Processione di Sant'Efisio a Cagliari: il cocchio dorato trainato dai buoi 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: santefisiomartire.it, letta il 19/09/2026.
Il primo maggio Cagliari si riempie di gente vestita come nei paesi da cui arriva. Attraversano la città 2.800 persone in abiti tradizionali, venute da ogni luogo della Sardegna, e dietro di loro oltre duecento cavalieri: i Campidanesi, i Miliziani e la Guardiania.
Una promessa scritta l'11 luglio 1652
Questa processione non è una tradizione nata per abitudine: è l'esecuzione di un contratto con una data. L'11 luglio 1652, alle prime avvisaglie del contagio in arrivo dal Sassarese, la municipalità di Cagliari fece al suo protettore una promessa solenne: ogni 1º maggio, processione fino a Nora.
Quello che stava arrivando era una catastrofe demografica. La peste barocca catalana arrivò da Alghero sull'equipaggio di una tartana, l'imbarcazione monoalbero a vela latina che allora si usava per la pesca; dal porto algherese il contagio si diffuse a tutta l'isola e toccò il culmine nel febbraio del 1656. In pochi mesi uccise diecimila cagliaritani, metà della popolazione: via Fossario diventò una fossa comune a cielo aperto, e i resti ossei si vedono ancora nei sotterranei dell'ex Seminario Tridentino.
Quando finì, la città firmò una seconda volta. Nell'autunno del 1656, dimezzata la popolazione da circa ventimila a diecimila anime, i consiglieri della municipalità riunirono di nuovo l'assemblea e pronunciarono un secondo voto solenne: ringraziamento perpetuo, l'impegno formale a celebrare Sant'Efisio ogni anno per l'eternità. La differenza fra i due atti è netta: il primo voto chiede, il secondo ringrazia.
C'è però un dato che sorprende, perché prima di quella peste Efisio a Cagliari non era il primo. Lo studio di Nicoletta Bazzano ha mostrato che prima del 1652 era una figura minore del pantheon cittadino: a contendersi il primato devozionale erano San Saturnino, patrono antico della città, San Lucifero, San Giorgio di Suelli e San Salvatore da Horta, e la scarsa frequenza del nome «Efisio» nei registri parrocchiali anteriori alla peste conferma una devozione tiepida. Fu l'irrompere del contagio a promuovere il martire di Nora a protettore assoluto.
Il pellegrinaggio, per la verità, era cominciato prima del voto di ringraziamento: un atto notarile del 14 aprile 1657 attesta che già nel 1655, se non l'anno prima, il simulacro era stato portato a Nora in processione. E c'era già stata anche un'indulgenza: il 27 aprile 1654, per concessione di papa Innocenzo X, l'arcivescovo di Cagliari don Bernardo de La Cabra promise indulgenza plenaria e remissione dei peccati a chi fosse accorso in pellegrinaggio alla chiesa rurale di Sant'Efisio a Nora il 3 maggio.
Quello che il condannato aveva promesso
La città, nel 1652, non improvvisò: applicò una promessa antichissima. La leggendaria Passio medievale racconta che Efisio, giovane comandante dell'esercito imperiale mandato in Sardegna da Diocleziano per sottomettere i Barbaricini, si convertì al cristianesimo mentre era di stanza a Nora e, giudicato colpevole dal tribunale del governatore a Carales, fu condannato alla decapitazione, eseguita a Nora, dove venne sepolto.
Era nato lontano, in una famiglia divisa dalla religione: ad Aelia Capitolina, il nome romano imposto a Gerusalemme dopo la rivolta di Bar Kokhbà, da padre cristiano, Christophorus, e da madre pagana, Alexandria, «una delle donne più in vista di Aelia Capitolina». Si arruolò fra i pretoriani e divenne ufficiale di alto rango. La conversione, nel racconto, avviene in marcia: il cielo si apre su una croce di cristallo abbagliante e una voce tuona «Sono il Cristo, colui che tu perseguiti»; da quel momento sul palmo della sua mano destra si imprime una croce visibile, il segno che non lo abbandonerà mai più.
Trasferito al comando militare di Nora, Efisio difende le popolazioni locali invece di massacrarle. E in una battaglia disperata arriva un soccorso: giunto al fiume Tirso, presso Tharros, con le truppe accerchiate dagli Iliesi, un angelo su un cavallo bianco discende dal cielo stringendo nella destra una romphea, il giavellotto a doppia punta, con in cima il segno della santa e vivificante croce. La battaglia fu vinta in un istante.
