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Carnevali Storici

Carnevale di Montemarano 2027 - La rottura della Pignata e i ritmi della tarantella

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 14 al 22 febbraio 2026
Dove piazza mercato, Montemarano

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: napolidavivere.it, letta il 02/09/2026.

Il Carnevale di Montemarano, in provincia di Avellino, comincia il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate — vale il detto «a Santantuono maschere e suoni» — e ha il suo culmine nei giorni di domenica, lunedì e martedì grasso. Per le strade del paese si balla la tarantella montemaranese: il caporabballo, vestito alla Pulcinella con mantellino rosso e bastone, comanda le danze e dà ordini alla folla e ai danzatori, mentre sfilano i carri e le maschere tradizionali, 'O Pezzaro, il Vecchio, la Pacchiana. La festa si chiude la domenica dopo le Ceneri con il Carnevale Morto, il corteo funebre e la lettura del testamento del Signor Carnevale, che non è morto perché è arrivato il tempo di Quaresima, ma perché ha fatto bancarotta dopo aver speso tutto per divertirsi.

Le carte del 1793 e il canonico ballerino

Il Carnevale di Montemarano è una tradizione secolare la cui origine non è databile con certezza. Ha probabilmente origini antichissime e pagane, legate ai riti propiziatori per la fine dell'inverno, il risveglio della natura e l'auspicio di raccolti abbondanti; l'origine pagana fu ripresa e divulgata nel XVII secolo da Giambattista Basile, il poeta e scrittore napoletano che fu signore e governatore di Montemarano. Nel Seicento, per diverse ragioni concomitanti, il Carnevale si istituzionalizza.

La sola fonte scritta che se ne conosce sta nell'archivio parrocchiale della chiesa di Santa Maria Assunta, negli incartamenti relativi agli anni 1793-1794. È un documento che attesta che Don Pasquale Toni, il canonico dell'epoca, durante il Carnevale «teneva pubblici balli in casa sua, ove egli faceva da capoballanno con llommini e donne, e lo stesso ha fatto anche in seguito fuori dal Carnevale, nei giorni festivi e solenni, con scandalo di tutta la gente radunata in casa sua».

Fino agli anni Cinquanta le famiglie più in vista del paese aprivano le loro case alla popolazione in maschera. Si danzava fino all'alba negli ampi saloni, e si offrivano grandi quantità di cibo e vino, dolci e leccornie di ogni genere.

Da Sant'Antonio Abate al martedì grasso

Il carnevale comincia il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, e per quella data il paese ha il suo detto: a Santantuono maschere e suoni. La sera le mascherate si ritrovano in piazza del Popolo di ritorno da «O soliticchio», e si offrono pasta e vino gratis per tutti.

Il culmine arriva nei giorni di domenica, lunedì e martedì grasso, quando i cortei percorrono le strade e i vicoli. Il sabato di carnevale i gruppi che sfileranno si organizzano in una competizione sancita dal lancio di un guanto di sfida: la chiamano la notte della sfida.

Quello che accade in quei giorni è un sovvertimento dell'ordine costituito. I ruoli si invertono: il contadino diventa signore, il maschio diventa donna e viceversa, e i travestimenti originali consistevano nell'indossare gli abiti al rovescio. Ancora oggi gli uomini si vestono da donna e le donne da uomini, per essere irriconoscibili e caricaturali e prendere in giro le convenienze sociali, la famiglia e le autorità. Si fa risalire tutto ciò ai Saturnalia dell'antica Roma, quando le scuole erano chiuse, le liti e le esecuzioni capitali sospese, gli affari rinviati, e gli schiavi erano trattati alla pari dei padroni e potevano perfino vestirsi come loro.

Non serve una maschera bella o costosa, perché lo spirito si basa sulla spontaneità, sull'entusiasmo e sul livellamento delle classi sociali: mettersi un vestito, anche a rovescio, e andare a ballare. Come dicono in paese, al Carnevale di Montemarano non si assiste, si partecipa.

