San Catello a Castellammare di Stabia 2027 - I sessanta portatori e la cenere del Vesuvio
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 01/09/2026.
La festa di San Catello si celebra a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, in Campania, due volte l'anno: il 19 gennaio, solennità liturgica del patrono, e la seconda domenica di maggio, per il Patrocinio. La statua lignea del santo esce su una pedana processionale intagliata e rivestita di lamine d'oro, portata a spalla da sessanta persone scelte «tra scaricatori portuali, scaricatori delle ferrovie, ambulanti e fedeli». A gennaio la processione entra nei cantieri navali; a maggio si accendono le luminarie e i fuochi d'artificio lanciati dalle chiatte nel golfo.
Il diciannove gennaio, e la seconda domenica di maggio
A Castellammare di Stabia il patrono si festeggia due volte l'anno. La solennità liturgica del patrono si celebra a gennaio, con un intenso novenario che prepara la città alla festa del 19, giorno dedicato al santo. A questa si aggiunge, la seconda domenica di maggio, la festa del Patrocinio di San Catello, che rinnova la devozione con una seconda processione solenne e con i tradizionali festeggiamenti civili. In segno di ringraziamento, a voto perpetuo, venne istituito che il 18 gennaio si celebrasse una messa e un Te Deum, e che il giorno successivo si svolgessero due processioni.
Le due giornate hanno anche due percorsi diversi. A gennaio resta il percorso tradizionale, quello del centro antico, con la sosta ai Cantieri Navali: la processione porta il Santo all'interno della Fincantieri, per poi tornare in cattedrale. A maggio, invece, il corteo attraversa il cuore pulsante della città — da via Sarnelli a piazza Spartaco, passando per corso Vittorio Emanuele e via Roma, fino al rientro solenne in Concattedrale.
Quella di gennaio è una festa più spirituale che folcloristica: ci si dedica principalmente alla preghiera e alla venerazione delle reliquie, custodite nella Concattedrale di Maria Santissima Assunta. Per vedere la città vestita a festa bisogna aspettare la seconda domenica di maggio, quando il centro cambia volto con l'accensione delle luminarie artistiche in Piazza Giovanni XXIII, via Giuseppe Mazzini e Piazza Principe Umberto, la Villa Comunale ospita il ritorno delle tradizionali bancarelle — il comune ne regolamenta le categorie: dolciumi, torroni, prodotti tipici del territorio, oggetti della tradizione stabiese, artigianato artistico in ceramica, vetro, legno, rame, ferro battuto, cuoio — e la sera i fuochi d'artificio, lanciati direttamente dalle chiatte nel golfo, illuminano lo specchio d'acqua antistante la città.
Al porto si tiene il saluto istituzionale dei sindaci di Castellammare e di Sorrento, con la preghiera e la benedizione dell'Arcivescovo; poi, dopo la partenza per Sorrento della statua di Sant'Antonino, la statua di San Catello rientra in Concattedrale attraversando via San Bartolomeo e via del Gesù.
Sessanta uomini sotto la pedana
La sontuosa statua di san Catello, vestita con i sacri paramenti vescovili, viene issata su di una bella pedana processionale di legno, artisticamente intagliata di stile barocco, rivestita di lamine di oro e portata a spalla per le vie cittadine da una carovana composta da sessanta persone, scelte tra scaricatori portuali, scaricatori delle ferrovie, ambulanti e fedeli.
È il fercolo — dal latino ferculum, la portantina usata per portare in processione i simulacri, la più diffusa a baldacchino — ma a Castellammare viene chiamato «a pedagna/peragna», e in quella forma è finito perfino in versi: la poesia di Salvati del 1901 dice «…cumm'a nu santo ncopp'a la peragna…».
All'inizio del Novecento Castellammare di Stabia non era solo una città termale e industriale, ma un corpo vivo che pulsava all'unisono con il passo cadenzato dei portatori di San Catello: carabinieri in alta uniforme, quasi austeri, che si mescolano a uomini dai volti segnati dal lavoro.
L'8 aprile 1906, sotto la cenere
L'8 aprile 1906 la statua venne portata in processione durante l'eruzione del Vesuvio: secondo la tradizione, una volta giunti sulla spiaggia, un raggio di sole riuscì a penetrare tra le nubi di cenere illuminando il volto del santo; nonostante l'eruzione continuasse il suo corso, la città stabiese venne risparmiata dalla pioggia di ceneri.
Nel 1867, quando il morbo colpì la città, il popolo invocò a gran voce l'intervento di San Catello, e la tradizione e i documenti d'archivio suggeriscono che la cessazione dell'epidemia fu accolta come un miracolo ottenuto per intercessione del patrono. La medaglia con la data 1867 fu coniata proprio allora: un omaggio ufficiale — Obsequium — della Municipalità e del Popolo per ringraziare il Santo di aver salvato la città dall'annientamento definitivo. Al fronte porta l'effigie del santo con mitra e pastorale, circondata dalla scritta S. CATELLUS E. ET PROT. CASTRIMARIS STAB.; al retro la dedica sopra la sigla R.P.C., cioè Res Publica Castrimaris, la Municipalità di Castellammare; e sul bordo la frase biblica HIC EST QUI MULTUM ORAT PRO POPULO, «questi è colui che molto prega per il popolo».