Poi arriva la sfida che gli costò la vita: scrive a Diocleziano confessando la fede cristiana e invitandolo ad abbandonare i falsi dei. Imprigionato nella cella ipogea di Stampace, subisce flagellazioni, bastonature, bruciature con tizzoni ardenti, e ogni volta le ferite si rimarginano, provocando conversioni di massa. Condotto al Templum Apollinis di Cagliari, le statue degli dei pagani crollano al suo passaggio; il soldato Archelaus tenta di ucciderlo e la lama si conficca nel terreno risparmiandolo; gettato in una fornace accesa, ne esce illeso mentre il fuoco si riversa sui carnefici. Fu allora portato «in locum qui dicitur Nuras» — la spiaggia di Nora — per la decapitazione, lontano dalla città per timore di rivolte.
Prima di morire lasciò detto, secondo il testo agiografico, esattamente che cosa avrebbe fatto per quella città: «affinché quanti fra loro soffriranno di malattie, se verranno nel luogo ove sarà deposto il mio corpo per recuperare la salute, o si troveranno stretti tra i flutti del mare, o minacciati da barbari nemici, o saranno rovinati da carestia e peste, dopo avermi invocato siano salvi e liberi da tutte le loro angosce per mezzo tuo, Signore Gesù Cristo». Pestilenze, nemici venuti dal mare, carestia: è il triplice ruolo di protettore che il santo si assegna da sé, in punto di morte.
Il primo atto pubblico della città per lui, comunque, è molto anteriore alla peste. La più antica testimonianza documentale del culto risale al 1548, quando la municipalità deliberò di farsi carico dei festeggiamenti con una messa cantata nella chiesa di Stampace nel giorno del martirio, il 15 di gennaio.
Tre voti, non uno, e la prigione sotto la chiesa
Cagliari non ha promesso una volta sola. Sant'Efisio esce in processione tre volte l'anno per sciogliere altrettanti voti perpetui, formulati in tre momenti drammatici diversi: la peste del 1652, l'avvelenamento dei pozzi del 1720, l'attacco francese del 1793.
Il secondo nasce da un sogno di un viceré: Sant'Efisio appare in sogno a Filippo Pallavicino di Saint Remy e lo avverte di un tentativo di avvelenare i pozzi del Castello. Il piano viene sventato in tempo, e la città si impegna a portare ogni anno, il Giovedì Santo, il simulacro vestito a lutto — mantello e pennacchio neri sull'elmo — a fare il giro delle sette chiese.
Il terzo nasce da un bombardamento. Il 26 febbraio 1793 una flotta di venti navi da guerra francesi dell'ammiraglio Truguet bombarda Cagliari; il simulacro, su richiesta fatta in sogno a una monaca cappuccina, viene portato sull'omonimo bastione del porto, e le truppe sbarcate a Quartu Sant'Elena sono respinte dalle milizie popolari guidate da Girolamo Pitzolo. Fra le ragioni dell'invasione ce n'era una che riguarda proprio gli animali di questa festa: quando nel 1792 il governo rivoluzionario francese prepara il piano d'invasione della Sardegna, fra i vantaggi attesi figura, testualmente, «impadronirsi dei suoi cavalli, visto che la Sardegna fornisce i cavalli a tutte le armi d'Italia». Nel 1794 Cagliari pronuncia il terzo voto perpetuo: ogni anno, il Lunedì dell'Angelo, processione fino alla cattedrale in segno di ringraziamento — e al termine si benedice il giogo dei buoi che a maggio trainerà il cocchio. Di quella vittoria resta anche una stampa: nel 1798 il cagliaritano Gioachino Cortei incide un'acquaforte intitolata Calaris per integrum mensem a Gallis obsessa, S. Ephisii patrocinio defenso anno MDCCXCIII, cioè «Cagliari assediata per un mese intero dai Francesi, difesa dal patrocinio di Sant'Efisio nell'anno 1793».
L'edificio da cui parte tutto è cresciuto su strati molto più antichi. La chiesa di Stampace si imposta su una fabbrica altomedievale, citata nell'atto di visita del vescovo di Pisa del 1263, che a sua volta la tradizione vuole edificata su una cisterna punica identificata come il luogo di prigionia del santo; le prime modifiche sono del 1538, con l'affidamento all'arciconfraternita, mentre la chiesa attuale è del 1780, in stile barocco.