Il caporabballo e il suo bastone

A coordinare ogni gruppo c'è il caporabballo, il capo del ballo, la figura più rappresentativa di tutta la manifestazione. È vestito alla Pulcinella, ma del Pulcinella non ha nulla: è un leader carismatico, una persona reale con il volto scoperto, consapevole di essere una maschera.

Il costume è un vestito bianco fatto di pizzi e ricami, coperto da un mantellino rosso, con una fascia rossa intorno alla vita e un copricapo bianco a forma di cono, l'estremità adornata da fiocchi bianchi e rossi. In mano tiene il bastone, simbolo dell'autorità: dispensa ordini ai figuranti, fa spazio fra la folla, guida due file di danzatori disposti in processione che si avvicinano e si allontanano. I montemaranesi hanno preso la figura giullaresca per antonomasia, il Pulcinella, e l'hanno trasformata nella maschera completamente opposta, integrando il tipico costume napoletano con i segni distintivi del comando, il mantello e il bastone.

Quel bastone ha una spiegazione precisa. Anticamente si travestivano da caporabballo le persone che nella scala sociale stavano in basso, quelle che prendevano bastonate nella vita di tutti i giorni: il Carnevale consentiva loro, per un breve periodo, di prendere il comando e rivalersi sulla società, con il consenso dei nobili. È la stessa volontà di riscossa degli umili che si sente nelle grida liberatorie dei cortei, una piccola rivoluzione sociale.

Il caporabballo distribuisce anche dolciumi: caramelle, lecca lecca, cioccolatini e soprattutto confetti, simbolo di abbondanza e prosperità. In passato ne portava un sacchetto e li lanciava contro le finestre per invogliare la gente a partecipare, e il lancio era mirato e intenzionale, al limite della provocazione, tanto da causare spesso veri e propri traumi fisici e mentali. Oggi, con ampi gesti delle mani, i pugni di confetti si infrangono sonori sulle saracinesche metalliche dei negozi, o picchiettano a pioggia sulle vetrate delle abitazioni, col benevolo intento di attirare l'attenzione. Si possono lanciare con violenza o con delicatezza, a seconda dell'affetto che si vuole mostrare. Questa usanza appartiene a Montemarano; il resto dei carnevali storici è raccolto altrove.

Zeza, la tarantella che si balla camminando

La musica è una sola, e si chiama tarantella montemaranese, meglio conosciuta come zeza. È una tarantella processionaria: la ballano tutti gli abitanti del paese al seguito di piccole orchestre di clarinetti, flauti, fisarmoniche e tamburi a cornice, che percorrono ripetutamente il corso di Montemarano.

Il ritmo, le sonorità e i passi rimandano alle antiche danze propiziatorie d'epoca sannita e romana. All'inizio era composta di cinque o sei motivi eseguiti da tre strumenti — organetto, ciaramella e tamburello — e fu poi elaborata dal maestro Domenico Ambrosino, che sostituì la ciaramella con il clarinetto e lasciò che l'organetto cedesse il passo alla fisarmonica. Al clarino si sono via via aggiunti la zampogna, la ciaramella, la fisarmonica e il clarinetto; le strofe passano dal corteggiamento al dileggio, dalla supplica all'insulto. A Montemarano un corteo di maschere non ha mai usato musiche registrate.

Il ballo prevede l'improvvisazione di danze liberatorie che diventano sempre più frenetiche, e il ritmo cresce fino al delirio collettivo, coinvolgendo partecipanti e spettatori, azzerando fobie e freni inibitori, soprattutto quando il tempo del ballo sta per scadere e la notte segna la chiusura della festa. Un volume dedicato alla danza, Carnevale si chiamava Vincenzo, spiega perché è così rara: conserva uno degli aspetti più sconosciuti della coreutica, il ballo processionale, una forma di danza corale che anticamente era impiegata sacralmente per accompagnare le divinità in processione, e che qui si è mantenuta proprio perché il Carnevale, come rito, non è mai stato assorbito dalla Chiesa. Per contagio la tarantella si è diffusa anche nei paesi limitrofi: Volturara Irpina, Castelvetere sul Calore, Paternopoli.

