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Halloween · Tradizioni

Le tradizioni di Halloween: da Samhain alla zucca, e i riti italiani dei morti

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Halloween è una festa popolare di origine pre-cristiana che si celebra la sera del 31 ottobre, vigilia della solennità di Ognissanti. Deriva con molta probabilità da Samhain, il capodanno celtico che segnava la fine della stagione calda e l'inizio di quella delle tenebre e del freddo, mentre il nome è cristiano e viene da All Hallows' Eve, «vigilia di Tutti i Santi». Arriva in Italia dal mondo anglosassone, dove però i riti dei morti c'erano già, con altri nomi e in altri paesi: il cibo lasciato sulla tavola per i defunti, le luci accese fuori dagli usci, i bambini che vanno di porta in porta a chiedere offerte per le anime.

Samhain, la notte in cui il velo si assottiglia

La festa deriva con molta probabilità dall'antica celebrazione celtica di Samhain, il capodanno celtico: il nome deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa fine dell'estate, e in Irlanda era nota anche come La Samon, la festa del Sole. Cadeva nella notte fra il 31 ottobre e il 1º novembre, quando terminava la stagione calda e cominciava quella delle tenebre e del freddo, con la fine del raccolto, l'accorciarsi delle giornate, lo spogliarsi degli alberi e le migrazioni degli uccelli.

Nella dimensione circolare del tempo tipica della cultura celtica, Samhain stava in un punto che non apparteneva né all'anno vecchio né al nuovo: un momento liminale, un'apertura fra i mondi, durante la quale i confini fra il regno dei vivi e quello dei morti si assottigliavano fino quasi a scomparire. I Celti credevano che in quella notte gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, potessero unirsi al mondo dei viventi.

A sera tutti i focolari domestici venivano spenti, e riaccesi dai druidi che passavano di casa in casa con torce accese al falò sacro situato a Tlachtga, vicino alla reale Collina di Tara. Sulle colline e nei boschi si tenevano i raduni per l'accensione del Fuoco Sacro e si compivano sacrifici animali; poi i Celti tornavano al villaggio vestiti con maschere grottesche, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate, al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro, e festeggiavano per tre giorni mascherati con le pelli degli animali uccisi, per spaventare gli spiriti.

I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola, in segno di accoglienza. In Irlanda si diffuse l'usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti, perché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi. Con il dominio romano Samhain fu assimilata a Pomona, la festa del raccolto, e dai Romani la festa fu chiamata Samonios. Nel calendario celtico stava accanto a Lughnasadh, Beltane, Imbolc, Yule, Ostara, Litha e Mabon; e da lì vengono anche i colori che oggi riempiono vetrine e costumi, perché nell'Irlanda celtica la ricorrenza era caratterizzata dall'arancio, per ricordare la mietitura, e dal nero, a rappresentare l'imminente buio dell'inverno.

Il nome che viene da Ognissanti

Il nome, invece, è cristiano e recente: la parola Halloween risale al 1745 circa, deriva da un termine scozzese per All Hallows' Eve, «vigilia di Tutti i Santi», e nei paesi anglofoni la festa apre l'Allhallowtide, il periodo di tre giorni dedicato alla memoria dei morti che prosegue con Ognissanti e la commemorazione dei defunti.

La festa dei martiri si celebrava nella Chiesa primitiva la domenica dopo la Pentecoste o il 13 maggio; il 13 maggio del 610 papa Bonifacio IV consacrò il Pantheon alla Madonna e a tutti i martiri, chiamandolo da allora Sancta Maria ad Martyres. Un secolo dopo Gregorio III, papa fra il 731 e il 741, consacrò dentro la basilica di San Pietro un oratorio dedicato non soltanto ai martiri ma anche agli apostoli e ai confessori, istituendovi un ufficio perpetuo. L'ultimo passo verso la festa universale fu di Gregorio IV, papa fra l'827 e l'844, che trasportò la festa dei martiri dal 13 maggio al 1º novembre estendendola a tutti i santi; e Ludovico il Pio, col consenso dell'episcopato franco e tedesco, la estese a tutto il suo impero. Più tardi Sisto IV le diede l'ottava. Per i defunti, invece, nel 998 l'abate Odilone di Cluny dispose che i monasteri dipendenti dall'abbazia celebrassero il rito a partire dal vespro del 1º novembre, e che il giorno seguente fosse commemorato con un'Eucaristia pro requie omnium defunctorum.

