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Folklore e Rievocazioni

I Falò di Marzo 2027 - la fogheraccia di Romagna

18 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 18 al 19 marzo 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: torinocronaca.it, letta il 02/09/2026.

I Falò di Marzo sono fuochi rituali che si accendono in molte regioni italiane fra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, spesso legati alla Festa di San Giuseppe del 19 marzo. Le comunità bruciano legna vecchia e i tralci potati della vite, i «sermenti», per augurare un'annata agricola prospera e proteggere le vigne dai parassiti. Il rito affonda le radici nei Calendimarzo dell'antica Roma, quando il 1° marzo apriva l'anno agrario, fino al 153 a.C.

Calendimarzo e il capodanno dei campi

Con l'arrivo di marzo la natura si risveglia, e insieme a essa riaffiorano antiche tradizioni contadine che affondano le radici nei riti pagani legati alla fertilità e al culto della terra. Una delle espressioni più vive di questa tradizione sono i falò di marzo, rituali che segnano il passaggio dall'inverno alla primavera: grandi fuochi comunitari che si accendono ancora in tante regioni italiane, dove si brucia legna vecchia, si auspica un'annata agricola prospera e ci si riunisce tutti assieme attorno alle fiamme con canti, balli e piatti semplici condivisi.

La data non è casuale. Basti pensare ai riti propiziatori dedicati alla fecondità dei campi tipici dei Calendimarzo, dal latino Calendae Martii, il primo giorno di marzo, accolto dagli antichi Romani come l'inizio del nuovo anno agrario. Nell'antica Roma, fino al 153 a.C., l'anno cominciava il 1º marzo, e lo stesso valeva presso altre popolazioni antiche: i falò bruciavano così il tempo passato come purificazione in vista del tempo futuro. Anche i Greci celebravano con feste e canti la nascita di Venere, che cadeva appunto in marzo, come dire il sorgere dell'amore e il risveglio dell'uomo e della natura dalle cupe ombre in cui li aveva avvolti l'inverno.

Il fuoco di San Giuseppe e i sermenti

Ogni anno, il 19 marzo, l'Italia celebra una delle ricorrenze più sentite della tradizione popolare, la Festa di San Giuseppe, dedicata al padre putativo di Gesù e conosciuta anche come Festa del Papà. In molte regioni la ricorrenza diventa un momento di festa collettiva che unisce religione, tradizioni popolari e gastronomia, e fra le celebrazioni più caratteristiche ci sono i falò, le tavolate tradizionali della Sicilia e le zeppole. Il 19 marzo segna la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera, e apre simbolicamente la stagione delle feste, quando molti borghi tornano ad animarsi con sagre ed eventi.

I falò di San Giuseppe vengono preparati nei giorni precedenti e accesi la sera del 18 o del 19 marzo. Le cataste di legna si accumulano nelle piazze o nei quartieri dei borghi e diventano il centro della celebrazione, dove abitanti e visitatori si riuniscono tra musica, vino e prodotti tipici. In Piemonte il Falò di San Giuseppe è uno dei più sentiti: brucia l'inverno eliminando sterpi e legna accumulata durante la stagione fredda, accoglie la primavera augurando un'annata agricola fertile e ricca, unisce le comunità rurali tra canti, balli e degustazioni di piatti tipici come polenta e vin brulé.

Oltre al valore simbolico i falò avevano anche una funzione pratica: si bruciavano i tralci potati della vite, detti «sermenti», per proteggere le vigne dai parassiti e prepararle alla nuova stagione produttiva. In Sicilia la festa è famosa per le tavolate di San Giuseppe, che secondo la tradizione nascono come atto di ringraziamento al santo e come gesto di solidarietà verso i più bisognosi: in molti paesi vengono invitati simbolicamente tre ospiti che rappresentano Gesù, Maria e San Giuseppe, ai quali viene offerto il pasto preparato dalla comunità. Fra le tradizioni gastronomiche le protagoniste assolute sono le zeppole, la cui tradizione risale ai friggitori napoletani del XVIII secolo, che il 19 marzo preparavano questi dolci direttamente nelle strade.

Squadre, fiaccole e carriole in Puglia

A Bovino, borgo medievale della Puglia, i Falò di San Giuseppe ricorrono il 19 marzo e sono oggi riconosciuti tra le manifestazioni identitarie della comunità bovinese: li organizza la Pro Loco in collaborazione con la confraternita dell'Annunziata, all'origine del culto, con il patrocinio del Comune. I falò si allestiscono nelle piazze principali e nei vari rioni del centro storico, e la manifestazione si svolge in maniera itinerante nel borgo antico, con ogni piazza animata da un fuoco gestito da una squadra secondo un apposito regolamento: è squadra un gruppo di persone di numero arbitrario, con componenti di età superiore ai tredici anni, che nomina obbligatoriamente un responsabile, mentre i ragazzi più piccoli partecipano sotto la tutela delle famiglie.

