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Natale nel Cuore della Sardegna a Nuoro 2026 - I venti comuni della Barbagia e dell'Ogliastra sotto un unico cartellone
Ricorrenza a data fissa.
«Natale nel cuore della Sardegna» non è una festa di paese: è un cartellone unico che tiene insieme decine di comuni dell'interno dell'isola, promosso dalla Camera di Commercio di Nuoro e attivo fino all'Epifania. I territori coinvolti sono sette — Barbagia, Barigadu, Baronia, Marghine-Planargia, Montiferru, Ogliastra e Sarcidano — e il programma mette insieme mercatini tematici, spettacoli itineranti, concerti, rappresentazioni teatrali e iniziative gastronomiche.
I venti comuni della rete
Il numero dei comuni cambia di edizione in edizione; oggi sono venti: Bari Sardo, Bitti, Bosa, Budoni, Desulo, Dorgali, Fonni, Gavoi, Isili, Lanusei, Macomer, Nuoro, Nurri, Orosei, Seui, Siniscola, Sorgono, Tertenia, Torpè e Tortolì.
Quello che non cambia è l'ordine di grandezza dell'impegno: oltre 400.000 euro investiti dalla Camera di Commercio attraverso fondi regionali. L'obiettivo dichiarato è rafforzare il tessuto sociale ed economico e valorizzare le eccellenze culturali, enogastronomiche e artigianali; lo slogan di un'edizione recente è «Un Natale tutto da vivere».
Fra gli spettacoli che passano di piazza in piazza c'è White Stars, del Teatro Circo Maccus: acrobazie aeree, parate luminose e trampolieri.
Che cos'è il Natale, in Sardegna
Per capire su che cosa si innesta questo cartellone bisogna sapere che cosa sia il Natale in Sardegna. Detto senza mezzi termini: non è soltanto una festività, è la festività per eccellenza. Il nome tradizionale in lingua sarda è Pasca 'e Nadale, o Paschixedda — diminutivo di Pasca — e il diminutivo nasce dal confronto implicito con Sa Pasca Manna, la Pasqua di Resurrezione, riconosciuta come la festa più grande.
Nell'Ottocento e nel primo Novecento, quando l'industria non aveva ancora sostituito l'agricoltura e l'allevamento, il Natale era il momento in cui il nucleo familiare si ricomponeva: i pastori tornavano dalla transumanza, e la comunità si riuniva nella nott'e xena, la notte della vigilia. Quel pasto era frugale, e in molte zone la vigilia era di vero e proprio digiuno: nel Logudoro è documentato all'inizio del Novecento il digiuno fino alla conclusione della messa di mezzanotte. Per chi voleva mangiare senza profanare la vigilia si preparava un piatto di pasta condito con un sugo di noci pestate. Il giorno dell'abbondanza era il 25, con le carni di maiale o di agnello.
Il ceppo che deve durare fino all'Epifania
Il gesto centrale è il fuoco. La sera del 24 dicembre il camino veniva alimentato con un grande ceppo di legno conservato apposta — su truncu 'e xena — che doveva ardere per tutte le festività, fino all'Epifania. Non si doveva spegnerlo, ma nemmeno lasciarlo bruciare del tutto: che il fuoco restasse acceso era segno e presagio di salute e prosperità. In molte zone dell'isola, prima della Vigilia, si imbiancavano le pareti nere del camino.
Attorno a quel focolare gli anziani raccontavano ai bambini leggende e fiabe della tradizione orale, che nel nuorese si chiamano contos de fochile, «racconti del focolare»: si stava seduti intorno al camino, dove ardevano interi tronchi di quercia o intere radici di lentisco. Non erano tutte storie rassicuranti — fra le figure ricorrenti c'erano Maria Mangrofa, la strega mangiatrice di bambini di Orosei, e Maria Puntaoru, che palpava il ventre dei bambini addormentati e, se lo trovava vuoto, minacciava di infilzarlo con uno spiedo d'oro appuntito.