Migliaia di cittadini stabiesi hanno servito, in pace e in guerra, la propria patria, e prima di ogni missione si affidavano al loro Santo Protettore affinché desse loro coraggio, come testimoniano diverse preghiere; oggi non solo i marinai, ma l'intero popolo stabiese affida al suo patrocinio le vicende della vita quotidiana.
Una statua arrivata da Napoli
La statua fu commissionata nel 1604 dalle autorità religiose a uno scultore napoletano di nome Giovanni Battista — altrove indicato come Giovanbattista Vigliante, artista operante nelle botteghe napoletane tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo — e consegnata a Castellammare il 16 gennaio 1609.
Molte notizie le apprendiamo dalle Lettere di Pompeo Calvetta, che mantenne i contatti tra Comune, curia e lo scultore: c'è l'elenco delle spese dal 1604 al 1606, e il vescovo che ordina al Municipio — l'Università, come si diceva allora — di contribuire con il denaro che traeva da una gabella posta sulla farina. Poi le due lettere finali, scritte da Napoli: quella del 15 gennaio 1609 («Io spero essere lloco sabato et porterò la pne et S.to Catiello et lo m. de inaurare…») e quella del 16, con cui la statua parte davvero. Nella stessa lettera si legge che il prezzo era stato pattuito dopo un parere: «si è vista la statua dal Sre Fabritio pittore et have detto che se li diano complimento de D.i vinte» — e quel Fabrizio è il celebre Fabrizio Santafede (1560-1634), emulo del Ribera, artista sommo, conosciuto e rispettato da tutta Napoli.
Un documento riporta che la statua arrivò «però senza la testa, perché si pigliò quella della statua vecchia» — nei primi anni del Seicento nel duomo ce n'era una che il notaio Aiello chiama «vecchia», più piccola e forse a mezzo busto, probabilmente copia di un'opera più antica di stile greco-bizantino. Chi ha seguito il restauro del 1982-83 dice il contrario: la statua che vediamo oggi è di un sol pezzo e non vi si poteva adattare la testa di una statua più piccola.
La statua è in legno e ha un'altezza di 93 centimetri per una larghezza di 90 e una profondità di 60, un tempo era interamente dorata ed è ancora quasi tutta decorata con foglia d'oro. Raffigura un vecchio vescovo, con i tratti del viso marcati e in testa una mitra gemmata, in ginocchio su un doppio cuscino, nell'atto di pregare, con le mani incrociate sul petto che reggono il pastorale. Secondo monsignor Francesco Di Capua sarebbe ispirata a un busto del XIV secolo, che a sua volta si rifaceva a una statua del VII-VIII secolo in stile bizantino, mentre Sarnelli, nella breve vita del santo del 1887, la chiamava «lavoro pregevole del cinquecento». Che uscisse già in processione nel 1623 lo dice la vita manoscritta: «Si conduce per le strade più principali la statua del medesimo santo di legno dorato». Chi ne difende l'unità aggiunge che la testa e l'insieme scultoreo sono tipici del Seicento, opera di un artista vissuto nella seconda metà del Cinquecento; e che qualche statua del santo esistesse già prima è certo, soprattutto a Sorrento, dove nel Cinquecento c'era anche una chiesa a lui dedicata, demolita nell'Ottocento per la costruzione della nuova strada al centro del paese.
La cattedrale fu ricostruita con il pubblico danaro nell'anno 1570 e dedicata alla Vergine Assunta e a san Catello vescovo, cittadino e patrono, e nel 1713 i nobili e il popolo stabiese la fornirono di un atrio e di una scala in pietra.
La Sacra Congregazione dei Riti approvò ufficialmente il culto di San Catello il 13 settembre 1729, riconoscendolo patrono di Castellammare di Stabia — i riti di canonizzazione vengono fatti risalire al XIII secolo, e il corpo del santo non è mai stato ritrovato.
Due papi, due secoli: una vita che non si sa
La storia di Catello, vescovo di Stabia, non è ben chiara: avvolta nel mistero e per alcuni tratti contraddittoria, fu trascritta per la prima volta dall'Anonimo sorrentino in un manoscritto della fine del IX secolo. Il nome deriva dal latino catellus, diminutivo di catulus, che significa «cucciolo».
Fu vescovo di Stabia quando i Longobardi devastarono la Campania distruggendo diversi complessi religiosi, e affrontò quelle condizioni proteggendo il suo popolo dalle incursioni, aiutando molti profughi, occupandosi del loro sostentamento quotidiano e riscattando i prigionieri caduti nelle mani nemiche. In quegli anni accolse a Stabia Sant'Antonino, monaco benedettino scampato alla furia del popolo longobardo; poi divisero le fatiche apostoliche e, ritiratisi eremiti sul monte Aureo, ebbero la celeste visione dell'arcangelo Michele, e là fecero innalzare un tempio in suo onore.
