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Macchina di Santa Rosa a Viterbo 2026: la torre e i cento facchini
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: comune.viterbo.it, letta il 21/09/2026.
Il trasporto della Macchina di Santa Rosa si svolge a Viterbo, nella regione Lazio, la sera del 3 settembre di ogni anno, in onore della patrona della città. Un centinaio di uomini detti «Facchini di Santa Rosa» sollevano sulle spalle una torre illuminata alta circa trenta metri e pesante cinque tonnellate e la portano per poco più di un chilometro lungo le vie del centro storico, tenute al buio. Il trasporto rievoca la traslazione del corpo della santa, avvenuta il 4 settembre del 1258, e dal 4 dicembre 2013 è Patrimonio Immateriale dell'Umanità UNESCO.
La sera del 3 settembre
La Macchina di Santa Rosa è una torre illuminata da fiaccole e luci elettriche, realizzata in metalli leggeri e in materiali moderni come la vetroresina — in origine era di ferro, legno e cartapesta — alta circa trenta metri e pesante cinque tonnellate, che culmina sempre con la statua della santa patrona.
La sera del 3 settembre di ogni anno viene sollevata e portata in processione a spalla da un centinaio di uomini detti «Facchini di Santa Rosa», lungo un percorso di poco più di un chilometro, circa milleduecento metri, articolato tra le vie talvolta molto strette e le piazze del centro storico. Quella sera è la vigilia della ricorrenza della traslazione del corpo della santa.
Il sole tramonta circa un'ora prima del trasporto, tutte le luci pubbliche e private sono tenute rigorosamente spente, e il gigantesco campanile squarcia le tenebre con un improvviso sfolgorare. Il grido che accompagna il passaggio è sempre lo stesso: «Evviva Santa Rosa».
La definizione che la città le ha dato risale a quando aveva l'aspetto di un campanile gotico illuminato con torce e candele: «il campanile che cammina», coniata dallo scrittore Orio Vergani.
Dal 4 dicembre 2013 il trasporto è Patrimonio Immateriale dell'Umanità UNESCO. Il riconoscimento è stato conferito a Baku, in Azerbaigian, nell'ottavo Comitato intergovernativo, e non riguarda Viterbo da sola: è andato alla Rete delle grandi Macchine a Spalla italiane, insieme ai Gigli di Nola, alla Varia di Palmi e ai Candelieri di Sassari.
Il pomeriggio del 2 settembre, dal 1921, il cuore della santa custodito in un prezioso reliquiario viene portato a spalle da quattro suddiaconi su un cuscino di fiori, e dagli anni Settanta la processione comprende anche un corteo storico con circa trecento figuranti in costume.
Il papa che sognò tre volte
Rosa da Viterbo, nata nel 1233, morì nel 1251 ad appena diciotto anni. Era una ragazzina di famiglia umile, che offrì la sua vita a Dio e ai poveri della sua città, e il popolo la venerò santa già al momento della morte, per i numerosi miracoli compiuti in vita e per la fede dimostrata nella difesa della città durante le aspre lotte contro Federico II. Innocenzo IV aveva già avviato il processo di canonizzazione nel 1252.
Nel 1258 papa Alessandro IV sognò per tre volte Santa Rosa, che chiedeva di essere traslata dalla nuda terra dove era stata riposta al Monastero delle Clarisse di San Damiano. Resosi conto che la figura che gli parlava era veramente Rosa, e considerando l'evento straordinario, il papa accompagnò di persona la traslazione: il 4 settembre il corpo incorrotto passò dalla chiesa di Santa Maria in Poggio — oggi detta della Crocetta — alla chiesa di San Damiano, oggi monastero di Santa Rosa. Il feretro era sorretto da quattro cardinali e seguito dallo stesso pontefice.
Il culto si è mantenuto saldo anche per il mistero che circonda il corpo della santa, che dall'anno della traslazione è custodito dalle Clarisse in ottimo stato di conservazione, per un processo di mummificazione naturale.
