e nello stesso momento grossolano e irriverente. Allegro e scanzonato, con gli occhi beffardi e il sorriso ironico, riassume il carattere dei putignanesi: provocatori, ironici, innamorati della vita, del buon bere e del godere a tavola. Durante le Propaggini, la festa del 26 dicembre che apre il Carnevale, è sempre in prima fila.

Da leggere