L'idea che il 1º novembre sia stato scelto per cristianizzare Samhain, molto diffusa, non è unanimemente accolta fra gli studiosi. Robert Davis sottolinea che la ratifica di Gregorio IV non fa riferimento alla soppressione di alcun preesistente rito pagano; Nicholas Rogers osserva che nell'Irlanda celtica i santi erano commemorati inizialmente il 20 aprile, «una cronologia che contraddice l'opinione comune secondo cui novembre sia stato scelto per cristianizzare la festività di Samhain». Sono state proposte anche ragioni pratiche: Roma d'estate non avrebbe potuto ospitare il gran numero di pellegrini, anche per la febbre romana che mieteva vite durante le estati afose, mentre secondo lo scrittore John Beleth la festa sarebbe stata spostata perché la mancanza di generi alimentari a inizio primavera rendeva difficile provvedere ai pellegrini.

La rapa di Jack e la zucca americana

Sull'usanza di intagliare zucche con volti minacciosi e di metterci dentro una candela accesa circolano due spiegazioni. La prima: i defunti vagherebbero per la terra con dei fuochi in mano cercando di portare via con sé i vivi, e i vivi si muniscono di una faccia orripilante con un lume dentro per ingannare i morti. La seconda tira in ballo le streghe, che venivano bruciate sui roghi o impiccate e che secondo la tradizione vagavano nell'oscurità per vendicare la loro morte.

Jack era un fabbro irlandese ubriacone, che riuscì a più riprese a ingannare il diavolo; morto, ed essendo stato in vita un gran peccatore, si vide rifiutare l'ingresso in Paradiso, e il diavolo, contento di rifarsi dei tanti inganni subiti, gli rifiutò anche l'Inferno. Come ultimo dono gli regalò una fiamma eterna dell'Inferno, impossibile da spegnere, che Jack posizionò all'interno di una rapa: da lì Jack o' lantern, Jack della Lanterna. La leggenda racconta che nella notte di Halloween Jack vaghi in cerca di un rifugio, e che gli abitanti debbano appendere una rapa-lanterna fuori di casa per indicargli che lì non c'è posto per lui.

L'usanza di trasformare i vegetali in lanterne nacque nell'Ottocento in Irlanda e Scozia, dove però non si utilizzavano le zucche, bensì delle rape; furono gli Stati Uniti a lanciare la tradizione di intagliare le zucche, attestata per la prima volta nel 1837, perché in quelle terre erano più facili da trovare. Anche il souling aveva le sue: durante la questua i cristiani portavano lanterne fatte di rape scavate, che potrebbero aver originariamente rappresentato le anime dei morti.

Dolcetto o scherzetto, e le torte delle anime

Il gioco più noto della notte ha un antenato, il souling, «elemosina di anime»: gruppi di persone povere, spesso bambini, andavano di porta in porta durante i tre giorni di festività, raccogliendo soul cakes in cambio di preghiere per i morti, specialmente per le anime degli amici e dei parenti dei donatori. Il costume risalirebbe almeno al XV secolo ed era presente in alcune parti dell'Inghilterra, del Galles, delle Fiandre, della Baviera e dell'Austria; le torte, come le focacce quaresimali, erano spesso contrassegnate da una croce, a indicare che erano state cucinate per l'elemosina, e una tradizione inglese voleva che per ogni torta consumata ci fosse un'anima liberata dai tormenti del purgatorio. William Shakespeare menziona il souling nella sua commedia I due gentiluomini di Verona, del 1593, indicando la festività con il nome di Hallowmas. Un'altra versione fa risalire l'uso all'Europa del IX secolo, quando il 2 novembre i cristiani vagavano di villaggio in villaggio chiedendo in elemosina il «pane d'anima», un dolce di forma quadrata guarnito con uva passa, in cambio della promessa di pregare per i defunti.

Oggi la questua è dei bambini, travestiti da streghe, zombie, fantasmi e vampiri, che bussano chiedendo «Dolcetto o scherzetto?»; se non ricevono niente possono giocare un brutto scherzo, come svuotare la pattumiera nel giardino o attaccare lattine vuote al tubo di scappamento dell'auto. Vuole inoltre la tradizione che per allontanare la sfortuna sia necessario bussare a tredici porte diverse.

Sul travestimento le ipotesi sono diverse. Secondo lo scrittore Prince Sorie Conteh si credeva che le anime dei defunti vagassero sulla terra fino al giorno di Ognissanti e che la vigilia fosse l'ultima possibilità per i morti di vendicarsi dei loro nemici: per non essere riconosciuti dagli spiriti vendicativi, le persone cominciarono a indossare maschere. Altri studiosi ricordano che alcune chiese medievali, troppo povere per esporre le reliquie dei santi martirizzati, lasciavano che i parrocchiani si vestissero essi stessi da santi. E in Francia si credeva che una volta all'anno i morti si alzassero per un selvaggio carnevale, la danse macabre, talvolta messa in scena in feste di paese e mascherate di corte con persone vestite da cadaveri di vari strati della società: anche quella potrebbe essere all'origine delle feste in costume.