Quell'evento segnò il primo passaggio trionfale di Rosa per le vie di Viterbo, e fu ripetuto ogni anno. In processione però non si portava il corpo, ormai conservato in un'urna, ma un baldacchino sempre più sfarzoso, sul quale veniva posta un'immagine della Santa circondata da luci.
Dal baldacchino alla torre
La prima macchina risale al 1664, e nacque probabilmente come sviluppo di quel baldacchino, per adempiere a un voto fatto dai viterbesi durante la terribile epidemia del 1657. La configurazione attuale risale alla metà del Settecento; all'inizio dell'Ottocento fu il comune a dare l'incarico di disegnare ed eseguire una nuova costruzione a forma di torre.
Quella di allora era fatta di parti metalliche, legno e cartapesta, pesava oltre tre tonnellate e la portavano ottanta uomini. Oggi il costruttore viene scelto dal comune con pubblico appalto ogni cinque anni, con durata prorogabile, e il capitolato è preciso al centimetro: prevede una macchina «alta 28 metri sopra la spalla dei facchini», che raggiunge circa 29,50 metri da terra, e fissa alcune misure limite anche in base alle vie del centro storico, che nei punti più stretti la vedono sfiorare grondaie e balconi.
Oggetto della devozione non è il monumentale baldacchino, che si rinnova, ma l'evento di cui è protagonista la comunità, attraverso il lavoro collettivo dei costruttori e dei facchini. Questa festa è raccolta fra le rievocazioni e il folklore.
L'evoluzione si legge nei dieci modellini del museo: si comincia con il baldacchino ligneo di foggia barocca del 1690, si prosegue con le sobrie strutture neoclassiche e con le linee ascensionali del revival gotico ottocentesco, per arrivare alle interpretazioni moderne.
La rottura arrivò nel 1967, quando Giuseppe Zucchi vinse il concorso. Il Volo d'Angeli — nome ispirato al tipo di lancio eseguito dai paracadutisti, in memoria di quelli della Folgore caduti ad El Alamein — introdusse la scultura come linguaggio artistico, portò il colore a un uniforme bianco e grigio peperino e per la prima volta superò i trenta metri di altezza. Il debutto finì male: la Macchina si fermò lungo il percorso, e nel 2007 fu posta una targa in via Cavour, nel luogo esatto in cui si arrestò. Nonostante l'infausto esordio, il Volo d'Angeli venne trasportato per dodici anni.
Le macchine recenti portano la firma di Raffaele Ascenzi, ex facchino di Santa Rosa e già ideatore di «Ali di Luce», la macchina che sfilò dal 2003 al 2008. «Gloria», realizzata con Luigi Vetrani, prende il nome, secondo gli ideatori, dalla tradizione che vede i viterbesi, da quattro secoli, portare in gloria la loro patrona. «Dies Natalis» si discosta invece dalle moderne macchine e torna a una scenografia otto-novecentesca: sulla guglia non c'è più la statua di Santa Rosa, bensì una croce, e la statua è riposta più in basso, coperta, al di sotto della croce.
La macchina rappresenta tre momenti del percorso di santità di Rosa: alla base la morte, avvenuta nel 1251, a metà l'estasi, e in cima il dialogo con Dio. Le figure di fedeli e angeli riproducono i visi di attuali viterbesi, secondo lo stile di Caravaggio.
Centocinquanta chili per tre giri
Ogni anno, nei mesi di giugno e luglio, dentro la settecentesca chiesa sconsacrata della Pace viene tracciato un percorso a cerchio, che ogni aspirante deve ripetere tre volte con centocinquanta chili sulle spalle: è la «prova di portata», e la gestisce il Sodalizio, costituito nel 1978 proprio per regolare la scelta. I facchini si fregiano del titolo di Cavalieri di Santa Rosa.