Sotto la navata c'è la parte che i devoti considerano più sacra: un ambiente ipogeo scavato in profondità sotto il livello stradale, una cella ricavata da una caverna naturale, che la tradizione identifica con la prigione dove Efisio fu rinchiuso, torturato e tenuto in attesa del martirio; ci si scende per una ripida gradinata di marmo. Dentro la cripta c'è una colonna di marmo che la tradizione chiama «la colonna del martirio di Efisio»: porta ancora l'anello metallico a cui, secondo la devozione, era agganciata la catena che teneva imprigionato il santo.
Le statue, qui, sono tre e servono a cose diverse: quella che va a Nora è la seicentesca, conservata nella seconda cappella a destra; poi c'è una cinquecentesca di gusto vernacolare, detta «Sant'Efis sballiau» perché regge la palma del martirio con la mano destra invece che con la sinistra, come vorrebbe l'iconografia; e infine quella dello scultore sardo Giuseppe Antonio Lonis, del 1764, che esce il Giovedì Santo vestita a lutto e il Lunedì dell'Angelo arriva fino alla cattedrale. Le reliquie, invece, sono tornate solo di recente da un esilio lunghissimo: per proteggerle dalle scorrerie saracene, durante l'egemonia pisana, le spoglie di Efisio e quelle di San Potito erano state trasferite a Pisa, dove una bolla di Onorio II attestava «cuius corpus in eadem ecclesia requiescit». Dopo circa 900 anni di esilio pisano, il 12 maggio 2011 le reliquie sono tornate definitivamente a Cagliari e hanno trovato posto nell'altare maggiore di Stampace, in una nicchia con reliquiario di legno.
Chi comanda la festa: il Terzo Guardiano e l'Alter Nos
L'organizzazione non è della parrocchia ma di una confraternita laica antichissima: custodia, tradizione e riti sono a cura esclusiva dell'Arciconfraternita del Gonfalone, una delle associazioni popolari più antiche di Cagliari. Della sua erezione canonica non si conosce la data esatta, per mancanza di documenti; fu istituita con una bolla di papa Paolo III nell'aprile 1539. Nel 1621 fu aggregata all'Arciconfraternita del Gonfalone della Vergine del Riscatto di Roma, e nel 1796 papa Pio VI la elevò al rango di arciconfraternita; ancora oggi la maggior parte degli oltre 150 soci viene da Stampace, il rione della chiesa.
Un tempo il pellegrinaggio obbligava anche a dare vitto e alloggio alle autorità al seguito del simulacro: Antioco del Vechio, consigliere quinto della città di Cagliari e Alternos nel 1672, per la festa da celebrarsi a Pula ordinò di suonare la tromba per chiamare la cavalleria locale e fare la processione secondo il consueto rituale.
Il capo della festa si elegge in un giorno preciso e a scrutinio segreto: il 19 marzo, festa di San Giuseppe, i membri dell'Arciconfraternita eleggono il Terzo Guardiano, cui spetterà la gestione dell'intera festa. Nello stesso periodo si designa l'altro: l'Alter Nos, il rappresentante della municipalità, scelto dal sindaco fra assessori, consiglieri o funzionari del Comune. Quel ruolo è più vecchio della Repubblica e perfino della monarchia sabauda in Sardegna, perché nasce quando il viceré incaricava un proprio delegato di cavalcare a fianco del cocchio come suo alter ego; oggi lo nomina il sindaco, e cavalca in frac e cappello a cilindro, con la fascia tricolore e al collo la collana dell'ordine del Tosòn d'oro, conferita alla città di Cagliari nel 1679. Per secoli quel posto è andato solo a uomini: fra i pezzi destinati al piccolo museo che l'Arciconfraternita sta allestendo in sagrestia c'è l'abito femminile dell'Alter Nos indossato da Raffaella Lostia nel 2019, la prima donna nella storia della festa, messo da parte come testimonianza materiale di una soglia.
Le due fasce che affiancano il cocchio dicono chi comanda su cosa. Se l'Alter Nos con la fascia tricolore è la presenza del Comune accanto al santo, il Terzo Guardiano con la fascia azzurra della Guardiania è la presenza dell'Arciconfraternita: cavalcano insieme, accompagnano insieme il cocchio, e la festa è la messa in scena di un patto antico che tiene uniti due poteri distinti attorno al simulacro. L'azzurro, del resto, non è casuale: è il colore mariano dell'Arciconfraternita del Gonfalone della Madonna del Riscatto.
