Festa dei Morti Arbëreshë a San Demetrio Corone 2027 - Il banchetto sulle tombe e il grano bollito
Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.
Fonte: sergiostraface.it, letta il 19/09/2026.
La Festa dei Morti Arbëreshë si celebra a San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza, il sabato che anticipa la domenica di Carnevale, quindici giorni prima dell'inizio della Quaresima. È ricordata anche come il banchetto degli invisibili: il papàs benedice l'ossario e bussa tre volte sulla porta di ferro, i parenti consumano sulle tombe il pasto comune con i morti, e la sera attorno alla tavola si lascia una sedia rigorosamente libera, con un piatto della prima portata e un bicchiere di vino riservati al defunto più caro. Il sabato successivo, e shtunia e Shales, le anime devono tornare nei sepolcri, e un proverbio arbëresh dice: «Il sabato dei morti sia il benvenuto, ma quello di Shala non venga mai».
Il sabato prima del Carnevale
A San Demetrio Corone, comunità arbëreshë in provincia di Cosenza, i morti non si commemorano il due novembre. La festa dei morti è una festa mobile del calendario liturgico bizantino, e cade il sabato che anticipa la domenica di Carnevale, quindici giorni prima dell'inizio della Quaresima: la data si sposta con le festività pasquali, e la ricorrenza si celebra anche la vigilia di Pentecoste.
Nei paesi italo-albanesi di rito greco-bizantino i defunti si ricordano quasi all'inizio della primavera, nel mese che gli antichi greci chiamavano Antesterione, fra la fine di febbraio e gli inizi di marzo. Il riferimento è alle Antesterie, le feste dei fiori che si celebravano ad Atene in onore di Dionisio, e alle Febbruali latine, che si svolgevano quando l'inverno era agli sgoccioli. È una ricorrenza celebrata alle soglie della primavera, nel periodo dell'anno in cui la natura si sveglia e rinasce, ed è strettamente legata alla simbologia della Resurrezione.
È l'appuntamento religioso più partecipato e sentito dei centri calabro-albanesi, e vi si accentua, ancora più che nella ricorrenza latina di novembre, il legame costante con chi ha lasciato questo mondo.
Java e Shales, la settimana dei morti
I riti durano un'intera settimana, da sabato a sabato: la chiamano Java e Shales, la settimana delle Rosalie, o Java e përgatorvet. Si crede che per otto giorni Gesù Cristo dia il permesso alle anime di uscire dall'oltretomba e tornare in superficie, per ritrovare i luoghi dove sono vissute. I defunti circolano nel paese e nelle case, confondendosi con i vivi, e i Sandemetresi — in arbëreshë Shënmitrotë — partecipano a questa settimana con grande commozione.
Dal sabato della commemorazione e per sette giorni, in molte case si tiene acceso un lume alimentato con olio di oliva. Li chiamano Val të butë, e servono a indicare la luce ai defunti che escono dalle tombe per mescolarsi con i vivi, così da rendere il ritorno più agevole e gradito.
Il sabato successivo — e shtunia e Shales, il sabato di Rosalia — le anime devono mestamente far ritorno nei sepolcri, ed è un giorno di lacrime, un giorno che non dovrebbe mai arrivare. Lo dice un'antica espressione: «Gjithë të shtunat ardhshin, jo e shun' e shales», tutti i sabati vengano, mai il sabato del rientro nei sepolcri.
Una pietra sulla stele dei caduti
Nelle prime ore della mattina i fedeli si radunano nella chiesa del centro storico, e da lì parte la processione verso il cimitero. Davanti va la croce nera, segue il papàs, e dietro i fedeli, che recitano preghiere e intonano canti funebri in albanese.
Il canto è Tek jam i thell, Dove sono sprofondato. È un Vjersh, un canto funebre in lingua arbëreshe per due voci femminili senza strumenti, struggente nel testo e nella melodia. Si tratta di una libera traduzione in arbrisht del salmo 129, il De Profundis, per opera di Giulio Variboba (1724-1788), poeta di San Giorgio Albanese, ed è tramandato in via orale.
All'inizio del viale che conduce al cimitero c'è una colonna che ricorda i caduti in guerra. I giovani lasciano una piccola pietra sul bordo di quella stele: il gesto dovrebbe preservarli da una morte prematura e violenta come quella che colse i combattenti, e la pietra assume il significato di un pegno lasciato in cambio della salvezza.