L'accensione segue la funzione religiosa serale del 19 marzo nella Chiesa della Santissima Annunziata, dove si celebra la novena in onore del Santo. Terminata la funzione, il Priore della Confraternita accende il fuoco davanti alla chiesa, lo benedice e consegna le fiaccole ai capisquadra, che partono per i rispettivi rioni. Quando i falò si accendono si vedono brillare in determinati punti del paese fiamme e «scatedde», le scintille che salgono sempre più in alto nel cielo, e paesani e turisti fanno il giro per le piazzette del piccolo borgo per assistere allo spettacolo e assaggiare le specialità alla brace, salsicce e torcinelli, preparate e offerte dai membri delle squadre e dagli abitanti del rione. Alle fiamme si accompagnano il rinomato soffritto di maiale, eccellenza della cucina bovinese, le zeppole, le patate e i lampascioni arrostiti secondo l'antica usanza, mentre la competizione tra i rioni per il falò più suggestivo tiene viva la tradizione tra le giovani generazioni.

Un tempo il falò più importante era quello acceso nella raccolta piazzetta antistante la Chiesa dell'Annunziata, dove è onorata una bella e artistica statua del Santo. In cima alla catasta, fatta prevalentemente di rami di ulivo provenienti dalla potatura, veniva esposto un santino con l'immagine sacra; mentre bruciavano le «frasche», intorno al fuoco si recitava il rosario e si intonavano canti religiosi. Quando le fiamme si spegnevano si usava mettere sotto la brace delle patate, date per lo più da mangiare ai bambini, e la serata si concludeva con la raccolta della brace che ciascuno portava nelle proprie misere e poco riscaldate case. Ancora oggi, sin dai primi giorni di marzo, i ragazzi di Bovino girano per le campagne alla ricerca di legna, arbusti e frasche.

A Mola la sera del 19 marzo, e fino a notte fonda o, per i più audaci, al sorgere del sole, gli abitanti di ciascun quartiere o comunità parrocchiale si riuniscono in un punto stabilito per dare vita a un grande falò, attorno a cui far festa tra cibo, musica e danze sotto la coltre del cielo stellato. Anche qui i preparativi cominciano molti giorni prima, quando i ragazzi si spostano per le vie del paese spingendo una carriola in cui raccogliere, casa per casa o ai margini di improvvisate discariche, la legna che servirà; l'ultimo giorno è riservato ai grandi, che costruiscono l'impalcatura accatastando ciocchi di legno, sterpaglia e rami d'ulivo appena potato, tutto ciò che serve a ravvivare il fuoco a intervalli regolari fino a notte fonda. Molti bruciano fra le fiamme un ramo d'ulivo, simbolo della pace e della cristianità, auspicando una nuova stagione prospera. Si balla al ritmo della musica popolare suonata da improvvisati musicisti e si degustano bruschette, focacce, torte rustiche, olive, patate cotte sotto la cenere, panzerotti per i più audaci e infine le zeppole di San Giuseppe, accompagnate dal vino locale. A fine nottata era tradizione che ognuno raccogliesse un po' di brace e la portasse a casa, aiutandosi con un badile, per rimpinguare il camino in segno di futura prosperità.

Dietro quei fuochi c'è una leggenda, anzi due. Si racconta che durante la fuga in Egitto la Sacra Famiglia si trovò ad affrontare momenti di grande difficoltà: una sera, dopo aver trovato un riparo di fortuna, il gelo stava diventando insopportabile, e Giuseppe andò a cercare della legna per riscaldare Gesù Bambino. Dopo tanto peregrinare trovò una casa dove gli diedero del fuoco, e per evitare che le braci si spegnessero le ripose sotto il mantello, che miracolosamente non prese fuoco. Un'altra storia racconta invece che il patrono dei poveri fosse andato inutilmente in cerca di qualche frasca, e non essendoci riuscito si tolse il mantello e gli diede fuoco, riuscendo così, sia pure per poco, a scaldare il suo Bambino. La filastrocca che si imparava a scuola diceva: «San Giuseppe il vecchierello, portava il fuoco nel mantello, un miracolo che gli capitò fu che il mantello non si bruciò».