I preparativi cominciano con largo anticipo e hanno un calendario fisso. La mattina del 25 aprile il cocchio dorato — custodito tutto l'anno in un locale adiacente alla chiesa — viene portato dentro il tempio, e nel pomeriggio, dopo una cerimonia religiosa in lingua sarda, avviene il passaggio di consegne fra il Terzo Guardiano uscente e quello eletto. Poi si veste il santo, in due tempi: il pomeriggio del 29 gli si mettono gli abiti di gala, il giorno dopo i gioielli d'oro offerti come ex voto, doni accumulati dai fedeli in oltre tre secoli e mezzo. Il modo in cui vengono attaccati è artigianale: ogni gioiello si fissa al simulacro con uno spago di nylon trasparente, simile a una lenza da pesca. Al termine il presidente dell'arciconfraternita e il sacrista maggiore depongono la statua dentro il cocchio.
Per i quattro giorni di cammino si prepara anche un bagaglio, e ogni pezzo ha la sua destinazione: in sagrestia il Sacrista Maggiore prepara la «valigia di Sant'Efisio», la cassa che viaggia dietro al simulacro per tutto il pellegrinaggio, con tre cambi completi destinati a tre tappe precise — il manto di Villa San Pietro, quello di Pula, quello di Casa Ballero a Giorgino — e ogni mantello viaggia appeso, col proprio corredo di polsini, colletti, fiocchi e panciotti.
L'uscita del cocchio
Il giorno della partenza comincia con i buoi: la mattina del 1º maggio Su Carradori, che li guida, li addobba con fiori e campanelli e orna le corna con ghirlande di fiori freschi. Intanto il Terzo Guardiano, con la Guardiania, va al Palazzo Civico a prelevare l'Alter Nos, che il sindaco investe ufficialmente delle sue funzioni, e insieme raggiungono la chiesa per la messa detta «dell'Alter Nos».
L'uscita ha un orario che non si discute: il cocchio lascia la chiesa a metà giornata. Il momento è scandito da un rito antico: al suono delle launeddas i buoi vengono benedetti, e dall'architrave della porta escono i lampadari dorati che scorteranno il santo per tutto il percorso, retti dai lampionai in costume seicentesco.
L'ordine del corteo è codificato pezzo per pezzo. Aprono le traccas, i carri addobbati a festa trainati dai buoi, con dentro i prodotti della terra, l'artigianato sardo e i dolci tipici. Seguono i gruppi folkloristici, ciascuno nell'abito tradizionale del proprio paese, che recitano il rosario o cantano i goccius, le litanie in lingua sarda: sfilano per primi i gruppi dei comuni attraversati — Cagliari, Sarroch, Villa San Pietro, Pula e Capoterra — e poi tutti gli altri, raggruppati per regioni storiche.
La seconda parte del corteo è a cavallo e ha una gerarchia militare. La aprono i cavalieri del Campidano, in sella a cavalli addobbati con coccarde e rosette, seguiti da quattro plotoni di Miliziani armati di archibugi e sciabole. Non sono figuranti: i Miliziani sono l'erede della guardia di scorta che dal Seicento garantiva la protezione armata al santo lungo il pellegrinaggio verso Nora, quando le campagne sarde erano ancora percorse da briganti e il viaggio fra Cagliari e Pula richiedeva una scorta militare effettiva.
Ogni plotone è una circoscrizione della città vecchia: conta quattordici cavalieri e porta uno stendardo; tre dei quattro rappresentano un quartiere storico attraverso l'effigie del santo patrono della parrocchia di riferimento — Stampace con Sant'Anna, Marina con Sant'Eulalia, Villanova con San Giacomo — e il quarto porta la bandiera dell'Arciconfraternita, il vessillo dei Quattro Mori. Il sistema riproduce in forma cerimoniale l'antica milizia urbana cagliaritana, quando ogni quartiere manteneva la propria compagnia armata. Manca Castello, e per una ragione storica: quando la festa fu istituita nel Seicento il quartiere alto era occupato dai dominatori spagnoli e di fatto precluso ai cagliaritani, e la milizia urbana era composta soltanto da popolani e artigiani dei quartieri bassi.