O Pezzaro, il Vecchio e la Pacchiana

Accanto al caporabballo sfilano le altre maschere tradizionali. La più particolare è «O Pezzaro», che si chiama così perché è composta da tante piccole stoffe di scarto: la usavano soprattutto le famiglie con maggiori difficoltà economiche, che non potendo comprare un costume cucivano una a una stoffe di vari colori.

Poi c'è il «Vecchio», con pantaloni e giacca di velluto a coste molto larghe e bottoni di metallo, calzettoni bianchi, un gilè a cammisola, un fazzoletto rosso legato intorno al collo, una fascia larga alla vita che scende su un fianco e un cappuccio bianco. Fa spesso coppia con la «Pacchiana», vestita di una gonna di flanella rossa, corpetto di velluto nero, mutandoni bianchi che arrivano al ginocchio, camicetta bianca scollata, calze bianche adornate da nastri e un busto stretto e aderente; in testa porta un fazzoletto colorato lavorato con finissimi ricami, ai piedi zoccoli di legno adornati da nastri rossi.

Di questi costumi il museo etnomusicale del paese conserva memoria, insieme agli strumenti della festa — ciaramelle, zampogne, fisarmoniche, clarini e clarinetti — e a foto e musiche della tarantella. Fra i pezzi ci sono una ballerina degli anni Cinquanta e un uomo vestito da donna con una collana di pasta abbrustolita, ricostruito da una famiglia che l'ha donato al museo: si usava per la festa di Sant'Antonio Abate, durante la tarantella di questua di gennaio.

Bancarotta, testamento e Pignata

Il secondo appuntamento arriva il pomeriggio della domenica successiva alle Ceneri, ed è un funerale. In una piccola bara si ripone un fantoccio di paglia e gomma che fa le veci delle spoglie, vegliato a vista dalla moglie, dal figlio e da alcuni caporaballo, mentre un vescovo e un frate impartiscono la benedizione. Finita la veglia la bara viene portata a spalla per tutto il paese, al suono di una marcia funebre intonata dalle fisarmoniche e dai clarinetti che seguono il feretro, con i parenti disperati rigorosamente vestiti a lutto.

La moglie rivolge a Carnevale prima parole di affetto, che poi si trasformano in vere e proprie offese: il marito ha consumato tutto, si è indebitato fino al collo e le ha lasciato un futuro incerto. Perché il Carnevale non muore per l'arrivo della Quaresima: muore perché ha fatto bancarotta dopo aver speso tutto per divertirsi.

Dopo aver percorso il paese diverse volte, la bara arriva in un grande spiazzo, e lì un «notaio» legge alla cittadinanza il testamento, con le ultime volontà e le invettive contro i personaggi pubblici del paese: un elenco di debiti per feste, cibo e bevande, e insieme la rilettura satirica degli eventi accaduti a Montemarano, con lo scontro in versi e rime dei vari gruppi. Terminata la lettura, accanto ai genitali del fantoccio si sistema un petardo a cui viene dato fuoco: il Carnevale presente esplode per dare spazio al suo erede e figlio, il Carnevale del futuro.

Subito dopo lo scoppio la musica dolente si trasforma in una tarantella, e tutti ricominciano a ballare guidati dal caporaballo, fino a tarda notte. L'ultimo atto è la rottura della Pignata, da cui fuoriescono biscotti e dolciumi: un augurio simbolico per la primavera che si avvicina, per un clima mite e per raccolti abbondanti.

Come arrivare alla festa

Il Carnevale a Montemarano si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Montemarano, a 5,3 chilometri da Montemarano, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Montemarano ha davanti un percorso di 5,4 chilometri, sette minuti di guida.

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