La fogheraccia di Romagna

In Romagna, nella serata del 18 marzo, si onora da secoli la fogheraccia, chiamata anche focheraccia o focarina, fugaràza nel riminese e fugaréna nel resto della regione. Consiste nell'accensione di grandi falò in cui bruciare, secondo l'usanza più recente, vecchi mobili, scarti di potature e altro materiale legnoso: ciascuno portatore di una storia ormai finita, che deve terminare definitivamente per fare spazio al nuovo. Ne esiste una versione di campagna e una di mare: la prima trae il suo materiale dalle stoppe, dalle potature e dagli scarti del raccolto, la seconda anche dalle grandi quantità di legna portate a riva dai fiumi con le piogge autunnali e invernali. Sul litorale e nei paesi ogni quartiere provvedeva a costruire la propria pira, anche piuttosto grossa, mentre le campagne si punteggiavano dei piccoli fuochi dei contadini, e la catasta veniva incendiata poco dopo il tramonto.

La fogheraccia figura nelle prime scene di Amarcord di Federico Fellini, dove si vede bruciare in cima alla pira anche la vecia, il fantoccio che rappresenta l'inverno. Era un momento di aggregazione e divertimento, spesso accompagnato da musiche tradizionali, zuppa, ciambella e vino, e occasionalmente da spettacoli pirotecnici e grigliate. In campagna il rito era talvolta anticipato negli ultimi tre giorni di febbraio e nei primi tre di marzo dalla Lôm a mèrz, la luce a marzo, con l'accensione di grandi fuochi sopra vento per propiziarsi quel mese, caratterizzato da un tempo molto incerto.

Talvolta il giorno della fogheraccia incontra quello della ségavëcia, che cade il giovedì di mezza quaresima. Durante questo rituale allegorico si allestisce un fantoccio dalle sembianze di un'anziana donna, posto su un carro che sfila tra il clamore delle trombe e delle voci degli astanti; dopo la sfilata il fantoccio viene lacerato e infine arso in piazza. La leggenda vuole che proprio nel giovedì di mezza quaresima, quando ancora non si poteva consumare carne, un'anziana signora contravvenne alla regola e per questo fu condannata a morte per stregoneria; oggi la ricorrenza è una celebrazione festosa, e il fantoccio viene segato in piazza per far uscire dal suo ventre dolci e giocattoli. L'antropologo Renato Cortesi ha riletto quella distruzione in un altro senso: l'ultimo covone mietuto aveva il nome di «vecchia», e secondo lui si sarebbe trattato del rito dell'ultimo covone. Pare inoltre che bruciare fantocci di anziane signore servisse, nell'immaginario tradizionale, ad allontanare le anime dei morti che, non ancora raggiunto l'aldilà, turbavano il mondo dei vivi.

Torino, il Farò e la sagoma del Toro

A Torino il fuoco non è di marzo ma di giugno, e ha un nome suo: «Farò» è semplicemente un termine antico con cui in torinese si indicava il falò. San Giovanni, patrono della città dal 602, si festeggia durante il solstizio d'estate, la notte più breve dell'anno, che nel mondo pagano simboleggiava un rito di passaggio dal predominio lunare a quello solare. I due giorni di festeggiamenti risalgono al Medioevo, e già allora c'era la tradizione del falò serale: la legna si preparava alla vigilia del 24 giugno all'altezza dell'attuale via Garibaldi, in piazza Castello, all'inizio di via Dora Grossa, oggi via Po; successivamente il rito si spostò all'altezza di via Palazzo di Città, per facilitare la veglia e il mantenimento dell'ordine da parte del Vicario e dei suoi uomini. Nella notte del 23 giugno il figlio più piccolo del principe regnante aveva il compito di accendere il falò per dare il via ai festeggiamenti, e oggi al figlio del Re è subentrato il sindaco. Si cantava e si danzava intorno al fuoco senza dimenticare di recitare alcune preghiere in onore di San Giovanni Battista, e i festeggiamenti avevano come guida la figura di «re Tamburlando», un personaggio paragonabile al più noto Gianduja.

Fra i riti che accompagnavano la festa del patrono nel Medioevo ce n'erano alcuni di chiara origine pagana, come raccogliere nuove erbe utili per la nuova stagione e bruciare quelle vecchie inutilizzate in un grosso falò. Al calare del sole gli abitanti si lasciavano andare a credenze magiche: comprare l'aglio per avere un anno fortunato, raccogliere un ramo di felce a mezzanotte e conservarlo in casa per aumentare i soldi, leggere il futuro nelle erbe. Si diffuse così la credenza che quella notte fosse dedicata ai rituali delle «masche» piemontesi, le streghe, che alcuni ritenevano aspettassero quei giorni per raccogliere erbe e foglie da battezzare nel Po e usare come ingredienti per filtri magici.