I riti italiani dei morti, da Orsara alla Sardegna

In Italia, prima di andare a dormire era usanza fra le famiglie contadine lasciare del cibo sul tavolo per i defunti, con la tavola apparecchiata per tutta la notte: si credeva che anche nelle loro sedi sotterranee i morti avessero bisogno di nutrimento, e sfamarli era un modo per tenerseli buoni. Prima che la notte finisse era bene che sul tavolo restasse almeno un bicchiere di vino e qualche briciola di pane, così che «i tristi, i pallidi morti» — sono parole di Pascoli, in La tovaglia, dai Canti di Castelvecchio — se ne tornassero sazi e tranquilli. L'offerta ai defunti si accompagnava spesso a offerte agli indigenti o ai bambini: gli indigenti, come i morti, soffrivano la fame, e per la legge della «simpatia» fare offerte ai poveri era un modo indiretto per farle ai defunti. In Valle Caudina chi ha perso un congiunto lascia fuori casa dell'acqua, un piatto di cibo e un asciugamano, e alcuni preparano un letto di tutto punto per il defunto.

A Introdaqua, in provincia dell'Aquila, la processione del 31 ottobre aveva un nome, la Scurnacchiera. Usciva dal vecchio cimitero con la chiesa di Sant'Antonio, scendeva per una stradina, entrava nella Chiesa Madre e lì si fermava a battere un colpo sul portale: tutto il paese era avvolto nel silenzio, le porte erano aperte e le finestre chiuse, e nessuno poteva guardare. A quei morti si lasciava del cibo, o sacchi di grano dentro la chiesa, e anche la legna, perché era freddo. Il corteo seguiva una gerarchia precisa: aprivano la strada i bambini nati morti, «senza muovere i passi, come portate da un soffio leggero», seguivano le creature decedute poco dopo il battesimo, poi i giovani e le ragazze scomparsi precocemente, infine le ombre degli anziani, tutti con una candela in mano.

A Orsara di Puglia, in provincia di Foggia, la notte fra il 1º e il 2 novembre si celebra Fucacoste e Cocce Priatorje, «falò e teste del Purgatorio». La tradizione risale al XIII secolo, quando popolazioni galiziane si insediarono nel territorio e veneravano i defunti con processioni e rituali legati al fuoco: sull'altare le candele benedette restavano accese tutta la notte, poste dentro zucche in ognuna delle quali era stata intagliata una croce, e altre zucche si mettevano fuori, davanti alla porta di ogni abitazione. Per i falò si raccolgono legna e soprattutto rami di ginestre secchi, che rendono il fuoco vivo e scoppiettante creando innumerevoli scintille, e la chiamano la notte dei cento fuochi. A mezzanotte parte la processione della Congrega dei Morti, con i confratelli incappucciati che bussano alle porte chiedendo cibo per i poveri e presentandosi con la frase «l'anime d'i murt». Un tempo, davanti a ogni uscio, si metteva dell'olio in una bacinella piena d'acqua sormontata da un treppiede con una lampada: a quella luce fioca, dicevano i vecchi, si poteva assistere alla sfilata delle anime del Purgatorio.

Riti simili, con nomi diversi, sono documentati altrove. In Sardegna si svolgono su mortu mortu, Is Animeddas e Su bene 'e is animas, con i bambini travestiti che bussano alle porte chiedendo doni, e a Pattada si intagliano le zucche; in Molise il rito si chiama l'anim' de le murt, a Ursini di Caulonia i m'biati morti, e a Serra San Bruno si chiedevano monete con l'antico «Mi lu pagati lu coccalu?». In Umbria c'è il Mercato dei Morti; in Puglia si imbandisce la tavola per i morti e si fanno grandi falò, come in Val d'Aosta.

In Calabria erano i bambini a bussare di porta in porta con una zucca sulla quale era intagliato un teschio, domandando offerte per le anime dei morti: lo racconta l'antropologo Luigi Lombardi Satriani in Il ponte di San Giacomo. L'ideologia della morte nella società contadina del Sud, scritto con Mariano Meligrana e vincitore di un Premio Viareggio per la saggistica. Secondo i due ricercatori l'attuale Halloween statunitense non è un'americanata presa dall'estero, ma un'«importazione di ritorno», portata negli Stati Uniti proprio dai migranti calabresi.

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