I cavalieri del Campidano, invece, sono arrivati molto più tardi: il reparto nella forma attuale entra nella processione dal 1886, e non faceva parte del nucleo originario del voto seicentesco — l'allargamento al territorio campidanese è una scelta dell'Italia post-unitaria. Che il pellegrinaggio pesasse sulle campagne lo dice una richiesta formale: il 9 aprile 1788 i consiglieri di Cagliari scrivono al viceré chiedendo di alleggerire l'«antichissima usanza» di far partecipare la cavalleria miliziana di molte ville del Campidano, e il viceré concede la turnazione ma mantiene l'obbligo per le ville attraversate. La divisa viene dall'Ottocento — giubba rossa scarlatta chiusa sul petto, pantaloni chiari, stivaloni, cappello da gendarme, spada o sciabola al fianco sinistro e archibugio in spalla — e le milizie a cavallo hanno preso il nome di «Cacciatori Miliziani» dal 1836, quando la riforma dei corpi urbani le distinse formalmente dai miliziani a piedi.
Dietro vengono i civili in alta uniforme: la Guardiania a cavallo in frac nero, cilindro e fascia azzurra, col Terzo Guardiano in prima fila che regge il Gonfalone seicentesco; poi l'Alter Nos; quindi i membri dell'Arciconfraternita, introdotti da un confratello che porta un crocifisso del Settecento, i confratelli in abito penitenziale col saio azzurro e le consorelle in nero, col velo in testa. Due di loro, i «Collaterali», stanno ai lati del cocchio per tutto il percorso e ne aprono le porte a ogni sosta, perché i fedeli possano depositare dentro fiori, offerte, ex voto e suppliche.
Davanti al Municipio la città si presenta al suo protettore, e la strada viene coperta: dopo il passaggio dell'ultimo plotone si cosparge il tratto di via Roma davanti al Municipio di petali di rose e fiori — s'arramadura — e su quelli camminerà il cocchio per ricevere l'omaggio delle autorità civili e religiose. È il rito che accompagna tutto il percorso, ricoperto di erbe odorose e petali che, calpestati, inondano l'aria di un profumo intenso e colorano la strada di un tappeto variopinto. L'arrivo in via Roma, preceduto dalle launeddas, viene salutato dalle sirene delle navi attraccate nel porto e dalle campane a festa.
Quattro giorni fino a Nora, e un voto che nessuna guerra ha fermato
Fuori città il santo cambia d'abito e di mezzo. A Giorgino, presso la cappella della tenuta della famiglia Ballèro, il simulacro viene spogliato dei gioielli e rivestito con abiti più semplici; gli si tolgono anche l'aureola e la palma d'oro, sostituite da versioni d'argento, e perfino il sontuoso cocchio barocco lascia il posto al più essenziale «cocchio di campagna», un carro robusto del Settecento restaurato dai devoti. Quella sosta è documentata dal 1787, quando l'Arciconfraternita ne discusse formalmente, e nasce da un voto privato: il proprietario stabilì per testamento che «qui vi si riceve il simulacro del glorioso S. Efisio all'andata e venuta, che annualmente fa da Pula, perciò voglio e ordino che i miei eredi e qualunque successore, sia universale che singolare, abbiano la stessa cura, zelo e devozione che ho avuto io».
Il primo giorno prosegue di tappa in tappa: Maddalena Spiaggia, dove accorrono i fedeli di Capoterra — anticamente chiamata Villa Sant'Efisio —, poi la messa a «Su Loi», al tramonto Villa d'Orri, nella cappella privata della tenuta dei marchesi Manca di Villahermosa, e infine Sarroch, dove il santo passa la notte nella chiesa di Santa Vittoria. Il secondo giorno arriva al mare del martirio: il 2 maggio la processione riparte, fa tappa a Villa San Pietro e nel primo pomeriggio a Pula, dove l'Alter Nos affida al sindaco la responsabilità del rito; dopo la messa nella chiesa di San Giovanni Battista, una sosta davanti al cimitero e una davanti alla chiesetta di San Raimondo, il santo viene preso in consegna dall'Arciconfraternita e scortato fino a Nora, dove arriva in serata.
La chiesa che lo aspetta lì è antichissima e sta sulla sabbia: sorge sulla spiaggia, fra le rovine di Nora, ha tre navate ed è proto-romanica di fine XI secolo, consacrata nel 1102, costruita dai monaci Vittorini di Marsiglia sopra un martyrium paleocristiano. E anche lei deve qualcosa alla peste: nel 1656 fu restaurata grazie alla donazione di Alfonso Gualbès, marchese di Palmas, come ringraziamento per essere scampato all'epidemia dopo aver invocato il santo.