Di quei riti magici oggi non c'è più traccia, ma una scaramanzia è rimasta. Al centro del Farò viene issato un palo sulla cui cima sta la sagoma di un Toro: la leggenda narra che, se cade verso Porta Nuova, l'anno che si apre sarà propizio per la città, mentre se cade nella direzione opposta sarà un anno poco fortunato.

Fuochi d'inverno e fuochi mariani

Non tutti i grandi fuochi italiani stanno in marzo. Da 175 anni, la sera del 16 febbraio, le valli pinerolesi Germanasca, Chisone e Pellice, che prendono il nome dai tre fiumi che vi scorrono, sono illuminate da centinaia di falò visibili anche dalla pianura di Torino. La tradizione ricorda il 17 febbraio del 1848, quando il re di Piemonte e Sardegna Carlo Alberto, sospinto dalle idee illuministe dei marchesi Roberto e Massimo d'Azeglio e di Cavour, firmò le Lettere Patenti, l'Editto di Emancipazione ai suoi sudditi di confessione valdese, e il 29 marzo ai sudditi ebrei, allora chiamati israeliti. L'annuncio giunse alle Valli da Torino grazie a J. J. Paranden, studente in teologia a Ginevra, che a piedi raggiunse San Germano e portò la notizia: i valdesi accesero fuochi di gioia e fecero suonare le campane. Oggi il 17 febbraio è una festa popolare che coinvolge, oltre alle comunità valdesi, la popolazione cattolica, le autorità cittadine, politiche e militari, e da alcuni anni il vescovo di Pinerolo e i sacerdoti della diocesi cattolica. La festa comincia la sera del 16 con l'accensione dei fuochi, a cui partecipano la comunità, la corale e la scuola domenicale; il mattino del 17 c'è il corteo per le vie del paese, aperto dalla bandiera valdese e dal tricolore, con la banda musicale, i bambini e le donne nel tradizionale costume valdese, e tutti si recano al tempio per il culto solenne di ringraziamento. Al termine la comunità o le singole famiglie si preparano per il pranzo con l'immancabile «supa barbetta», con ospiti invitati che poi intrattengono i commensali, e la giornata finisce la sera al teatro valdese del paese con una rappresentazione teatrale.

A Recoaro Terme la Chiamata di Marzo è una delle manifestazioni più antiche e caratteristiche della tradizione locale, la cui origine si perde nella notte dei tempi: era ancora celebrata con grande entusiasmo nel secolo scorso e fino agli anni Venti, per poi declinare a partire dal periodo fra le due guerre mondiali. Cadeva nell'ultima domenica di febbraio, e nasceva dalla gioia della gente di montagna, costretta a restare chiusa nelle case e nelle stalle per quattro o cinque mesi, quando il primo tepore primaverile scioglieva il ghiaccio che d'inverno interrompeva le comunicazioni fra le contrade e con il centro del paese. Verso l'imbrunire centinaia di pastori, mandriani e contadini scendevano in paese con le famiglie, abbigliati con fogge e costumi stravaganti, in corteo compatto tra un frastuono indiavolato: ornamenti di rami e fronde, abiti vecchi dai colori vivaci e stelle alpine sul cappello alla montanara per gli uomini, gli abiti migliori adorni di trine, merletti e primi fiori per le contadinelle e le montanare. Nel corteo non mancavano gli animali, somarelli riccamente adornati e infiorati, buoi, capre e perfino conigli e galline, che avevano condiviso con gli uomini i lunghi giorni dell'isolamento invernale. Alla testa sfilavano i cacciatori, armati di vecchi archibugi con i quali più tardi, mentre si intrecciavano le danze, salutavano a salve l'arrivo di marzo, mentre il corno, il «rècubele» e le «snatare» completavano il gaio frastuono, i bambini agitavano le «ciochète» e le campane suonavano a festa. Dopo il tramonto veniva acceso il falò sul quale bruciava l'inverno, rappresentato da una sagoma di paglia.