Nella chiesetta del cimitero si celebra la messa in suffragio dei defunti, con la recita, a volte ad alta voce, di preghiere in greco antico e in albanese. Poi il papàs benedice l'ossario e bussa tre volte sulla porta di ferro per salutare i defunti che stanno dietro e per stabilire un contatto con loro: quella porta demarca il limite fra il mondo dei viventi e quello dei defunti.
Vino e cibarie fra le tombe
Finita la benedizione collettiva dei sepolcri, i parenti degli estinti si appartano presso le tombe dei propri cari. Lì, nelle prime ore della mattina, consumano il pasto comune con i morti: vino e cibarie, e chiunque passi accanto alla tomba viene invitato a partecipare.
La credenza che lo giustifica è che i defunti restino uniti ai vivi attraverso il cibo e i piccoli piaceri della vita: una bevanda abituale, una sigaretta, un dolce, tutte cose che l'estinto era solito consumare con gli amici. Al cimitero si va con vettovaglie di ogni genere e si banchetta con allegria, perché i defunti non desiderano che si sia tristi per colpa loro. Agli estranei l'usanza di mangiare fra le tombe può sembrare strana, ma è segno di comunione fra i vivi e i morti; negli ultimi anni si è affievolita. Il corteo verso il cimitero continua per tutta la giornata, domenica compresa, e i banchetti proseguono nelle case e nelle gjitonie.
Grano bollito e candela spenta
Lasciato il cimitero il corteo torna in paese, e comincia l'altro momento del rito: la Panaghia, la Tutta Santa. Il papàs si reca nelle case delle famiglie che hanno subito un lutto, recente o del passato.
Là trova i familiari con parenti e amici intorno a un tavolo imbandito: una bottiglia di vino, due pani — simboli sacramentali, il sangue e il corpo di Cristo — un cucchiaio, un coltello, e le ciotole con il grano bollito, simbolo della resurrezione del corpo e dell'immortalità dell'anima, sulle quali è posta una candela accesa, simbolo della luce eterna. Su un altro tavolo sono esposte le fotografie degli estinti da commemorare.
Il papàs recita preghiere e salmi, poi spegne la candela immergendola nel grano. Quindi offre ai parenti e ai presenti una fetta di pane con sopra il grano bollito, e i fedeli consumano i collivi in raccoglimento. Quelli che restano si distribuiscono alle famiglie del vicinato. Un tempo, in quel periodo, la gente bisognosa chiedeva l'elemosina — për shpirtin e përgatorëvet, per l'anima dei defunti — e le famiglie nobili distribuivano ai più poveri olio, salame, pane e grano bollito.
La sedia lasciata vuota
In serata gruppi di parenti e amici si ritrovano per «fare i morti», cioè dare da mangiare ai trapassati. La cena è a base di salami e formaggi locali, innaffiata da vino rosso prodotto in casa, e si rievocano i propri cari fino a notte inoltrata, in un clima insieme allegro e composto, che rinnova i banchetti della chiesa primitiva.
Attorno alla tavola si lascia una sedia rigorosamente libera, e nel desco si aggiungono un piatto con la prima portata e un bicchiere di vino, che non vengono consumati: sono riservati al defunto più caro, che nel giorno della sua festa torna a visitare i luoghi frequentati da vivo.
Poi, verso mezzanotte, molti tornano al cimitero, illuminato dai ceri lasciati dai visitatori, in composto silenzio per l'ultimo saluto. Di questo rito restano anche un libro, Il banchetto degli invisibili di Mario Bolognari, e un documentario, La Festa dei Morti a San Demetrio Corone, girato da Demetrio Salvi nel 1990 e prodotto dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Come arrivare alla festa
La Festa dei Morti Arbëreshë a San Demetrio Corone si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Mongrassano-Cervicati, a 21 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Tarsia Sud, e il tragitto è di 20 chilometri per 31 minuti di guida.
Altre feste in zona
Nella stessa provincia, altre feste antiche.
- Festival della Canzone Arbëreshe a San Demetrio Corone — agosto
- 2150 anni lungo la via Popilia a Cosenza — giugno
- Rievocazione della Donazione del 1101 a Mormanno — agosto