C'era anche un gioco, su barrallicu: una trottola a quattro facce, ognuna con una lettera — T per tottu, tutto; N per nudda, niente; M per metadi, metà; e la meno fortunata, P per poni, metti. Si faceva girare a turno, e la faccia su cui si fermava diceva che cosa fare del bottino, che era di noci, castagne e frutta secca.
E c'era la solidarietà: alle famiglie che non potevano permettersi un pranzo sostanzioso la collettività portava sa mandada, una riserva di alimenti — salumi, latticini, dolci — che raramente si consumava in abbondanza durante l'anno.
La messa del gallo, e chi nasce quella notte
A mezzanotte, al suono delle campane, le famiglie uscivano per sa Miss'e puddu, la messa annunciata dal primo canto del gallo, che probabilmente conserva legami con la Missa del gall di origine catalana. Era un evento sociale molto sentito, in particolare dalle donne in attesa: secondo credenze diffuse, chi non vi partecipava rischiava di perdere il bambino o di partorire un neonato non sano.
Attorno ai nati nella notte di Natale si è stratificato un intero corpus di credenze. Nel Campidano di Cagliari si diceva che non avrebbero perso né denti né capelli e che il loro corpo non si sarebbe decomposto; nel Logudoro, che avrebbero preservato dalle disgrazie sette case del vicinato. E per Nuoro c'è una testimonianza d'autore: Grazia Deledda, nella ricerca giovanile sulle tradizioni popolari del suo paese natale pubblicata fra il 1893 e il 1895 nella «Rivista delle tradizioni popolari italiane», documentava la credenza secondo cui a chi nasce la notte di Natale non si slegheranno mai le ossa, e il giorno del Giudizio ritroverà integro il suo scheletro.
I canti, e i dolci
La tradizione dei canti natalizi sardi affonda le radici tra il XVII e il XVIII secolo. A quel periodo risale Su Ninniedhu, «Il Bambinello», una ninna nanna per Gesù Bambino intonata «a duru duru», cioè sul ritmo del ballo sardo, composta nel Nuorese da un autore anonimo.
Nel 1927 don Pietro Casu, già autore del «Ditzionàriu Sardu Logudoresu-Italianu», scrisse una raccolta di nove canti — uno per ogni giorno di Novena — intitolata «Cantones de Nadale», affidando la composizione delle musiche a don Agostino Sanna, direttore della Schola Cantorum della Facoltà di Teologia di Sassari. La scelta audace fu un'altra: scrisse i testi in sardo anziché in latino, contravvenendo agli usi vigenti fino al Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962 - 8 dicembre 1965).
Sulla tavola, intanto, arrivavano sa tunda, dolce pane rotondo arricchito con noci e uvetta; su bacchiddu 'e Deu, pane allungato e abbellito per somigliare al pastorale del vescovo; e le pabassinas, biscotti glassati a forma di rombo fatti con mandorle, farina, sapa, uvetta, noci e nocciole. A Nuoro, da oltre vent'anni, il gospel è diventato una delle colonne sonore del Natale cittadino, con un concerto nel Duomo dedicato alla Madonna della Neve, patrona della città.
È su questo che il cartellone della Camera di Commercio si appoggia: non porta il Natale in paesi che non ce l'hanno, ma mette in rete quello che in Barbagia e in Ogliastra si fa da sempre — e che cade, non per caso, in prossimità del solstizio d'inverno.
Come arrivare alla festa
Raggiungere il Natale nel Cuore della Sardegna a Nuoro è facilissimo. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Nuoro a un passo dal centro, 800 metri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Nuoro La Solitudine, e da lì restano 10 chilometri e 14 minuti.
Da vedere qui intorno
Da queste parti si festeggia anche cosi'.
- Sagra del Redentore a Nuoro — agosto
- Mercatini di Natale a Fonni — dicembre
- Mercatini di Natale a Bari Sardo — dicembre