A San Mango Piemonte, da tempo immemorabile, nella serata della vigilia dell'Immacolata si consuma il rito del «vampalorio» nei rioni: il fuoco conciliatore e purificatore attorno al quale, la sera del 7 dicembre, si ritrovano bambini, ragazzi, adulti e anziani. L'eccitazione raggiunge il culmine con il crepitio dei rami ardenti e la sfavillante luce delle alte fiamme che si levano dalle pire di legno; mentre i più giovani giocano in modi ormai inconsueti, adulti e anziani improvvisano balli e canti popolari di antica memoria al ritmo di un vecchio tamburo, riscaldati dal calore della brace e dall'immancabile bicchiere di vino locale, ben sposato con patate, castagne e nocciole cotte nella brace. Musicisti, cantori e ballerini portano allegria col ritmo delle tammorre e delle tarantelle, e quando calano le alte fiamme, per lasciare ardere i grossi ceppi, nella brace vengono cotte castagne, patate e mele annurche. Fino a qualche decennio fa si celebrava anche il rito del «mariandò e pizcandò»: intorno al falò si formavano due pile di giovani, cinque sotto e quattro sopra, che si contrapponevano ballando in circolo e indirizzandosi stornelli.

Nel Basso Piemonte, e in tante parti della penisola, i falò si accendevano anche in occasione delle ricorrenze mariane, dove al rito propiziatorio per la pioggia — con le processioni di penitenza per il soccorso alle arse campagne, ricordate da don Filipetti insieme alle grazie ottenute nel 1817 e poi nel 1852 — si univa la devozione. Succedeva a fine estate, alla vigilia della festa dell'8 settembre, la Natività della Vergine, e alla vigilia dell'Immacolata dell'8 dicembre; nelle Marche e poi in diversi luoghi dell'Italia centrale e meridionale succedeva anche il giorno dopo, perché le luci disseminate nelle città e nelle campagne ricordavano quelle che fecero idealmente da guida agli angeli che trasportarono a Loreto la Santa Casa. Non mancavano le campestri luci per l'Assunzione di Maria, con la tradizione che ancora resiste forte nel Verbano, nel paesino di Santa Maria Maggiore, e nel Cuneese, a Vernante. Di quelle notti resta una descrizione: «Avanti il giorno della Festa, le luci si vedono brillare nelle valli e sui monti dell'Erro e della Bormida. È questo uno spettacolo veramente pittoresco e grazioso, che dice tutta la devozione delle nostre popolazioni verso l'Assunta in cielo». Dalla vetta ponzonese gli abitanti del capoluogo e i numerosi villeggianti se lo godevano gratuitamente, enumerando le centinaia di falò accesi all'intorno: quando uno si spegneva se ne accendeva un altro, e quando il primo sembrava vicino a morire tornava a luce più gagliarda e bella, alimentato dall'esca nuova portata a fastelli o racimolata rubacchiando all'intorno. Quello della Pieve, però, doveva sorpassare tutti gli altri in grandiosità e durata: in certi anni furono bruciate financo trecento fascine di legna, offerte dai fedeli e comprate dal priore della Chiesa.

Un ultimo fuoco arde d'estate, e nasce da una peste. A Martiniana la festa patronale dell'ultima domenica di agosto, in onore della Madonna delle Grazie, ricorda il flagello che nel 1630 si abbatté sul paese: gli abitanti furono decimati e solo poche famiglie riuscirono a scampare al contagio. La cappella della Madonna delle Grazie e ai Santi Rocco e Chiaffredo venne costruita nel 1632 per mantenere fede a un voto espresso durante quel periodo tragico, e sulla facciata un'epigrafe in latino ricorda che «la cappella e l'icona ex voto furono fatte con il denaro della comunità e l'aggiunta delle elemosine delle pie persone». La festa trova la sua massima espressione nell'abbruciamento del falò votivo davanti alla cappella, di fianco al cimitero: la catasta si monta con diverse centinaia di fascine che i massari raccolgono nei giorni precedenti girando tra le case con un trattore, alcune donate e altre comprate. Un tempo il falò era sostenuto da un lungo tronco di castagno, ora si usa un palo di ferro con spuntoni per maggiore praticità; attorno al palo si esegue un'impalcatura di legno, su questa si pongono le fascine legate verso la sommità con del filo di ferro, e alla fine risulta un cono alto sugli otto metri, sulla cui punta viene sistemato un mazzo di fiori decorativo. Il copione prevede che i massari facciano stampare un sonetto in favore di un Dedicato, che può essere una singola persona, una coppia o un gruppo: il sabato pomeriggio ci si ritrova sulla piazza principale, la banda ingaggiata da un paese vicino richiama la gente e si forma il corteo, in testa i massari con il sonetto inserito in un'elegante cornice di legno, poi la banda, le autorità del comune e la popolazione. Il corteo parte alla volta della casa del Dedicato, che a volte dista alcuni chilometri, e lì i massari, detti anche rettori, gli consegnano il sonetto tra gli applausi generali. La domenica sera il corteo, con alla testa i massari, il sacrestano e il sindaco, muove da piazza Gautieri, sede della locale Confraternita, e si porta sul sagrato della cappella.

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