Nessuna donna ha mai partecipato al trasporto in qualità di facchina, nonostante lo statuto del Sodalizio non presenti alcun tipo di distinzione tra sesso maschile e femminile: l'unico requisito previsto è superare la prova di portata di centocinquanta chili. Alcune donne sono però entrate nella formazione del trasporto in qualità di dottoresse accompagnatrici.
Sotto la macchina i ruoli sono divisi e hanno nomi propri. I «ciuffi» sono sessantatré, disposti nelle nove file interne direttamente sotto la struttura: indossano un copricapo di cuoio imbottito di canapa che scende fino alle spalle, all'altezza della cervicale, perché in quella posizione il peso non si riversa sulle spalle ma sul collo. Le «spallette», fisse e aggiuntive, stanno ai lati e lavorano con un cuscinetto di cuoio imbottito di canapa posato su una spalla, sempre a contatto con una trave; le «stanghette» stanno davanti e dietro.
La formazione si muove e si ricompone durante il percorso. Le spallette aggiuntive si staccano dopo la fermata di piazza del Comune e si riuniscono nel rallentamento poco dopo la chiesa di Sant'Egidio; le spallette fisse, nei punti più stretti, sono costrette a mettere la testa sotto la trave, al comando «sotto le teste» e poi «fuori le teste».
La posizione dei facchini dipende dall'anzianità — i più giovani partono dalle leve e dalle corde, e percorrendo quello che viene chiamato cursus honorum si ambisce al ruolo più prestigioso, il ciuffo — e dalla statura: da piazza San Sisto fino a piazza del Teatro i facchini più alti stanno avanti e i più bassi dietro, ma per la salita finale la formazione si inverte, per equilibrare l'inclinazione della macchina rispetto alla pendenza del percorso.
La divisa è un fazzoletto bianco annodato in testa, camicia bianca con maniche arrotolate fino al gomito, fascia rossa alla vita, pantaloni bianchi alla zuava, calzettoni bianchi e scarponcini alti di cuoio nero. Il bianco simboleggia la purezza di spirito della patrona, il rosso i cardinali che nel 1258 traslarono il suo corpo.
«Semo tutti d'un sentimento?»
Dopo il pranzo i facchini si recano in Comune, dove ricevono i saluti delle autorità cittadine, poi vanno in visita a sette chiese del centro per ricevere in ognuna la benedizione, infine in ritiro al convento dei Cappuccini, dove incontrano le famiglie, vivono con loro un momento conviviale e le salutano. Rimasti soli, ascoltano il discorso con cui il capofacchino li incoraggia.
Di sera parte il corteo, ma alla rovescia. Preceduti da una banda musicale che intona il loro inno, i facchini partono dal Santuario e percorrono a ritroso il tragitto della Macchina, acclamati dalla folla, fino alla chiesa di San Sisto, presso Porta Romana, accanto alla «mossa» — il punto da cui parte il trasporto, e dove la macchina è stata assemblata durante i mesi di luglio e agosto, celata fino all'ultimo momento da un'imponente impalcatura coperta con teli.
Il vescovo impartisce loro la benedizione in articulo mortis, quasi un'estrema unzione prima della grande fatica, che prende in considerazione eventuali incidenti e pericoli.
Poi cominciano i comandi del capofacchino, ben noti sia ai viterbesi sia a chi ha assistito almeno una volta al trasporto: «Ciuffi di Santa Rosa, accapezzate il ciuffo», «Semo tutti d'un sentimento?», «Facchini di Santa Rosa, sotto col ciuffo e fermi», «Sollevate e fermi», «Per Santa Rosa, avanti!». Al «sotto col ciuffo e fermi» la folla resta in silenzio e la città viene completamente oscurata; al «sollevate e fermi» i facchini alzano la macchina sulle spalle sotto applausi scroscianti; al «per Santa Rosa, avanti!» il trasporto comincia.