Il terzo giorno è tutto sul luogo dell'esecuzione: il 3 maggio si celebrano messe e funzioni, la più importante in tarda mattinata dall'arcivescovo di Cagliari, e nel tardo pomeriggio il santo viene portato a spalla lungo il litorale, a rivisitare i luoghi del martirio; la notte si torna a dormire a Pula. Il quarto è quello del ritorno, e ha una sosta che ricorda un'altra emergenza: a Villa San Pietro il simulacro viene accolto nella tenuta detta Villa Atzori, dove nel 1943 dovette riparare a causa dei bombardamenti. A Giorgino riprende gli abiti di gala e il cocchio di città, e all'imbrunire, al viale La Plaia, lo accolgono le milizie che lo scortano fino alla sua chiesa. Il rientro è a notte fonda, con l'ultima messa e la cerimonia dello scioglimento del voto: il presidente chiude la lettura con l'augurio che si possa ripetere ancora per molti anni — «attrus annus mellus» — e la cerimonia finisce coi goccius.
In questa festa, però, c'è una gerarchia fra le cose, ed è dichiarata: in oltre tre secoli di processioni ininterrotte il cocchio dorato trainato dai buoi è il segno visibile della festa, ma non è il voto. Il voto è la promessa di portare Sant'Efisio a Nora, ogni 1º maggio. È per questo che la forma è cambiata parecchie volte senza che nessuno parlasse di interruzione. Nel 1916, in piena prima guerra mondiale, la partenza fu posticipata di sette giorni e la processione si svolse in forma ridotta, senza miliziani e senza guardiania: gli uomini erano al fronte.
Poi c'è l'edizione fatta in mezzo alle macerie, con la città quasi vuota. Il cocchio non fu trainato dal monumentale giogo di buoi ma portato a spalla da uno stuolo di soldati in grigioverde, fanti della Brigata Sassari in licenza a Cagliari. Sotto le bombe, nella chiesa di Stampace, il simulacro era caduto dalla nicchia: lo trovarono bocconi fra candelabri rovesciati e ceri spezzati, col naso scheggiato e l'aureola d'argento divelta, e quando lo rimisero in piedi l'aureola restò infilata di traverso, dondolante. Un industriale procurò un camioncino, quello che ogni giorno trasportava il latte, e il simulacro dovette essere inchiodato al tavolato, perché il movimento sulla strada sconvolta dalle macerie lo faceva cadere a ogni istante. Quel giorno il santo indossò una veste fatta di carta: sotto la veste rossa era coperto da una seconda veste di carta da lettera, biglietti da visita, banconote e fotografie — lettere e ritratti che le madri e le mogli avevano appuntato al santo perché proteggesse figli e mariti al fronte, con frasi vergate a matita sul retro: «È in Africa», «Si trova in Russia», «Sant'Efisio proteggimi», «Sant'Efisio fa che ritorni».
Anche in tempi recentissimi la forma si è piegata: nel 2020 il santo ha raggiunto Nora a bordo di un cabinato trasparente messo a disposizione dalla Croce Rossa, senza pubblico. E il principio con cui i confratelli spiegano ogni adattamento è sempre lo stesso: «non ci hanno fermato le bombe del '43, non ci ha fermato l'inondazione dell'800, non ci ha fermato il Covid: non ci ferma neanche questa situazione. L'unica cosa che è importante è che il voto venga sciolto.» Le processioni non sono mai state interrotte non perché il cocchio sia sempre uscito in via Roma, ma perché il santo è sempre arrivato a Nora.
La festa, infine, non si chiude il 4 maggio. Sciolto il voto, il cocchio di gala con dentro la statua resta nella chiesa di Stampace per quasi tutto il mese, durante il quale si svolgono altri riti in forma più intima e raccolta. Poi si smonta tutto, in due giorni distinti: il 22 maggio, festa di Santa Rita da Cascia, il simulacro viene tolto dal cocchio, gli si levano tutti i gioielli — riposti nella cassetta di sicurezza che li custodisce per il resto dell'anno — e viene ricollocato nella seconda cappella a destra; il 25 tocca al cocchio dorato, riportato nel locale che lo accoglie tutto l'anno. Così, a un mese esatto dall'apertura, i festeggiamenti si concludono.
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere della Processione di Sant'Efisio, a Cagliari, è alla portata di tutti. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Cagliari è a un chilometro dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Asse Mediano: da lì bastano 3 minuti di guida (2,3 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Che altro succede in provincia di Cagliari
Nella stessa zona, altre feste con una loro storia.
- San Saturnino martire a Cagliari — ottobre
- Mercatini di Natale a Cagliari — dicembre
- Sant'Efisio a Capoterra — gennaio