Secondo una versione, Catello fu accusato di aver abbandonato i fedeli e la sua chiesa, sospeso e condotto prigioniero nelle carceri di Roma perché giudicato colpevole da Papa Pelagio II; in prigione predisse al diacono suo custode di cella la futura elevazione a pontefice, e alla morte di Pelagio II, nell'anno 590, quel diacono fu eletto papa con il nome di Gregorio Magno, che — avvertito in sogno da un monaco benedettino, presumibilmente sant'Antonino — si rese conto dell'ingiusta prigionia e lo riconobbe innocente. Secondo la biografia latina stampata nel 1613, tratta dal Catalogo dei Santi d'Italia di Filippo Ferrario Alessandrino, i papi sono altri due: Catello fu accusato presso Papa Sabiniano di aver abbandonato la sua Chiesa e di aver celebrato i sacri misteri «sui monti e nelle grotte dei pastori», restò a lungo in carcere fino al tempo di Papa Bonifacio, al quale aveva predetto la successione e al quale Antonino apparve di notte per ricordargli la causa: fu Bonifacio a farlo uscire e a restituirlo alla sua Sede.
La festa liturgica è il 19 gennaio, mentre la biografia del 1613 racconta che, tornato a Stabia e riabbracciato Antonino, «non molto tempo dopo, il 19 febbraio, volò al cielo». Monsignor Francesco Di Capua, nel libro «S. Catello e i suoi tempi» del 1932, colloca l'episcopato nel VI secolo; secondo il Caracciolo, invece, Antonino e Catello sarebbero vissuti nel IX secolo, perché l'Anonimo cita Sicardo, principe beneventano realmente esistito, che assalì Sorrento nell'835. Il corpo fu sepolto a Stabia, «ora a Castellammare di Stabia, che succedette a Stabia, che fu distrutta».
La confraternita dei sacchi neri
La Confraternita di San Catello fu fondata verosimilmente intorno al 1380, seconda solo a quella dei «Battenti di S. Antonino»; all'epoca vi potevano accedere solo ecclesiastici e nobili, e i confratelli vestivano il sacco bianco e la mozzetta color turchino.
Nel 1586 la Congregazione chiese di essere associata all'Arciconfraternita romana di Morte ed Orazione, abbandonando quasi del tutto l'antico abito bianco per vestire il sacco nero, e iniziarono così a dedicarsi al misericordioso ufficio di accompagnare e dare cristiana sepoltura ai naufraghi portati dal mare, ai poveri e a quanti venivano trovati uccisi fuori dalle mura cittadine, nonché ai condannati al patibolo.
Il Giovedì Santo andavano «assaccata e coi lumi accesi» a visitare i Sepolcri allestiti nelle chiese, portando con sé la statua di San Catello e prendendo il penultimo posto prima del Santissimo; di una di quelle sere resta il verbale, datato 7 aprile 1605, e il seguito: rientrati in chiesa, il Guardiano lavò i piedi a tutti i confratelli seduti intorno all'altare, poi consegnò loro «un pane benedetto ed alcune altre cosette per colatione a ciascheduno per divotione et con silenzio spogliati delli loro sacchi se ne andarono alle loro case». Il Venerdì Santo uscivano «assaccati di nero coi lumi in mano sul far della sera», recando una spoglia Croce tra la lancia e la spugna e visitando al canto del «Miserere» i monasteri della città; più tardi comparvero anche il simulacro del Cristo Morto e i simboli della Passione — il sudario, la colonna, la corona di spine. E durante i venerdì di Quaresima i confratelli si riunivano in chiesa al Vespro cantando salmi penitenziali: al termine il Priore disponeva che si spegnessero le candele, segnale che dava il via alla flagellazione, tra il pianto dei numerosissimi fedeli.
Nella stessa chiesa, dal Natale fino a poco dopo il 19 gennaio, si allestisce ancora un presepe con circa settanta pastori del Seicento, del Settecento e dell'Ottocento, recentemente restaurati, alcuni realizzati da Giuseppe Sammartino — lo stesso scultore del Cristo velato della cappella Sansevero a Napoli — appartenuti alla collezione privata del vescovo Francesco Petagna, alti dai 90 centimetri al metro e mezzo e vestiti con stoffe preziose, di quelle usate per confezionare abiti.
Come arrivare alla festa
Partecipare alla festa di San Catello a Castellammare di Stabia è davvero semplice. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Castellammare di Stabia è a 400 metri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Castellammare di Stabia centro: da lì bastano 2 minuti di guida (1,2 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Altre feste in provincia di Napoli
A gennaio, nei paesi vicini, ci sono anche queste feste.
- San Ciro a Portici — gennaio
- San Felice a Pomigliano d'Arco — gennaio
- Sant'Artema a Pozzuoli — gennaio