Il percorso procede con molte pause e alcune fermate, durante le quali la macchina viene appoggiata su speciali «cavalletti» pesanti cento chili ciascuno: piazza Fontana Grande, piazza del Plebiscito davanti al Comune — dove avviene la girata —, piazza delle Erbe, corso Italia davanti alla chiesa di Santa Maria del Suffragio, corso Italia nei pressi di Sant'Egidio per la sosta tecnica in cui si inseriscono le spallette aggiuntive, e piazza Verdi.
Arrivati ai piedi dello stradone che conduce alla chiesa, i facchini si lanciano di corsa per circa cento metri in ripida salita, con l'aiuto di corde aggiuntive davanti e di travi dette «leve» che spingono da dietro, premiati da entusiastici applausi e calorosi abbracci. E c'è un ultimo comando: «...Posate piano, adagio...».
La piazza davanti al Santuario è dedicata ai facchini. La macchina vi resta esposta per alcuni giorni, mentre l'urna dove è custodito il corpo della patrona è visitata da migliaia di fedeli.
Papi, inchini e un ciuffo nello spazio
Il primo pontefice ad assistere a un trasporto fu Pio VII, il 6 giugno 1815; dopo di lui Gregorio XVI il 3 ottobre 1841, Pio IX il 3 settembre 1857 e Giovanni Paolo II il 27 maggio 1984.
Nei tre trasporti dell'Ottocento la macchina faceva una cosa che oggi sarebbe impensabile. Data la mole non elevatissima di quel tempo, circa tredici-quindici metri, veniva effettuata ogni volta una sorta di inchino davanti al pontefice, con i facchini delle prime file che accennavano a inginocchiarsi in modo da ottenere un movimento in avanti della Macchina.
Giovanni Paolo II si recò personalmente tra i facchini, sotto la pioggia, per ringraziarli dello sforzo fatto, violando i protocolli di sicurezza; e quella visita è ricordata anche per la confusione in cui incorse, scambiando Santa Rosa con Santa Rita.
Nel 1986 si sfiorò la tragedia: all'arrivo sul sagrato, per un errore del costruttore — che all'epoca per tradizione gestiva l'ultimo tratto — non venne dato il comando di staccare i moschettoni. Giunta al culmine della salita, la macchina invece di fermarsi per la rotazione venne tirata ancora per un metro circa, una fila di facchini si trovò a passare sui primi gradini che portano al Santuario, e la struttura si inclinò prima da una parte e poi dall'altra. La pronta reazione dei facchini permise di gestire l'inconveniente ed evitare esiti peggiori.
In passato la processione religiosa avveniva insieme al trasporto, precedendolo di pochi metri, ma dopo gli eventi luttuosi del 1801, con la morte di ventidue persone, fu deciso che le due manifestazioni si svolgessero separatamente.
Il 28 giugno 2000 è stato inaugurato in piazza della Repubblica il monumento ai facchini di Santa Rosa, realizzato in bronzo dal maestro viterbese Alessio Paternesi. E nel quartiere storico di San Pellegrino, in un palazzetto in stile medievale donato dal Comune nel 1978, c'è il Museo del Sodalizio, aperto al pubblico nel 1994: conserva i modellini delle macchine, video, fotografie e immagini storiche, i copricapi, e due ciuffi con una storia propria — uno commemorativo della visita di Giovanni Paolo II, e uno che ha viaggiato nello spazio con l'astronauta Roberto Vittori.
Nel 2020 e nel 2021 il trasporto non è stato effettuato per l'emergenza dovuta alla pandemia. È ripreso regolarmente nel 2022.
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere della festa, a Viterbo, è alla portata di tutti. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Viterbo si trova a 1,6 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Viterbo Centro dista 3,4 chilometri, cioè 5 minuti di strada.
Altre feste in provincia di Viterbo
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- Santa Rosa da Viterbo e San Lorenzo — settembre
- Festa di San Bartolomeo a Ronciglione — agosto
- Incontro tra Papa Gregorio Magno e la regina longobarda Teodo… — luglio